È come una lettera dentro una busta, non sai cosa troverai, ma non vedi l’ora di leggerne il contenuto. La Redazione mi fa immaginare il dialogo, Nino Materi accoglie tutti con un grande sorriso, racconta, con la facilità che solo un bravo giornalista ha, aneddoti, disgrazie e ricordi, la velocità delle sue parole è accompagnata dai colori dei suoi quadri, dalle innumerevoli macchine per scrivere appoggiate, come per caso, su pile di quotidiani. Una gabbietta per uccellini, riempita di giornali accartocciati, diventa un lampadario, qualsiasi oggetto esposto rappresenta una storia, un fatto di cronaca o un bel ricordo. La sensazione è che in questo posto ci devo tornare, non per comprare, lui non vende nulla, ma per dialogare. Infatti, come dice Nino: “Una pagina di giornale in fondo è una tela”.
La Redazione è un luogo di confronto: cosa intendi, cos’hai creato?
«L’apertura della Redazione risale a più o meno sei mesi fa, e in realtà in questo spazio non c’è nessun intento mercantile, insomma non vendo nulla, però è un luogo di scambio, di dibattito. Io appena noto che qualcuno si ferma davanti alla vetrina, gli consegno il mio depliant, per dargli un’idea. Di solito chi si ferma è anche incuriosito da quel che trova all’interno, magari è interessato al mondo del giornalismo o dell’arte e, a quel punto, si creano delle interazioni con la gente del posto. Infatti sono nate tante amicizie con persone che poi vengono a trovarmi e con le quali a volte elaboriamo cose insieme. (Ad esempio ci mostra dei “fogli tipo illustrativi in stile futuristico” che un suo collega ha fatto per lui: il giornalismo diventa posto da abitare)».
Quindi comunicazione e arte…
«Sì, perché la comunicazione è stata la mia vita personale per quarant’anni, mentre l’arte è diventata il mio hobby nell’ultimo ventennio per cui ho iniziato a sentire un bisogno, un’urgenza, tanto da sentirla più impellente, preferendo creare situazioni artistiche che scrittura di articoli».
Come dicevi tu prima: una pagina di giornale in fondo è una tela
«È una tela bianca. In tutti i miei lavori artistici o creativi c’è sempre un rimando al mondo dei media, che mi è rimasto dentro. Se fai il giornalista per tanto tempo, ti senti giornalista. Non è che quando chiudi con la tua azienda non lo sei più, è una visione del mondo».
Come mai hai scelto questa zona?
«Cercavo un posto non lontano da casa per evitare disagi e, battendo la zona, ho trovato questo locale che aveva fuori il cartello affittasi. Ho contattato l’agenzia per dare un’occhiata e mi è subito piaciuto perché aveva la stessa impostazione della vecchia libreria (sono gli ex locali del Covo della ladra, storica libreria di zona ormai chiusa) e quindi ho trovato la struttura, le mensole interne, perfetti per i miei obiettivi espositivi. Tutto quello che ho qui era materiale che conservavo in casa e in cantina. Ho chiuso il contratto, la proprietaria è stata di una disponibilità eccezionale e praticamente ho riempito lo spazio in tre giorni, il tempo di portare tutto da casa a qui e il locale era bello e fatto».
Quindi vivi a Milano da molto tempo?
«Vivo a Milano dall’89, mi sono traferito dopo aver vinto il concorso nazionale alla scuola di giornalismo a Milano, che era l’unica scuola ai tempi a riconoscere il praticantato. Prendevano solo 40 persone ogni due anni e per i giovani era quasi mitologico. Io poi vivevo in Basilicata dove non c’era neanche un quotidiano, le uniche strutture giornalistiche erano la Rai e l’Ansa. Quindi tentai quest’avventura. A Milano, ero già pubblicista quindi ho potuto accedere alle prove e alla fine mi andò bene tra passione e forza. Entrai in questi fatidici 40 selezionati e, a fine anno, si entrava come stagisti in varie redazioni, in base alla disponibilità e ai gusti del candidato. Io ho sempre avuto un riferimento in Indro Montanelli e chiesi di fare lo stage estivo a Il giornale. Iniziai come stagista e, nell’anno del boom della Lega, alcuni redattori del giornale si candidarono alle elezioni e quindi io entrai in sostituzione di un aspirante leghista. Io “terrone” preso al posto di un leghista!».
Ho fatto molti anni alla cronaca di Milano, poi sono passato alle cronache nazionali».

Milano è cambiata da quando l’hai vista in quegli anni?
«Direi che è un’altra città per alcuni versi anche se ha mantenuto certi aspetti. Mi ricordo appena arrivato piazza Duomo con le pubblicità, le insegne, cose che io vedevo solo nei film, e quando la vidi mi emozionai. Il primo anno di permanenza a Milano andavo a scuola in via Bande Nere e cercavo una casa a buon prezzo. Mi ritrovai al piccolo Cottolengo di don Orione perché l’affitto era molto basso. Andai ad informarmi e il prete mi disse che serviva la certificazione del mio parroco di Potenza che attestasse che fossi idoneo, cattolico e battezzato. Portai lettera e tutto e mi dissero che dal giorno dopo sarei potuto venire a prendere il mio letto. Io, con tutta questa procedura mi aspettavo una bella stanza, invece era una camerata di 22 persone in cui ero l’unico italiano. Feci amicizia con tutti ovviamente e sull’anta dell’armadietto del mio vicino africano vidi un manifesto di Totò. Trovandolo strano gli chiesi spiegazioni e lui mi rispose: “Perché a noi del Sud ci piace Totò.” Poi presi casa con altri tre colleghi ad Inganni e lasciai il piccolo Cottolengo.
Quindi, le differenze sociali a Milano si sono accentuate, anche in contesti di criminalità. Via Padova presenta sia situazioni virtuose di crescita e contributo alla zona, ma anche molta arretratezza. Questa è una contraddizione che si riflette su Milano e credo in tutte le metropoli.
Cambiando la persona cambia anche la prospettiva e quindi non saprei dirti quanto Milano sia cambiata, magari situazioni che consideravo normali anni fa, oggi inquietano, rendono più timorosi. C’è meno fiducia, ma sicuramente i luoghi comuni legati alle zone a rischio reggono fino a un certo punto perché il pazzo o il delinquente lo trovi dappertutto. Io sono stato fortunato e in tutti questi anni a Milano non ho assistito o subìto nessuna situazione di violenza, molte le ho vissute come cronista, raccontandole. Io non credo che Milano sia così problematica rispetto ad altre realtà».
Ora che hai aperto questo spazio cosa ti aspetti?
«Niente, non ho aspettative eccezionali. Qui mi diverto ed è un divertimento che cerco di condividere con chi ha i miei stessi interessi o passioni. Non cerco pubblicità o consensi, vivo alla giornata come vivevo alla giornata da cronista, si inizia e non si sa cosa succederà e la giornata va avanti così. Qui cerco di riproporre lo stesso meccanismo. La mia prima grande soddisfazione adesso è la mostra che si è tenuta nella Biblioteca di Crescenzago dal 26 gennaio al 28 febbraio, dove ho presentato questo lavoro sulle dismissioni, relativo al concetto di avere una casa che ti viene sottratta per mille motivi e lo struggimento di chi vive un’assenza, una perdita di questo tipo. Nella locandine ci sono infatti le mie due figlie nella casa che ho perso appunto, a Potenza.
Anche per un avvenimento naturale perché ho vissuto un terremoto nell’80; ero in centro a Potenza e ho visto il centro storico frantumarsi. Corsi verso casa e anche casa mia era venuta giù. Quindi ho vissuto con la famiglia in tende militari, poi in roulotte, poi un po’ anche in albergo e da amici. Prima di ricostruire almeno la struttura portante della casa ci volle almeno un anno, il resto del palazzo era rimasto integro. Ricordo la parete alle spalle del letto matrimoniale dei miei genitori che aveva praticamente seppellito il letto.
Qualche giorno fa un anziano con tre bambini si è fermato davanti alla vetrina e io come mio solito mi sono fiondato fuori a chiedergli se volessero informazioni, perché la gente rimane spesso spiazzata. Li ho invitati ad entrare perché i bambini erano interessati a tutta l’oggettistica, si sono fatti qualche foto e gli ho raccontato lo spazio».
Per saperne di più: La Redazione, via Scutari, 5 Milano. Tel. 335 12.02.502




