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Piazzale Loreto, quale diritto all’abitare?

di Guido Cavalca, attivista di Abitare in via Padova


Ilavori di trasformazione di piazzale Loreto sarebbero già dovuti iniziare, in realtà si sta accumulando un certo ritardo e le ultime informazioni parlano di maggio per l’apertura dei cantieri.

Con il ritardo cresce la discussione sul progetto e sui suoi effetti sui quartieri limitrofi, in particolare sui Municipi 2 e 3 che già stanno sperimentando da alcuni anni processi di trasformazione a colpi di nuove costruzioni e aumento dei prezzi delle case. Cresce an­che la preoccupazione per i cantieri che occuperanno la piazza – e che si affiancheranno a quelli previsti per corso Buenos Aires – e che minacciano di causare un aumento del traffico sulle strade che portano fuori Milano verso nord.

L’intervento di trasformazione della piazza, denominato Loreto Open Community (LOC), intende dare una conformazione da vera piazza, intesa come luogo di socialità, a quello che è sempre stato un grande slargo funzionale al traffico cittadino. Di per sé un’idea utile quanto semplice, che assume nel progetto voluto dal Comune una forma complessa, a connotazione privata e non priva di insidie per i quartieri e i suoi abitanti.

Come spiegato nello scorso numero di Noi Zona 2 dai manager di Nhood, la società di servizi immobiliari che gestisce il progetto, il Comune ha scelto di utilizzare lo strumento Reinventing cities, che mette a bando aree pubbliche (in particolare aree inutilizzate o sotto-utilizzate) da rigenerare.

L’amministrazione pubblica determina le linee guida da seguire, lasciando al privato la possibilità, non solo di eseguire un progetto già definito, ma anche di concepirlo. Sulla carta viene presentato come scambio virtuoso: l’amministrazione non spende risorse e ottiene un intervento urbanistico da parte di un privato che ricava profitto dall’utilizzo del suolo pubblico. Che lo scambio sia proficuo per il Comune e soprattutto per gli abitanti della zona è una questione molto meno lineare e scontata di quanto viene presentata.

Le caratteristiche principali di LOC 2026 sono quattro:

• la costruzione di una “agorà” centrale ribassata a livello dei mezzanini della metropolitana, pensata per svolgere le funzioni “sociali” tipiche della piazza;

• lo spostamento del traffico ai margini di questo nuovo spazio, mantenendo la connessione con le grandi arterie circostanti;

• la costruzione ai lati dell’agorà di 3 nuovi edifici, con terrazze verdi sui tetti, destinati a uso commerciale e svago;

• la vendita dell’edificio di proprietà pubblica di via Porpora 10 a poco più di 6 milioni di euro da destinare a uffici o, più probabilmente, ad albergo.

Un primo elemento da mettere in discussione – ahinoi più per i prossimi progetti che per questo ormai in fase esecutiva – è la reale necessità di un progetto così costoso e di conseguenza dell’intervento del privato, quando la pedonalizzazione della parte centrale del piazzale richiederebbe in fondo pochi lavori, risorse e tempo. La nuova soluzione peraltro non rivede la funzione di snodo di traffico cittadino di Loreto, non produrrà nemmeno la riduzione della quantità di mezzi, ma, stando al progetto, dovrebbe portare a una maggiore fluidità del traffico. Più scorrevole, lo verificheremo, ma sempre di veicoli si tratta. E a proposito di viabilità convince poco il nuovo percorso della linea di autobus 56 che invece di continuare su via Padova verrà dirottata da via Predabissi su via Costa e Porpora a seconda della direzione, convergendo quindi su due assi già congestionati.

LOC introduce nel progetto alcuni elementi di sostenibilità ambientale: spazi verdi e piantumazione di alberi, anche sopra i nuovi edifici a vocazione commerciale, il contenimento dell’impatto del traffico auto, una mobilità integrata orientata soprattutto a proteggere il passaggio e la sosta di pedoni e ciclisti, oltre all’uso di materiali di costruzione meno impattanti.

Oltre alla sostenibilità ambientale, tutta da verificare, un secondo elemento critico riguarda l’altro asse portante di tutti i bandi Reinventing Cities, e quindi anche di LOC2026, cioè l’impatto sociale che viene descritto come molto positivo. Da questo punto di vista vengono presentati la creazione di uno spazio sociale realmente fruibile (la piazza ribassata), la riduzione dell’inquinamento e il conseguente aumento della salute pubblica, la creazione di posti di lavoro negli esercizi commerciali, l’aumento della sicurezza che deriverebbe dalla maggiore frequentazione di questi luoghi e, immancabile, la valorizzazione economica delle abitazioni. Insomma, LOC2026 garantirebbe un sostanziale aumento, anzi una moltiplicazione, del benessere dei residenti delle zone limitrofe; a patto – andrebbe aggiunto – di possedere la casa in cui si vive, ma in realtà non è nemmeno detto che questo garantisca il benessere di chi risiede in questa zona.

In realtà l’effetto moltiplicativo si avrà in termini di gentrificazione; già si vedono le tracce di un ulteriore innalzamento dei prezzi delle case nella promozione di appartamenti da parte delle agenzie immobiliari che fanno esplicito riferimento all’intervento di rigenerazione come leva di investimento speculativo. Le agenzie, persino quelle non prossime a piazzale Loreto (per esempio a Crescenzago), utilizzano la rigenerazione come volano di marketing. 

Insomma, come ogni intervento di riqualificazione, questo di LOC2026 danneggerà gli strati sociali più bassi, in particolare chi può solo affittare. Le dimensioni dell’intervento e l’importanza della piazza non possono che aggravare la portata della sostituzione della popolazione dei quartieri intorno a Loreto.

Un altro effetto lo si vedrà sulle attività commerciali su via Padova e dintorni, che da tempo vedono l’arrivo di locali serali in sostituzione di piccoli commercianti. La conformazione, l’identità dei quartieri subirà una ridefinizione radicale che potrebbe sorprendere anche chi, in buona fede, si fa convincere della bontà della valorizzazione delle case in zona.

Le conseguenze sociali di interventi urbanistici di questo tipo, ancor più se sommati uno all’altro per diversi anni, come accade in Zona 2, sono ben note. Che un’amministrazione come il Comune di Milano scelga da una parte di promuovere interventi del genere e dall’altra di non prevedere politiche di contrasto alla gentrificazione appare davvero grave.

In qualche modo la ridefinizione del PGT che il Comune ha avviato da alcuni mesi e che si concluderà a fine 2024 testimonia la presa d’atto che il laissez faire immobiliare non può continuare, come si evince dall’idea di abbassare a 5mila metri quadri il limite sotto il quale non è obbligatoria una quota di Edilizia Residenziale Sociale negli interventi edilizi. Lo dice lo stesso Sala in un’intervista a il Corriere della sera del 14 febbraio riferendosi però al governo nazionale che non regola gli affitti brevi e non alla sua amministrazione che ha tenuto molto bassi gli oneri di costruzione.

In tutto questo è difficile pensare che senza una revisione radicale del ruolo pubblico sull’abitare nelle grandi città si possa davvero cambiare gli esiti sociali delle trasformazioni urbane. Lo testimoniano tante città europee, come Vienna, Barcellona, Berlino che contrastano la gentrificazione con una consistente offerta di appartamenti in affitto realmente calmierato o sociale. Non si potrà fare in poco tempo, ma bisogna iniziare a farlo da subito prima che interi quartieri siano definitivamente “socialmente modificati”.

Nel bando che ha messo a concorso il rifacimento di piazzale Loreto, più in generale nella pianificazione urbana fatta dal Comune in questi decenni di radicale sviluppo urbano, non è stato previsto alcun intervento di contrasto agli effetti della valorizzazione delle case. Non solo, ma addirittura viene fuori negli ultimi due mesi che il Comune sta procedendo in senso contrario, a favore ancora una volta del mercato come regolatore sociale con la vendita di patrimonio abitativo pubblico, vedi il caso di viale Lombardia 65.

Gli inquilini degli appartamenti ERP in gestione a MM hanno ricevuto circa un anno fa – ma la notizia evidentemente non sta girando molto – una lettera che annuncia la possibilità di acquisire in via prioritaria l’appartamento in cui vivono con canoni di affitto sociale. Si tratta di 180 appartamenti, di cui circa la metà non assegnati.

Questo tema è stato affrontato da Abitare in via Padova e da Chiediamo casa nell’incontro che l’assessore alla rigenerazione urbana Giancarlo Tancredi ha organizzato per presentare il piano di revisione del PGT, ma anche nella lettera che più di 20 associazioni della Zona 2 hanno sottoscritto, indirizzata al Comune (sindaco e assessori, Commissione Casa e gruppi consiliari) e ai Municipi 2 e 3, a cui nessuno ha risposto.

Lettera che chiedeva una serie di interventi sia nello specifico del progetto LOC2026 sia nelle politiche abitative del Comune. Si chiede in sostanza di acquisire e recuperare gli edifici e blocchi di proprietà abitative abbandonati o sfitti ­– per esempio l’ex sede dell’azienda Cyba in via Oropa e l’ex Albergo delle Nazioni di via Temperanza – da destinare a famiglie a basso reddito o sotto sfratto, a lavoratori essenziali e/o studenti fuorisede.

Ma anche nuove modalità di acquisizione (anche indiretta) da parte dell’amministrazione di nuova proprietà pubblica a vocazione sociale diffusa, a partire dai contesti dalla forte precarietà abitativa degli inquilini, come nel caso di Cavezzali 11. Inoltre la revisione del Piano di Governo del Territorio (PGT) dovrebbe prevedere per tutte le nuove costruzioni nei quartieri una quota obbligatoria di nuovi alloggi sociali e popolari. Infine, si chiedono misure fiscali (e non solo) per incentivare l’affitto a lungo termine delle case sfitte limitando gli affitti brevi.

Nello specifico di LOC2026, invece, le associazioni spingono per garantire un adeguato riconoscimento della memoria antifascista dell’uccisione dei 15 martiri di piazzale Loreto e del monumento che li ricorda e la discussione pubblica dell’ubicazione, delle caratteristiche e della modalità di gestione dello spazio di 200 metri quadri a uso sociale previsto nel progetto e dell’accessibilità effettiva dell’agorà della nuova piazza, ma anche del tipo di attività commerciali che saranno aperte.

È probabilmente troppo tardi per ribaltare e semplificare il progetto di Loreto, ma sarebbe positivo che da qui si partisse per cambiare l’approccio del Comune alle politiche di sviluppo urbano. Nell’interesse dei quartieri e di chi li abita.

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