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martedì, 29 Novembre 2022
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San Giuseppe dei Morenti, il duomo di Crescenzago

Le ragioni che hanno portato alla costruzione della chiesa nel 1941, furono la constatazione che si trattava di una zona semiabbandonata.

Sabato 30 ottobre l’arcivescovo monsignor Delpini è venuto in Zona 2, alla chiesa di San Giuseppe dei Morenti, per celebrare – in un tempio pienodi fedeli – l’80° anniversario di fondazione della parrocchia e di apertura al culto della chiesa avvenuta nel 1941.

Ciò che nel lontano ’41 aveva determinato la decisione dell’arcivescovo per l’apertura di un nuovo luogo di culto in una periferia ancora sensibilmente distante dalla vera città, era stata la constatazione che questa zona era pressoché abbandonata tra i due poli caratteristici del territorio: da una parte piazzale Loreto che si univa alla città attraverso corso Loreto e i bastioni di Porta Venezia, dall’altra parte, ma molto lontano, il borgo di Crescenzago, antico comune, con la sua canonica, la chiesa dedicata a Santa Maria Rossa, il Naviglio e le ville della Riviera di Crescenzago. In mezzo non c’era nulla: c’era una strada, via Padova aperta un secolo prima, nel 1828, che correva tra i campi, squallida, con qualche cascina ogni tanto, dove i bambini giocavano seminudi, non andavano a scuola né in chiesa (che non c’era). Ma stavano arrivando i primi immigrati dal Sud o dal Veneto, contadini attirati dal salario garantito nelle nuove fabbriche di Greco e Sesto San Giovanni, e che avrebbero, con il passare degli anni, urbanizzato questa strada, divenuta oggi una delle più popolose e multietniche della città.

Il primo parroco, don Giuseppe Del Corno (medaglia al valore della prima guerra mondiale), non aveva a disposizione assolutamente niente: la sua prima messa domenicale venne celebrata in una stanza delle case popolari di via Celentano, abitate prevalentemente da una popolazione con simpatie socialcomuniste.

Nel 1939 don Giuseppe incaricò il nipote architetto Umberto Del Corno di redigere il progetto della chiesa. Il 1° luglio 1939 il cardinale benediceva la prima pietra della nuova chiesa e vi inseriva una reliquia del suo maestro padre Placido Riccardi. E venne il giorno della inaugurazione: 1° novembre 1941.

Descrizione

Un grande artefice della chiesa fu Antonio Martinotti, della Scuola Beato Angelico, che disegnò la facciata, la Via Crucis e gli affreschi interni della chiesa, la cui descrizione meriterebbe più di un accenno frettoloso. Dominano la facciata il mattone rosso, tipico di questa zona di fornaci, la grande vetrata con l’imponente figura di San Giuseppe col Bambino in braccio, e il bianco portale, in marmo di Carrara (realizzato dall’architetto Vitaliano Marchini) che si staglia sul rosso dei mattoni. Nell’atrio, 8 affreschi descrivono fatti del Vangelo e l’immagine dei Santi: Carlo, Paolo, Ambrogio, Pietro. L’interno, a navata unica, è caratterizzato da due matronei, che richiamano la maestosità delle antiche cattedrali. Le pareti laterali sono dominate dagli affreschi della Via Crucis e, nella parete d’entrata, da quelli dei santi Antonio e Rita. Ma di tutto, la parte più interessante rimane il presbiterio, ristrutturato secondo i dettami del Concilio nel 1972 dall’architetto padre Costantino Ruggeri, che vede al centro il modernissimo altare e la vasca battesimale, mentre l’abside è occupata da un unico crocifisso in gesso, donato dalla chiesa del Carmine. Le misure esterne di questa enorme chiesa, che gli abitanti avevano battezzato “il duomo di Crescenzago”, arrivano a 61 metri di lunghezza, 32,20 di larghezza, 29,50 di altezza in un’area complessiva di 12.000 metri quadri.

I collaboratori

Fin dai primi giorni un grande aiuto al parroco lo diedero due Congregazioni: le Suore Preziosine di Monza (la cui scuola in via Riccardi, a fianco della chiesa, venne inaugurata nel 1956), che si presero cura dei bambini, e i Fratelli delle Scuole Cristiane dell’Istituto Gonzaga, che nel 1954 aprirono l’Istituto San Giuseppe.

Dall’attività e dalla spinta edificatrice di don Giuseppe Del Corno, nacquero tutte le chiese della zona: San Giovanni Crisostomo in via Padova (1966), San Basilio in via Magistretti (1967), San Gerolamo Emiliani (1965) a Cimiano insieme con il Centro professionale Opera Don Calabria (1950), San Leone Magno in via Carnia (1966), il Centro Schuster (1954). E infine la chiesa dei Re Magi in via Regina Teodolinda, che nell’800 era stata ridotta a cascina, e, grazie all’opera di recupero di don Giuseppe, ritornò nuovamente alla dignità di una chiesa preziosa nei suoi abbellimenti del gotico lombardo, riconsacrata dal cardinale Colombo il 5 gennaio 1967.

Il 25 maggio 1952 venne inaugurato il monumento ai Caduti, su progetto dell’architetto Agostino del Corno, nipote del parroco. E nel 1987 si poté aprire la nuova Biblioteca Crescenzago in via Don Orione, sempre desiderata da don Giuseppe. Non ci si meravigli poi se intorno alla chiesa troviamo strade dedicate ai santi amici di don Giuseppe Del Corno: la via principale è intitolata a Don Luigi Orione (1872-1940), amico personale di don Giuseppe; a destra via Padre Placido Riccardi (1844-1915), beato, che fu maestro in seminario del cardinale Schuster; a sinistra la via dedicata alla beata Madre Picco, nativa di Crescenzago (1867-1921); dietro, di fronte all’Istituto San Giuseppe, via San Giovanni Battista de La Salle (1651-1719), fondatore dei Fratelli delle Scuole Cristiane.

Come si vede, il sacerdote Del Corno non era solo un uomo di fede e di carità verso i poveri, ma anche un grande organizzatore urbanistico, come le opere che ha fatto realizzare al Comune di Milano (per esempio il raddrizzamento e l’allargamento della via Palmanova-exRottole e la Biblioteca pubblica) e alla Curia Milanese (tutte le chiese già ricordate). Per tale motivo, nel 1962 ricevette dal Presidente della Repubblica la nomina a Cavaliere della Repubblica, e due anni dopo il Comune di Milano gli conferiva la Medaglia d’oro. Nel 1967 ha chiuso la sua avventura terrena e il Comune gli ha dedicato una strada tra via Emo e via Dal Pozzo Toscanelli.

Di lui il parrocchiano William Ughi ha lasciato alcuni ricordi:

«Aveva una grande fiducia nel suo Patrono san Giuseppe… “Abbi fede”, diceva, “vedrai che ci riusciremo”. La sua fede era però accompagnata da una grande e non comune volontà di impegnarsi con ogni mezzo umile per arrivare ad ottenere ciò che desiderava per il bene della comunità e in particolare dei poveri. Diverse volte, trovando difficoltà con le autorità locali, decideva improvvisamente di rivolgersi a responsabili dello Stato ed era normale che di notte partiva lasciando uno scritto a Don Carlo dicendo che lui andava a Roma. Lo conosceva bene il Podestà di Milano, l’allora (comunista) Montagnana che quando gli annunciavano che Don Giuseppe voleva parlargli faceva di tutto per toglierselo d’attorno, ma poi visto che non c’era nessuna possibilità di evitarlo gli è diventato persino un ottimo amico. E con sacrifici non indifferenti riuscì a farsi approvare un Piano Regolatore che vide più tardi la nascita delle vie attorno alla Chiesa: Palmanova, Don Orione, Riccardi, Picco nonché le scuole delle Suore e dei Fratelli che tanto gli stavano a cuore. L’Istituto dei Buoni Fanciulli in Cimiano deve moltissimo a Don Giuseppe. Quanta povera gente, durante il periodo triste della guerra, si rivolgeva a lui per poter mangiare qualcosa, e lui, non so come, riusciva ad averla per accontentarne così tanta. Non conosceva bene il problema dei prigionieri politici e dei partigiani, il fatto è che parecchia gente ha avuto salva la vita per mezzo suo… Di poche parole, di poche promesse, ma di tanti fatti».

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Numero 03-2022

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