Gaetano Liguori: “uomo dal multiforme ingegno” avrebbe detto di lui Omero. È un grande della musica jazz, compositore, per 40 anni docente di pianoforte al Conservatorio di Milano, impegnato nel movimento degli anni ‘70 e ora nel sociale e contro le mafie.
Raccontaci la tua storia. Quando hai incominciato a pensare alla musica come leitmotiv della tua vita?
«Per raccontare la mia storia devo rifarmi ai luoghi di riferimento della mia vita a Milano, che sono tre: Corvetto, Conservatorio e Università Statale. Inizio dal Corvetto quando la mia famiglia, nel 1957, si è trasferita da Napoli a Milano. Lì sono cresciuto, era un quartiere nuovo di media borghesia, non industriale che, negli anni ’50, stava ai margini della campagna, i terreni erano ben coltivati dai Certosini dell’Abbazia di Chiaravalle e si poteva andare ad acquistare il latte in cascina. Ho conosciuto una Milano che non c’è più, dove si parlava il dialetto, c’erano le cooperative, si giocava a scopa e si beveva il Fernet. Eravamo la classica famiglia del sud: padre, madre, nonna materna e due figli. Il motivo del trasferimento dalla bella Napoli a Milano stava racchiuso in una sola parola “lavoro”. Non eravamo certo nella situazione del film “Rocco e i suoi fratelli”, perché mio padre era un musicista già affermato, suonava la batteria e non aveva difficoltà a trovare una orchestra che gli fornisse un ottimo ingaggio, ma tutto questo era possibile solo a Milano, città che aveva avuto dagli anni ’50 un importante sviluppo dell’industria discografica. Milano gli avrebbe consentito di staccarsi dai night, che lo obbligavano a suonare fino alle 3 o alle 4 del mattino, per dedicarsi alla registrazione. La mia famiglia era, da parte di madre, una vecchia famiglia del ceto medio napoletano mentre, da parte paterna, era più composita e affine a quella che sarà poi la mia vita. Mia nonna paterna di cognome faceva Di Giacomo e annoverava un monsignore teologo, un ufficiale medico militare, il grande poeta Salvatore Di Giacomo e due batteristi, Gegè (orchestra Carosone) e Peppino, oltre a mio padre Pasquale, pure lui batterista.
È chiaro che sono cresciuto nella musica. Un pomeriggio, mentre faceva le prove, mio padre mi fece suonare la batteria; dimostrai una certa perizia e una buona dose di swing, che probabilmente derivava dal DNA familiare. Tutti mi fecero i complimenti e io decisi all’istante che avrei fatto il musicista, per la precisione, il batterista. Avevo sette anni. I miei primi ricordi non sono cavallucci e automobiline ma batterie e soprattutto tavolette rivestite da una gomma rossa, che servivano a mio padre per studiare senza essere buttato fuori dal proprietario di casa.
In quel tempo Milano era la capitale della musica; la colonna sonora di quegli anni furono senza dubbio i Gufi che, non a caso, mescolavano la canzone popolare meneghina ai ritmi jazz.

Ma un giorno arrivò in casa un pianoforte, che mio padre aveva comprato a rate, era uno Schulze Pollmann marrone che fu messo in salotto; mio padre voleva incominciare a studiare ma fui io che iniziai… e continuai. Il ricordo di quel giorno è sempre vivido e la mia emozione di quel momento è ancora oggi intensa.
La mia prima insegnante era la classica maestra di quartiere con tre o quattro allievi non molto motivati, mentre a me piaceva tutto, l’odore del piano vecchio, il rumore dello sgabello quando lo sistemavo prima dell’inizio della lezione, i vecchi libri passati per generazioni di studenti, con notazioni ancora valide e l’energia con la quale la maestra suonava.
All’epoca non amavo invece studiare, mentre mi piaceva andare a scuola per stare con i compagni; ero estroverso, un po’ irruente, mi piaceva comandare ma rispettavo l’autorità, ero portato a fare il leader ma mi assumevo da subito le mie responsabilità, non ero piagnone, ero sereno e mi piaceva divertirmi. Probabilmente non ho mai fatto un compito a casa e in classe non ero attento. A parte la musica, il mio rendimento scolastico preoccupava molto i miei genitori. Ho comunque avuto un’infanzia felice, i compagni di scuola erano anche gli amici del cortile e avevamo intorno a noi tanto spazio per giocare interminabili partite di pallone o per lotte furibonde tra indiani e giacche blu.
Fui bocciato alla fine della prima e poi della seconda media. Dovevo ancora ripetere ma, nel frattempo, a mio padre era giunta notizia che avevano inserito la scuola Media nel Conservatorio, nell’anno in cui l’obbligo scolastico era salito dalle elementari alle medie».
Quando sei entrato e quanto ha influito il Conservatorio sulle tue scelte future?
«Ed ecco il mio secondo luogo di riferimento. Mio padre mi iscrive alle Medie del Conservatorio e, nel 1963, mi trovo a varcare quel portone, evento che ha dato una svolta importante alla mia vita.
Dopo l’esame del quinto anno dovevo decidere se continuare al Conservatorio con pianoforte oppure tornare alla batteria. Pur nutrendo una grande passione per la batteria scelsi il pianoforte che, come strumento, mi sembrava più completo. Mi capiterà spesso, però, di suonarla la batteria in vari contesti, dalla musica contemporanea al jazz. Nonostante le difficoltà, negli anni ‘60 il jazz cominciava ad affermarsi a Milano e qualche locale gli dedicava parte della programmazione. Il Capolinea, ad esempio, era un po’ la casa di molti musicisti jazz.
Al Conservatorio ho poi seguito il corso di composizione per cinque anni e, non appena istituito il corso di Musica elettronica, nel 1968, mi sono subito iscritto. Sono stato il primo diplomato in Italia in musica elettronica. In questo corso ho fatto un incontro che avrebbe rivoluzionato la mia vita di giovane studente e di futuro musicista, il maestro Angelo Paccagnini. Nonostante le strutture fossero carenti, il maestro ci spronava, con una energia incredibile, ad essere noi stessi, a trovare il nostro percorso artistico; ci faceva capire che nella musica non c’erano distinzioni di genere: tradizione e invenzione dovevano avere pari dignità, la musica era bella o era brutta, insomma, guardare al passato con un occhio rivolto al futuro. Dunque si poteva, anzi si doveva, sperimentare, inventare, cercare nuove forme espressive.
Non potrò mai dimenticare, però, che le mie prime esperienze musicali hanno al centro la batteria e mio padre. Nel 1962 successe che mio padre, che suonava a Riccione in un dancing con una buona orchestra, si ammalò e io lo sostituii, per la prima volta, per una intera serata.
Un’altra esperienza con mio padre fu quando, nell’estate 1962, lo accompagnai in una sala di registrazione per incidere un 45 giri – Cuando calienta el sol – ed ebbe l’idea di aggiungere le maracas per rendere il brano più esotico. Diede l’incarico a me di suonarle: dall’inizio alla fine non sbagliai neppure una volta, tenendo il ritmo e non sgarrando mai. Avevo solo 12 anni. Sono grato a mio padre per avermi preparato a fare la professione.
Il tuo percorso è stato inevitabilmente legato alla musica, che hai iniziato ad ascoltare fin da bambino.
In effetti, in casa mia non avevo scelta perché era sempre musica. Per mio padre il jazz era la vera passione, i colleghi di papà erano tutti jazzisti. Il leitmotiv che mi ha accompagnato per tutti gli anni ’60, e anche dopo, era che il jazz non dava tanto da vivere, per cui i musicisti professionisti si dedicavano alla registrazione e, dopo una giornata di melodie più o meno melense, avevano voglia di suonare per sé. Allora col loro sax o la tromba si recavano nei due locali “storici” milanesi: il Santa Tecla e la Taverna messicana. La colonia più agguerrita era quella dei “piemontesi”, Basso, Valdambrini, Piana, Masetti tutti professionisti che, per amore del jazz, si esibivano fino alle ore piccole. Oltre a loro c’era anche un giovane chitarrista, Franco Cerri, i batteristi Gil Cuppini, Lionello Bionda e altri che comparivano saltuariamente. Alla fine degli anni ’60 ero diviso tra la passione per il jazz, l’amore generazionale per il rock e l’interesse per quella che si definiva “musica contemporanea”. La domenica, dopo aver mangiato il ragù napoletano della nonna, studiavo il piano a casa e ascoltavo dischi. La mia formazione musicale è avvenuta attraverso Charlie Parker, Max Roach, Thelonious Monk, Miles Davis e tanti altri. Considerata la giovanissima età posso dire che i miei gusti erano raffinati, ma questa era la fortuna di avere un padre musicista».
Perché il jazz ha esercitato un fascino così forte su di te?
«Io ho sempre voluto fare jazz, anche se avevo scelto di studiare il pianoforte classico, perché il jazz ti dà una libertà di espressione che nessuna altra musica ti può dare. Il jazz delle origini è sempre stato legato indissolubilmente a trasgressione, sesso, alcol, droghe, malavita. Nasce nei bordelli di New Orleans, nel famoso quartiere a luci rosse tra compiacenti signorine e ricchi signori che, per l’occasione, non si facevano problemi razziali e brutti ceffi di ogni genere. I musicisti, spesso autodidatti, davano sfogo alla loro creatività, improvvisando su un canovaccio armonico. Il jazz è la musica della contestazione. Ho iniziato a suonare nei gruppi beat e con gruppi di avanguardia degli anni 60-70. A quel tempo si poteva suonare jazz solo per hobby perché, l’ho detto prima, con il solo jazz non si poteva vivere. La sua origine afro-americana lo aveva fatto diventare “musica contro”. Negli anni ’70 sono riuscito a legare la mia vita studentesca e tutto il mio impegno politico-sociale alla musica. Il mio primo album, composto nel 1974 col mio gruppo, gli Idea Trio, l’ho chiamato Cile libero, Cile rosso, da una frase che avevo visto scritta sui muri ed è uscito con la PDU, etichetta di Mina. Ad un certo punto mio padre subentrò al batterista del Trio e la prima prova discografica del nuovo complesso fu La cantata rossa per Tall el-Zaatar, campo profughi palestinese, teatro di un massacro nell’anno precedente, che resta una delle mie opere più significative per contenuto politico e musicale, tanto che sarà poi ripubblicata su cd da Radio Popolare nel 2002».
Quando è arrivata la tua docenza in Conservatorio?
«È arrivata nel 1978, quando ero molto giovane, ed è andata avanti per 40 anni. Con questa nomina non mi sono mai allontanato da Milano mentre altri colleghi erano costretti a girare l’Italia. Ormai provo un senso di appartenenza a queste mura, dove ho lavorato con Luciano Chailly, padre di Riccardo, Direttore musicale della Scala.
La contestazione, quando suonavi il free jazz…
«Il mio terzo luogo di riferimento a Milano è stata la Statale. In Conservatorio la contestazione non arrivò con lo stesso impeto che ebbe alla Statale ma arrivò qualche anno più tardi. Mi riconoscevo nelle istanze del Movimento Studentesco e cominciai a frequentare le assemblee della Statale e a partecipare alle manifestazioni del sabato pomeriggio in centro a Milano, manifestazioni che finivano quasi sempre in scontri con la polizia. Quel vento nuovo, però, mi prese subito. Noi vivevamo in Università non solo per la politica ma anche per stare insieme. A quell’epoca il mio jazz era quello delle grandi rivolte americane e la musica delle rivolte era il free jazz. Di solito, dopo la manifestazione, qualcuno proponeva di fare un concerto, il concerto si faceva e trovavi un pubblico di 2/3.000 persone pronte ad assistervi. Ero un musicista militante, ero come gli altri ragazzi che facevano le manifestazioni, l’unica differenza è che alla fine salivo sul palco e suonavo il piano. Anche se era jazz i ragazzi ci stavano perché erano tempi in cui la musica era anche ricerca».
Hai lavorato con tanti personaggi famosi
«Ho fatto la prima tournée con Svampa e Patruno. Mandavo i soldi a casa e, dopo nove mesi in giro, mi sono comprato il pianoforte che ho ancora. Tenevo concerti a Milano ma anche fuori, circa 20 al mese. Nel 1973 il mio concerto più importante è stato a Verona dove mi sono esibito prima di Miles Davis. Erano anni di fermenti culturali, il jazz è stato introdotto anche in contesti diversi dai teatri, come il Paolo Pini, quando era ancora un luogo di cura psichiatrica. I tempi erano però in rapida evoluzione e presto incominciai a capire che il fenomeno jazz, così come lo avevo vissuto, era avviato alla fine. Il processo creativo vero e proprio sembrava cedere il passo a facili compromessi musicali e dichiarazioni programmatiche di disimpegno sociale e politico. Il pubblico era cambiato e io non sentivo più gli stessi stimoli creativi. Pensai di prendermi una pausa e dedicarmi alla composizione di musica per il teatro, cinema e radio. Successe, però per caso, che un amico mi mettesse in contatto con Stella Leonetti, autrice di testi teatrali e giornalista de La Repubblica che, con Lella Costa aveva ideato uno spettacolo tutto al femminile e parecchio femminista. Così composi una delle mie prime colonne sonore. Lo spettacolo ebbe successo. E, anche se ero conosciuto soprattutto come jazzista, molti teatri alternativi cominciarono a cercarmi. Quindi ho lavorato con molti nuovi registi dell’epoca e tanti attori allora giovani e oggi famosi come Lella Costa, Claudio Bisio, Branciaroli, Haber e altri. Ma la grande occasione arrivò con la telefonata di una persona dalla voce inconfondibile, Dario Fo. Mi propose di seguire le musiche di un nuovo spettacolo in allestimento a Prato e io accettai, ma alla fine della telefonata mi tremavano le gambe. Avrei lavorato col grande Dario Fo, il mio idolo dagli anni ’60! Raramente ho lavorato con una figura carismatica come Dario. Lavorare con lui è stato come frequentare cento scuole di teatro. Il mio ultimo impegno musicale è intitolato Un pianoforte per i Giusti composto per Gariwo, acronimo di Gardens of the Righteous Worldwide. È una onlus che lavora per far conoscere i Giusti, cioè le persone che hanno salvato la dignità umana in tempi bui; i giusti e la musica non potranno cambiare il mondo ma possono senz’altro renderlo un posto migliore».
Gaetano Liguori ha avuto diversi riconoscimenti per la sua attività: il Premio della critica discografica nel 1978, il Premio Unesco-con Daniele Biacchessi-per il reading “Aquae Mundi”(contro la proposta di privatizzazione dell’acqua) nel 2011, il Premio della cultura contro le mafie nel 2015 e – lo abbiamo lasciato per ultimo ma è il più prestigioso – l’Ambrogino d’oro, massima onorificenza civile della città di Milano. Fa parte dell’Associazione per i Giusti.
Liguori ha registrato, tra vinili e CD, più di 40 album e ha fatto 3.000 concerti in giro per il mondo.
A proposito di giri per il mondo hai fatto tanti viaggi avventurosi e concerti in Paesi difficili, dove rischiavi la vita per problemi politici, lotte interne, guerre o anche ostilità degli abitanti o natura nemica.
«Sì, ho frequentato anche una scuola di sopravvivenza per conoscere i miei limiti (in fondo, normalmente io suonavo il piano in Conservatorio). Sono stato a Cuba per il Festival internazionale della Gioventù nel 1978, viaggio senza rischi, ma successivamente in tanti Paesi come India, Venezuela, Nicaragua, Eritrea, Siria, Thailandia, Isole Andamane, nel Saharawi con i guerriglieri del Fronte Polisario, in Libano a Sabra e Chatila e altri. Ho adottato temporaneamente una bambina del Burundi che portava i segni di colpi di machete; l’ho fatta operare a Milano, ha studiato fino alla terza superiore e poi è ritornata al suo paese, si è sposata, ha due figli e siamo sempre in contatto. Ciascun viaggio era motivato dalla esigenza di constatare le reali condizioni di un Paese, anche rischiando in prima persona».
Gli avventurosi racconti di viaggio di Gaetano Liguori meriterebbero pagine a sé che qui non abbiamo, perché c’è ancora un aspetto della sua vita, l’ultimo in ordine temporale, che non abbiamo ancora trattato.
Socrate diceva “conosci te stesso”. Dopo essere stato in giro per il mondo, hai intrapreso un percorso interiore che ti ha portato a iscriverti alla facoltà di Teologia dell’Università Teologica dell’Italia Settentrionale, conseguendo il baccalaureato col massimo dei voti e la lode. Quando è nata la tua esigenza di ricerca spirituale?
«Da anni frequentavo i Gesuiti di Piazza S. Fedele che hanno costituito per me un punto di riferimento. Lì ho incontrato Padre Bartolomeo Sorge per una intervista che mi volle fare per la sua rivista Popoli. Alla fine fui io ad interrogarlo sul suo impegno in prima linea nella lotta alla mafia in Sicilia. Sotto gli occhi della scorta che gli era stata assegnata parlammo dei miei viaggi solidali in Medio Oriente e dei concerti tenuti in giro per il mondo. Al Centro S. Fedele dibattevamo con tanti laici e agnostici di tanti temi, tipo “Il problema della sofferenza e del male”.
Fin dai primi anni 2000 faccio ritiri di assoluto silenzio di almeno una settimana in Monasteri come Eupilio nel Comasco, Campello sul Clitunno in Umbria o Fonte Avellana nelle Marche. In queste occasioni ho conosciuto un barnabita, Padre Antonio Gentili, ho letto le sue opere e ho trovato nel Cristianesimo le mie radici. Ho scritto un libro Silenzio grembo del mistero, appena uscito, che è un qualcosa al crocevia tra la mia tesi di laurea e un reading musicale; è stato infatti presentato recentemente al Teatro Menotti nel cartellone di JazzMi. Nel libro ho collegato le figure di Gesù Cristo, Budda, Giovanni Battista e Socrate. Ora sto preparando la tesi per la specializzazione sul tema “Spiritualità della musica, mistica del jazz”».
Un grande jazzista, sceso dalle barricate del ’68 e dalla cattedra del Conservatorio per laurearsi in Teologia. Sei passato dall’idea di rivoluzione ispirata dal Che ad una rivoluzione interiore che porta alla via di Damasco?
«La mia non è una conversione vera e propria, resto profondamente laico pur essendo su sentieri per niente distanti da quelli battuti da S. Paolo. Il mio percorso di studi mi è servito per rispondere alle due domande fondamentali a cui ogni uomo non dovrebbe sottrarsi: qual è il senso della vita e quale quello della morte?».
Per saperne di più:
G. Liguori, Confesso che ho suonato, Skira ed. 2014
G. Liguori, La mia storia del Jazz, Jaka Book ed. 2021
G. Liguori, Silenzio grembo del mistero, ed. Scarabocchio 2025




