di Roberta Osculati – vicepresidente del consiglio comunale di Milano
È stata questa provocazione a incuriosirmi quando mi sono imbattuta nella promozione dell’iniziativa del Mean – Movimento Europeo di Azione Nonviolenta, che proponeva un pellegrinaggio in Ucraina dall’1 al 5 ottobre 2025, in concomitanza col Giubileo indetto da Papa Francesco.
Così siamo partiti in 110 per portare un concreto segno di solidarietà al popolo ucraino che da quasi quattro anni sta subendo la barbara aggressione russa: insieme abbiamo vissuto momenti di condivisione, preghiera e gioia, fatti di ascolto, confronto, musica, performance artistiche ed esibizioni sportive.
In realtà, fino all’ultimo, ci avevano detto che l’itinerario avrebbe potuto subire variazioni a causa degli imprevisti della guerra e solo di giorno in giorno, sul posto, venivamo messi a conoscenza dei dettagli dei luoghi e delle persone che avremmo incontrato.
Poi ho capito. Ma per spiegarlo devo partire dalla fine, esattamente dall’ultimo giorno, quando ormai a pochi chilometri dal confine polacco il treno del ritorno si è fermato nel mezzo della notte a causa di un attacco aereo nelle vicinanze: oltre 500 droni e 50 missili hanno preso di mira la regione di Leopoli che stavamo attraversando. Allora ho capito cosa significhi vivere in guerra ed essere esposti sempre all’imprevedibile.
Nei giorni precedenti eravamo stati a Kyiv e Kharkiv, dove la app che diramava gli alert ci aveva svegliati due volte per notte, ci eravamo rifugiati nei bunker dell’albergo, ma senza alcuna conseguenza, perché gli attacchi erano molto lontani dalla zona in cui noi ci trovavamo e dunque per noi era stata quasi un’esercitazione, nulla più. E ora, mentre il treno correva verso il confine europeo, pensavamo di esserci lasciati alle spalle le zone più pericolose. Invece quello fu uno dei peggiori attacchi dall’inizio dell’invasione russa, che per distruggere importanti infrastrutture ha anche causato la morte un’intera famiglia di 5 persone.
Questa è l’imprevedibilità della guerra: non puoi calcolare, non puoi programmare, non puoi sentirti mai al sicuro.
Gli ucraini vivono questo terrore tutti i giorni e tutte le notti.
Dunque, in quale altro posto al mondo serve portare un messaggio di speranza? Ce l’aveva confermato anche il Rettore di un’università di Kharkiv che avevamo incontrato nei giorni precedenti: «Cercavo di capire come mai persone dalla bella e soleggiata Italia vengono in un paese in guerra e per di più in una zona vicina al fronte, rischiando realmente e abbracciandoci in questo pericolo. Mi domandavo perché lo fate, ma dentro di me avevo già la risposta: la guerra è il male assoluto perché distrugge tutto, le case naturalmente, ma anche le speranze, le anime, l’empatia, distrugge tutto ciò che tocca, anche le idee delle persone più belle. Però c’è una cosa più brutta della guerra, ed è l’indifferenza. E quando voi siete arrivati qua, ci avete ricordato che c’è un mondo che non è indifferente, la vostra empatia spezza quel malvagio incanto della guerra e la vostra azione di resistenza non violenta ridona a noi la speranza di riuscire a combattere contro il male».
Eppure, a conti fatti, oggi sono qui a raccontare non tanto della speranza che noi abbiamo portato al popolo ucraino, bensì della speranza che abbiamo raccolto da diversi momenti vissuti insieme: incontri con una società civile ferma e risoluta nell’obiettivo di aderire un giorno all’Europa; testimonianze di amministratori locali che lavorano per non far mancare nulla alle comunità provate dalla guerra e per tenere alta la speranza di un futuro migliore; chiese “ospedali da campo”, circondate da tende diventate “punti di invincibilità” per chi ha perso tutto; la resilienza del direttore della Filarmonica di Kahrkiv, chiusa da tre anni, che organizza solo per noi un favoloso concerto d’organo presentato da un’elegantissima presentatrice, che a fine serata scopriamo accompagnata dal marito in congedo militare, che ancora indossa la divisa mimetica; la preghiera interreligiosa per i caduti in piazze e cimiteri coperti da infinite bandiere giallo-azzurre sopra a fotografie di giovani che salutavano la vita con un sorriso.
E ci convinciamo sempre più che c’è uno spazio di azione nonviolenta che possiamo e dobbiamo abitare: la missione del Mean è stata l’occasione per capire l’importanza di lavorare su processi di mediazione che, in situazioni di conflitto, favoriscano il dialogo, la comprensione tra le parti, l’avvio di processi di mediazione, e al tempo stesso sappiano agire il ruolo di osservazione, monitoraggio e dissuasione delle discriminazioni. Insieme, italiani e ucraini, chiediamo alle istituzioni nazionali ed europee di ratificare i “Corpi civili di pace” per rilanciare un protagonismo capace di dare una visione europeista ai processi di costruzione e difesa della pace.




