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Vovinam, l’arte marziale del Vietnam a Gorla

Vovinam: è la contrazione delle tre parole Vo Viet Nam, arte marziale del Vietnam. La parola Vovinam rappresenta l’arte marziale sotto l’aspetto più fisico della pratica. L’abbreviazione VOVINAM deriva dal fatto che in Vietnam per indicare qualsiasi cosa che rappresenti il paese viene contratta e trasformata in VINA oppure VINAM, che per l’appunto sta ad indicare il VIETNAM.

Ne parliamo con Vittorio Cera, responsabile tecnico e presidente del VO DUONG Gorla Milano, fondato nel 1997.

Come è nata la passione per questo sport?

«È stato casuale. Praticavo judo da bambino, mia madre mi aveva iscritto nel 78, poi mi sono annoiato e ho abbandonato le arti marziali fino ai 15 anni, quando, allenandomi in palestra, ho visto un gruppo di persone fare delle movenze che mi hanno fatto incuriosire, e dopo qualche mese mi sono iscritto».

È uno sport adatto a qualsiasi età?

«No, sfatiamo un mito. Spesso si descrivono determinate discipline come adatte a tutti per pubblicizzarsi, ma io non credo sia così. Ho 52 anni e posso continuare a praticarla per sempre, però la pratico da quando ne avevo 15. Se si inizia a cinquant’anni, a meno che non si sia già atleti in qualche altro ambito, diventa molto più complicato. Nel nostro gruppo, che è molto eterogeneo, si parte dalla prima superiore mentre l’allievo più anziano ha 63 anni, si allena ancora bene, ha qualche acciacco, ma non molla».

Da quanto tempo sei istruttore?

«Ho aperto il mio primo corso nel ’93».

Fornisci anche consigli su alimentazione o recupero? Collabori con nutrizionisti o fisioterapisti?

«Non è il mio ambito, quindi non mi occupo di alimentazione, però sono anche personal trainer, quindi mi occupo anche di preparazione, di allenamento al di fuori dall’arte marziale. Ho anche un nutrizionista che mi segue e dal quale mando le persone che hanno bisogno». 

Su cosa ti concentri di più: tecnica, resistenza, forza, flessibilità, performance?

«Questo è variato negli anni, adesso non mi interessa più la performance, anche se sono rimasto un agonista e ho fatto tantissime gare. Ora ho smesso completamente, ma sono rimasto un po’ agonista con me stesso. Ad oggi comunque sono più interessato alla tecnica, perché la performance peggiora con l’età. Tra l’altro ho subito vari interventi, quindi l’usura ti fa fermare ma poi si recupera». 

Come vanno i progressi nel tempo?

È soggettivo, ma sicuramente quando si raggiungono i progressi, ce ne si accorge. Si scopre perché pian piano impari cose diverse, più complicate rispetto alle precedenti. Poi, quando si insegna, si ha a che fare con centinaia di persone che hanno una risposta diversa, bisogna imparare a riconoscere i limiti e i punti forti per aiutarli al meglio. L’insegnamento è uguale per tutti, ma conoscendo allievi da anni, sai cosa fare per far sì che migliorino». 

Come motivi gli atleti quando perdono costanza o fiducia?

«Ho imparato negli anni a non provare a convincere nessuno, anche se perdi un atleta in quanto istruttore, se vuole andare è meglio lasciarlo fare, potrebbe anche ritornare in futuro. Con i bambini è un po’ diverso, se magari praticano da un po’ di tempo si cerca di lavorare sia sul bambino che sul genitore, cercando di far capire che sarebbe giusto portare avanti un percorso che il ragazzo magari sta facendo bene da anni. Tante volte l’abbandono del bambino è dettato più dalla pigrizia, o la presenza dei suoi amici in altri sport, o, purtroppo, negli ultimi anni c’è la terrificante scusa da parte dei genitori: la scuola. Tutti dovrebbero imparare a fare sport e scuola senza avere grossi problemi, soprattutto quando la scuola è meno impegnativa, fino alle medie». 

Quante volte alla settimana consigli di allenarsi?

«Minimo due volte a settimana. I miei adulti li alleno anche tre volte, magari non tutti, non sempre. Ma dai 9 ai 13 anni solo due, non ne accetto di più, una volta alla settimana i bambini sotto i nove anni. Ovviamente ci sono dei casi con più flessibilità, ma questo è lo standard». 

Che tipo di clientela frequenta la palestra? 

«Non c’è uno standard specifico, però c’è da dire che una volta le arti marziali erano qualcosa di un po’ più settoriale, prendeva più le fasce popolari, ma adesso in realtà le arti marziali le praticano pure dirigenti, impiegati. Ad oggi è un po’ per tutti, l’unico limite può essere che comunque la nostra disciplina è uno sport di contatto e quindi ci può essere timore di farsi male o di avere segni addosso che possono non essere l’ideale da presentare in certi ambiti lavorativi. Ma è anche un po’ un mito perché alla fine ci facciamo molti meno danni di chi gioca a calcio, per esempio». 

Interagisci col quartiere?

«Sì, la mia associazione ha compiuto 28 anni quest’anno e sono sempre stato in quartiere, anche se in diverse sedi. Ci conoscono e ad oggi alleno alcuni bambini che sono figli di ex allievi miei».

Una richiesta bizzarra?

«Un tempo c’erano quelli che volevano subito diventare fenomeni, però è qualcosa che appartiene veramente al passato. Penso che la gente con quelle richieste sia finita nel mondo del kickboxing e simili, sport da combattimento. Forse è più bizzarro che ogni tanto arrivi il settantenne che vuole iniziare una disciplina del genere; da un lato mi dispiace però ci sono dei limiti. Ho fatto iniziare quarantenni, cinquantenni, ma spiegandogli che ci sono dei limiti e i loro obiettivi non possono essere gli stessi di chi ha vent’anni». 

Ti è mai capitato di allenare qualcuno che abbia poi avuto grande successo?

«Ho allenato un ragazzo per un paio d’anni, era un giocatore di calcio dell’Inter giovanile, si allenava nelle arti marziali in segreto perché il contratto con l’Inter non prevedeva che lui potesse fare sport al di fuori dal calcio per evitare infortuni. Ha poi lasciato il calcio ed è diventato un atleta di MMA. Mi ha sempre detto di aver portato nel cuore la pratica del Vo vi nam e ad oggi fa l’allenatore di kickboxing. Io comunque cerco di non far focalizzare troppo i miei studenti sulle gare». 

Per info: 347 40.46.214 gorla@vovinamilano.it, vittoriocera@vovinamilano.it

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