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“Grazie a Diabolik mi sono pagato l’università e la prima automobile”

Incontro con Mario Gomboli, da sempre legato, prima come soggettista e, in seguito, direttore, alla casa editrice di Diabolik, creato dalle mitiche sorelle Giussani nel 1962.

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Arrivi a Milano da Brescia. Qual è stato il primo impatto con la città? Eri piccolo? Capivi la differenza? 

«Sono nato a Brescia e ci ho vissuto fino alla seconda elementare. Poi da Brescia ci siamo trasferiti a Sesto San Giovanni e quindi non è che ci fosse questa grande diversità. La più grossa differenza era proprio respirare. Ricordo mia mamma che era scioccata dal fatto che, mentre a Brescia lavava le tende una volta al mese, a Sesto la lavava una volta alla settimana. Noi abbiamo respirato veramente quanto di più velenoso ci fosse. C’era la Breda, l’Ansaldo, la Magneti Marelli, la Falk, l’aria era veramente pessima.

Sono rimasto a Sesto fino a 14 anni. Poi mio padre, per lavoro, ha avuto l’appartamento dove vivo ancora oggi, in piazza Cincinnato a Milano, e allora lì è arrivata la città, quella vera. Così ho cominciato a frequentare il liceo Volta, dove ho conosciuto Alfredo Castelli (fumettista e ideatore del fumetto Martin Mistère, tutt’ora pubblicato da Sergio Bonelli, e purtroppo scomparso da poche settimane, ndr), che era un compagno di classe e con cui facevamo i giornalini nel liceo».

Quali sono i luoghi in cui hai abitato a Milano? Cioè da Sesto sei passato direttamente in piazza Cincinnato? Come la trovi oggi?

«In questi anni è cambiata in meglio, nel senso che tutta la parte di via Tunisia, quando ci sono arrivato la chiamavano la casbah. Era una zona dove era meglio non andare in giro la sera, insomma, un po’ equivoca. Adesso invece sembra di essere al quartier latin di Parigi, ci sono ristorantini di tutti i generi. È molto gradevole da vivere. Oltre ad essere servitissima. Ci sono tre linee metropolitane a portata di mano e questo è fondamentale.

Poi ci sono i giardini pubblici col Museo di storia naturale. È stato molto utile con le bambine piccole. Ed è sempre bellissimo. Con quei diorami incredibilmente belli».

Quindi la zona 2 la conosci, perché hai vissuto a Sesto che è proprio al confine. La trovi cambiata? 

Cambiata sicuramente, quando mi capita di passarci vedo che finalmente si è liberata di quel modo di vivere a orari fissi, con gli operai che andavano in fabbrica tutte le mattine, questo vivere le giornate senza divertirsi. Negli anni Novanta era ancora una zona pesante, anche se ormai Sesto non era più la città delle fabbriche, la Stalingrado d’Italia, ma non era ancora stato trovato un nuovo equilibrio. Ecco, la mia sensazione è che oggi si vive molto meglio». 

Mario Gomboli Diabolik

Adesso parliamo di Diabolik, tu ci sei arrivato verso la fine degli anni Sessanta…

«Diabolik nasce nel 1962, creato dalle sorelle Angela e Luciana Giussani e pensato proprio per i pendolari della stazione Nord, perché la Giussani abitava in Cadorna, e vedeva questa massa di persone che tutte le mattine  si infilava come sardine dentro i treni della Nord, e non potevano certo leggere un quotidiano che era ancora in formato “lenzuolo”. Contemporaneamente non erano neanche persone così attente alla lettura da portarsi dietro un libro, perché il libro richiede tempi lunghi di lettura.

Allora ecco l’idea di fare un fumetto tascabile, in un formato che ancora oggi le tipografie definiscono “formato Diabolik”, che è un metodo di comunicazione semplice, elementare, comprensibile a tutti, rivolto a un pubblico adulto. Infatti nei primi numeri c’era la dicitura “fumetto per adulti”, che poi è stata eliminata perché dava l’impressione che fosse una cosa erotica. Invece non è mai stato così, Diabolik si è dimostrato molto prudente da questo punto di vista.

Semmai il Diabolik dei primissimi tempi è un Diabolik molto cattivo, Per esempio, in un episodio c’è Eva Kant che deve fare un trapianto di cornea, va su un molo, c’è un poveraccio che sta pescando, lo ammazza e gli prende gli occhi, cose che accadevano nei primissimi numeri. Quando la concorrenza, quelli che le Giussani chiamavano “La banda delle K” Satanik, Kriminal, Killing, Sadik eccetera, hanno puntato sulla violenza, sullo splatter, sulla morbosità, loro hanno tirato i remi in barca, invece di “il fumetto del brivido” lo hanno chiamato “il giallo a fumetti”, e hanno cominciato a costruire storie molto più articolate, più gialle, o noir se vogliamo, ma non certo morbose. C’è chi ha detto che Diabolik era diventato più buono, in realtà è diventato più pragmatico, uccide quando serve, perché qualcuno si è messo in mezzo, ma come dico sempre, Diabolik non è cattivo, perché il cattivo è colui che gode nel fare del male, Diabolik no, se deve ammazzare qualcuno lo ammazza, non fa un plissè, però lo ammazza senza tortura. Non è più un lavoro, è quello che deve fare.

Il suo lavoro è rubare, cioè Diabolik ama la sfida, ha un’etica e anche il gusto di fare le cose, di superare gli ostacoli».

Visto che questo numero di Noi Zona 2 è improntato per quanto possibile al “femminile”, parliamo di Eva Kant, a cui abbiamo solo accennato prima.

«Non esistevano precedenti nel fumetto rispetto a una figura come Eva Kant, cioè Diabolik è stato ispirato da Fantomas, Rocambole, Arsenio Lupin, tutto il feuilleton francese dell’inizio del secolo scorso. Eva Kant arriva con il numero tre: c’è Diabolik che sta per morire e lei gli salva la pelle. Un vero capovolgimento dei ruoli. E si presenta come una che ha un passato burrascoso, è accusata di aver ucciso il marito, è ricattata da certa gente, insomma, non è certo una sciacquetta qualsiasi no? Poi però, dato all’epoca la maggior parte dei lettori erano costituiti da un pubblico maschile, c’è stata una reazione negativa da parte di molti lettori che ritenevano che Eva stesse togliendo la scena a Diabolik, e quindi ci fu una piccola marcia indietro, Eva diventa un po’ come la mogliettina che aspetta il marito dal lavoro, poi che al lavoro si sia rubato è secondario.

E dura per un buon annetto, un anno e mezzo, forse anche due. Poi c’è un momento in cui Eva si incazza e dice: no, un momento, io non sono una ragazzina, ricordati che se non ci fossi stata io, finivi sulla ghigliottina. Quindi non trattarmi da ragazzina. E da lì comincia a essere di nuovo un rapporto alla pari, complementare se vogliamo, ma tutte e due sono altrettanto intelligenti, altrettanto coraggiosi e tremendamente innamorati. E lei è terribilmente bella, è diversa dagli stereotipi che c’erano a quei tempi, era agile, bionda, occhi verdi…».

Personalmente, la sensazione che mi trasmetteva Diabolik era quella di un eroe: usa armi bianche, ha un codice d’onore, tutto meno che un delinquente.

«È vero, Diabolik ha un’etica sua che ci permette di immedesimarci, nessuno si immedesima con Hannibal the Cannibal. Invece Diabolik, ti dimentichi che magari uccide i poliziotti, perché è una figura che dire onesta è un assurdo, però rispetta le regole che si è dato, tipo appunto usare solo le armi bianche. In certi rari momenti, mi secca ammetterlo, è molto dolce con i bambini ma anche con la stessa Eva Kant, hanno un rapporto alla pari. Sicuramente.

Anche se c’è un episodio famoso in cui lui la piglia per il collo perché aveva dato degli ordini precisi e hanno rischiato di essere catturati dalla polizia».

La tecnologia in Diabolik. La mitica Jaguar era la parte più tecnologica…

«È stato fatto un libro su questa cosa, dal Diabolik Club. Le fughe, i colpi e altro. I trucchi. Diabolik è sempre molto attento, e avanti, il primo laser che usa Diabolik, che sembrava una mitragliatrice Gatling della guerra d’Indipendenza americana, lo usa per aprire una cassaforte. Quando abbiamo fatto la mostra su Diabolik al Politecnico, il rettore ha guardato la data e ha detto: “All’epoca sapevamo che esistevano i laser, ma mai avremmo pensato di poter avere un laser così potente da fondere dei metalli”.

Le stesse lenti a contatto che Diabolik usa, sono praticamente degli occhiali piccoli. Riguardo alla Jaguar è stata scelta soltanto perché era bella, lo stesso vale per la Citroen DS di Ginko. Il fatto è che tutte e due sono rimaste in produzione per tanti anni e ancora adesso sono dei miti, sta solo a significare che le signore Giussani avevano buon gusto. C’è una storia che mi raccontava Brenno Fiumali, l’art director che aveva disegnato la copertina del numero uno. In una sceneggiatura, Diabolik apre il cofano della Jaguar, e butta dentro il cadavere che si deve portare via. Ma il fatto è che non ci sarebbe mai stato dentro, con un motore a 8 cilindri grande così! Ma loro avevano la Volkswagen, ed erano convinti che tutte le auto fossero così, comunque sì, i trucchi, quello era sempre il mio mestiere, io ho cominciato proprio vendendo i trucchi alle Giussani: come aprire una cassaforte, come avvelenare qualcuno, e poi li inserivano nelle loro storie».

Ritorniamo a Eva Kant, questo numero uscirà a marzo ed Eva Kant è nata in marzo. Cosa può suggerire Eva Kant alle donne oggi? 

«Secondo me Eva Kant è un personaggio femminista antelitteram, come lo erano le Giussani, in particolare Angela, che aveva il brevetto di pilota d’aereo, cavalcava come una matta, guidava. Aveva una Mini Cooper e una volta siamo andati insieme a villa Bardolino, sul lago Maggiore, credo che i primi capelli bianchi mi siano venuti in quel periodo, andava sempre a tavoletta, una donna con una grinta notevole, però di un’eleganza… era anche bellissima, ha fatto la fotomodella per le pastiglie Valda, per il dentifricio Colgate. Ed è stata anche la prima donna, quando ha divorziato da Gino Sansoni, a pagare gli alimenti al marito. 

Ma tornando a Eva Kant, penso possa insegnare che essere innamorati non significa essere succubi, e che il vero amore è fatto di parità, è fatto di rispetto reciproco, se il tuo uomo ti manca di rispetto, mandalo a cagare, subito.

Come casa editrice Astorina, abbiamo fatto anche parecchie campagne sociali, contro la violenza sulle donne, abbiamo collaborato con Mondo Donna e ci sono delle storie su Diabolik contro la violenza sulle donne. Ma questo da sempre, le Giussani avevano almeno un numero all’anno di Diabolik legato a temi sociali, quindi la tratta delle bianche, l’usura, la mafia, e quando ci fu il referendum sul divorzio, fu l’unico giornale a fumetti che dedicò una pagina al “votate no”. Comunque se vai sul sito e cerchi Diabolik per il sociale vedrai che siamo molto attivi in questo campo».

Il futuro di Diabolik?

«Posso dirti che abbiamo novecento e passa episodi alle spalle, e continuiamo a inventarne uno nuovo tutti i mesi, e questo è il lavoro più grosso, ed è quello che rimane ancora sulle mie spalle. Sono arrivato in Astorina come direttore ventitré anni fa, nel 2000, ed ero il più giovane della redazione, e adesso sono il più vecchio, però il problema è che sono anche la memoria storica, ho cominciato nel sessantasette a lavorare per Diabolik e mi ci sono pagato l’università, la mia prima macchina, la mia prima tenda da campeggio.

Ai tempi per me è stata una grande svolta collaborare con queste persone, per tutto. Specialmente con Luciana Giussani, con cui sono sempre rimasto amico, poi ho fatto l’architetto, il grafico, i libri per bambini, poi, nel novantaquattro, Luciana è stanca, e chiama Patricia Martinelli, che aveva già lavorato con loro negli anni settanta, e successivamente è passata all’Intrepido e al Monello, e a Grand Hotel. E la nomina direttore, e quindi gli scarica un po’ di lavoro. Patrizia, con cui ho lavorato per il Monello mi ha chiamato per fare il responsabile dei soggetti, e lì ho ricominciato a scrivere, tanto. Ma sono sempre rimasto in contatto con le due sorelle. Poi quando Luciana ha saputo che non ne aveva per molto, nel novantanove, mi ha chiamato e mi ha chiesto se ero disponibile a portare avanti quella che chiamava “la sua avventura”, e quindi sono entrato a tutti gli effetti come direttore». 

Ma quanto ci vuole più o meno per scrivere un numero di Diabolik?

«Beh, dipende. Adesso ho appena stampato l’ultima versione di una storia che sto scrivendo con Tito Faraci. In genere, data l’idea iniziale, sono necessari due o tre incontri e a quel punto il soggetto è pronto. Poi va allo sceneggiatore che necessiterà comunque di un paio di mesi.

Poi al disegnatore, in genere abbiamo due disegnatori, uno per le matite e uno per le chine. E tra tutti e due partono sei mesi. Quindi diciamo che questa storia uscirà probabilmente a primavera del 2025».

È ancora un lavoro artigianale. 

«Eh sì, è un lavoro artigianale, cioè ci sono tutti dei passaggi. Il computer ti può aiutare per certe cose. I retini una volta si mettevano a mano, adesso li mette il computer. Anche le letteriste che che scrivevano le nuvolette non ci sono più, con il computer ti sfido a distinguere la differenza. Noi ne abbiamo ancora una che uso per certi numeri particolari che mi piace siano scritti a mano, ma purtroppo è un altro mestiere che è andato a farsi friggere».

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