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Tenere vivo il ricordo di Giorgio Gaber e la sua opera

Intervista a Paolo Dal Bon, presidente della Fondazione Gaber.

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di Marco Piccardi


Ci rechiamo alla Fondazione Gaber, in via Bergonzoli, a due passi da piazzale Loreto, per incontrare Paolo Dal Bon, che ne è presidente fin dalla costituzione, nel 2006. 

Paolo Dal Bon: «In realtà già nel 2003, subito dopo la morte di Giorgio Gaber, era nata un’associazione di cui facevamo parte sua moglie Ombretta Colli, la figlia Dalia Gaberscik ed io. Da subito abbiamo cercato di dare una rappresentanza istituzionale al lavoro per tener viva la sua memoria. Poi è nata la Fondazione, di cui Dalia è vicepresidente nonché vero motore, anche imprenditoriale, della nostra attività. Io gestisco la parte organizzativa». 

Gaber è stato una figura unica nel panorama musicale e teatrale italiano e, negli anni Sessanta, un personaggio di grande popolarità televisiva.

«Gaber ha avuto un percorso movimentato. Ha cominciato come chitarrista jazz, poi ha avuto successo con il rock’n’roll. È stato il primo artista a incidere un disco di musica leggera con la Casa Ricordi. E ha a­vuto grande popolarità televisiva pur cercando di proporre cose intelligenti: già nel 1963, a 24 anni, conduceva programmi pensati assieme a Umberto Simonetta, in cui si dava spazio alla canzone popolare e anche a quella politica. Nel ’64 cantò Addio Lugano bella assieme a Enzo Jannacci, Li­no Toffolo, Otello Profazio e Silverio Pisu. Nel ’67 condusse con Caterina Caselli un programma in cui presentarono per la prima volta in tv Francesco Guccini e Franco Battiato. Però in RAI diventava sem­pre più difficile proporre la cultura e Gaber, che a fine anni Sessanta recepiva gli umori della vita sociale, avvertiva sempre più disagio. E decise di passare al teatro, creando il Signor G e il Teatro Canzone assieme a Sandro Luporini. Una collaborazione durata oltre trent’anni. Nel frattempo in televisione vinceva il mercato e la logica commerciale di Mediaset e la RAI si è uniformata. Si sono salvate solo le reti tematiche, come Rai Storia e Rai Cinema, che continuano a fornire un servizio pubblico vero». 

Gaber ha avuto il coraggio di mettere in discussione una popolarità già raggiunta, cambiando marcia. E per un po’ di anni è stato la coscienza critica del movimento di sinistra, per poi distaccarsene ed arrivare, nel 2001, a cantare La mia generazione ha perso. Però penso che non sia così, se non altro perché lui e altri artisti della sua generazione ci hanno lasciato un vero tesoro. 

«Sì, la mia generazione (io sono del 1957) ha avuto la fortuna di vivere in pieno l’epoca di personalità artistiche straordinarie, che in Italia sono state Gaber, De Andrè, Guccini, Battiato, Vecchioni, De Gregori e non solo. Tutti questi hanno avuto una spinta grandissima perché la loro arte nasceva da un’urgenza reale, quella di dare voce al grido di disagio e alla voglia di cambiare appunto di un’intera generazione. E l’onda lunga di quel che hanno fatto non si è ancora spenta».

Intervista a Paolo Dal Bon, presidente della Fondazione Gaber
Dalia Gaberscik con Paolo Dal Bon

Tornando alla Fondazione, nel corso degli anni avete organizzato molte iniziative per mantenere viva la produzione artistica di Gaber, portandola a conoscenza anche dei più giovani.

«Per prima cosa abbiamo predisposto una mostra su Gaber facilmente trasportabile che è stata molto richiesta in tutta Italia, soprattutto dai teatri. E nel 2004 è subito nato il Festival Teatro Canzone Giorgio Gaber, a Viareggio, nel quale abbiamo coinvolto moltissimi artisti di primo piano, anche delle generazioni successive a Gaber. Ad esempio, Jovanotti è venuto e ha cantato sei sue canzoni con l’umiltà di chi omaggia un Maestro.

Dalia giustamente dice che se uno come lui testimonia della grandezza di Gaber, può essere che i suoi fan si incuriosiscano e vogliano conoscere quello che ha fatto. E la stessa Dalia, con la sua agenzia di comunicazione, ha fatto in modo che il nome di Gaber circolasse tantissimo. Questo è importante perché, ad esempio, De Andrè è presente nelle case con i suoi dischi, il cui ascolto può passare facilmente di padre in figlio, mentre gran parte degli album di Gaber sono registrazioni dei suoi spettacoli, monologhi compresi.

Sono testimonianze, non produzioni discografiche vere e proprie, che non hanno avuto una distribuzione paragonabile. Comunque dei suoi dischi abbiamo fatto riedizioni in cd e in vinile. E ora li stiamo rimasterizzando. Tra le iniziative editoriali c’è il libro Vi racconto Gaber di Sandro e Roberto Luporini, pubblicato da Mondadori nel 2013. E poi abbiamo fatto un grosso lavoro d’archivio, che ora stiamo rinnovando e presto condivideremo sul sito della Fondazione».    

Al Festival Teatro Canzone tra il 2004 e il 2013 hanno partecipato, tra gli altri: Morandi, Jannacci, Baglioni, Battiato, Bisio, Antonacci, Ligabue, Vecchioni, Arbore, Guccini, Ranieri, Dalla, Fossati, Mengoni, Ruggeri, Silvestri. Tra le donne Ornella Vanoni, Gianna Nannini e Patti Smith. Come mai tutto questo è avvenuto in Versilia e non a Milano?

«La famiglia Gaber aveva, ed ha, una residenza estiva a Camaiore, dove Giorgio ha vissuto molto nei suoi ultimi anni. Viareggio invece è la città di Sandro Luporini. A casa sua e nella villa di Camaiore è stata scritta la gran parte degli spettacoli del Teatro Canzone. 

La Regione Toscana alla morte di Gaber è stata la prima a muoversi, assieme alla Provincia di Lucca e al Comune di Viareggio. Sono state messe a disposizione risorse consistenti, nonché un luogo – la Cittadella di Viareggio – e una struttura tecnica adeguati. Gli ospiti non chiedevano cachet ma ovviamente bisognava farsi carico di viaggi, alberghi e allestimenti tecnici. 

In seguito il Festival è stato trasferito per una decina d’anni a Camaiore, in una dimensione più contenuta, per tornare infine nel 2023 a Viareggio, dove si sono esibiti Neri Marcorè e Andrea Scanzi con spettacoli dedicati a Gaber e Giampiero Alloisio con lo spettacolo Le strade di notte. Lo scorso anno era il ventennale della morte di Gaber e Viareggio gli ha intitolato una piazza». 

Ma a Milano, la città di Giorgio Gaber?

«Da ventun anni organizziamo Milano per Gaber, manifestazione in collaborazione con il Piccolo Teatro e sostenuta dal Comune di Milano, che affianca proposte teatrali a un ricco calendario di lezioni-spettacolo nelle scuole. Le lezioni sono state prese in mano da Lorenzo Luporini, figlio di Dalia e pronipote di Sandro Luporini. La formula “un giovane che parla ai giovani” ha funzionato molto bene. Quando la pandemia di Covid ha bloccato il tutto, Lorenzo ha avuto l’idea di realizzare dei podcast, in cui fa parlare Gaber direttamente».

Il Teatro Lirico è stato intitolato a Giorgio Gaber. Non ci fate iniziative?

«Il Lirico ha riaperto solo due anni fa e vi abbiamo portato lo spettacolo di Neri Marcoré. Il Teatro, che è del comune ma a gestione privata, ha disponibilità verso queste iniziative. Però è una sala molto grande e bisogna avere proposte in grado di riempirla. Comunque nei foyer abbiamo collocato due totem per scoprire e approfondire la storia unica di Gaber. Lo scorso anno abbiamo realizzato delle serate al Teatro Menotti, che ha una dimensione più contenuta, proponendo lo spettacolo Polli d’allevamento con Giulio Casale, accanto a produzioni del Menotti stesso (Far finta di essere sani e Libertà obbligatoria)». 

La Fondazione è a due passi da piazzale Loreto, in pieno quartiere NoLo…

«Una zona questa a cui Gaber era molto affezionato. Aveva abitato in una traversa di via Porpora, dove allora c’erano villette a schiera e prati per giocare a pallone. Attorno a Loreto c’era una dimensione di quartiere, pur essendo la porta verso il centro della città. Oggi è una zona molto ben servita – c’è il metrò, la Stazione Centrale vicina – e comoda per chi, come me, si sposta ogni giorno da e per i comuni a est di Milano. C’è però una forte presenza di immigrazione che provoca qualche squilibrio. Vanno evitati i fenomeni di ghettizzazione. Però è una zona molto viva e interessante, in cui la presenza sociale molto varia rappresenta molto bene quello che è stata ed è Milano».

Gaber negli anni Sessanta ha molto cantato la città di Milano: Porta Romana, Trani a gogò, Il Riccardo, La ballata del Cerutti…

«Sì, con Umberto Simonetta, e poi con Jannacci e Dario Fo, Gaber ha dato voce alla città in cui ha vissuto, leggendola con grande affetto e rispetto, anche ammirazione. Ma ne ha anche evidenziato le contraddizioni. Vedi Come è bella la città».     

Vorrei chiudere con un cenno al recente docu-film Io, noi e Gaber, diretto da Riccardo Milani. Voluto e promosso dalla Fondazione Gaber nel 2023, in occasione del Ventennale della sua morte, è stato un grande successo. Oltre che con tanti spezzoni di filmati d’epoca, la storia di Gaber è raccontata attraverso interviste rilasciate oggi da figure a lui vicine, a livello personale e/o artistico. Tra questi: Jovanotti, Ivano Fossati, Gianni Morandi, Gino e Michele, Fabio Fazio, Michele Serra, Mario Capanna, Pier Luigi Bersani. E poi naturalmente la figlia Dalia, il nipote Lorenzo e Sandro Luporini. 

«Il film è uno dei lavori più importanti che la Fondazione ha sostenuto in vent’anni. È un’opera che resta e che rappresenta perfettamente la figura di Gaber. Milani ha fatto un lavoro straordinario, dimostrando una grandissima sensibilità nei suoi confronti. Le scelte degli intervistati le abbiamo lasciate a lui, perché per noi sarebbe stato imbarazzante selezionare alcuni tra i tanti che sono intervenuti alle molte iniziative da noi organizzate». 

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