di Maria Giuseppina Malfatti Angelantoni
Ansperto volle confermare la diretta discendenza della dignità imperiale di Milano restaurando le mura cittadine che, fra il III e il IV secolo, erano state “allargate” dall’imperatore Massimiamo per comprendere una vasta area a nord est della città. Il restauro più importante eseguito dall’Arcivescovo sulle mura fu ad ovest, lungo il lato esterno del circo, edificio imperiale, posto come antemurale a difesa del quartiere imperiale. Ansperto restaurò qui mura e torri fra le quali una, ancora esistente, a pianta poligonale con 24 lati. All’interno, nel Trecento, fu realizzata una cappella decorata da affreschi che rappresentano tre santi martiri: Gervasio, Protasio e Vittore che, secondo la tradizione, vi sarebbero stati imprigionati prima del martirio. Questa torre, da sempre chiamata Torre di Ansperto, in seguito a studi recenti è stata chiamata Torre di Massimiano, attribuendo all’Arcivescovo il restauro della torre a pianta quadrata all’interno del dell’area del monastero Maggiore. Tale costruzione era certamente una delle due torri dei “carceres” del circo, luogo dal quale uscivano i cavalli che gareggiavano. Tutta questa significativa porzione della città imperiale romana rimase inglobata all’interno del Monastero Maggiore, cioè del monastero reale benedettino di San Maurizio, ed è in Milano uno dei luoghi più suggestivi e ricchi di testimonianze romane, indicate anche dalla toponomastica cittadina.
Ansperto, strenuo difensore delle libertà cittadine anche in campo religioso (tanto da essere per un certo periodo scomunicato), costruì anche il primo atrio della basilica di Sant’Ambrogio e fondò il sacello di San Satiro, a pianta centrale, già fortemente influenzato dall’arte bizantina che nel periodo ottoniano, fa X e XI secolo, si diffuse in tutta Europa. Il sacello di San Satiro, con annesso lo Xenodochium, o ospizio per pellegrini, alla fine del Quattrocento fu inglobato nella bramantesca chiesa di Santa Maria in via Torino.
Con la deposizione nell’880 di Carlo il Grosso, ultimo esponente della dinastia carolingia, vi fu un lungo periodo di lotte fra i sovrani dei regni che facevano parte del Sacro Romano Impero ma infine, dal 962, salirono al trono tre imperatori tedeschi: Ottone I, il Grande, re di Sassonia, il figlio Ottone II e quindi il nipote Ottone III, morto prematuramente nel 1002. Con questi imperatori, dopo quella carolingia, in Europa avvenne una seconda rinascita culturale e artistica definita “Renovatio Imperii,” o anche “Rinascita dell’anno 1000”, influenzata dalla cultura e dall’arte bizantina. Ciò avvenne grazie ai contatti con l’Oriente ma soprattutto per il matrimonio di Ottone II con la principessa Teofano, donna di grande cultura e intuito politico, appartenente alla casa imperiale bizantina.


In Europa, principalmente in area tedesca, furono fondati nuovi monasteri e cattedrali con scuole per l’educazione e l’istruzione dei giovani. Furono ripresi gli studi dei Classici e in arte furono realizzati grandi cicli ad affresco e miniature molto raffinate.
Milano, per volontà dei suoi Arcivescovi, fu strettamente legata a questi imperatori e quindi la città mantenne un ruolo importante nella compagine imperiale, molti suoi monumenti furono arricchiti e abbelliti e vi fu grande produzione di oggetti suntuari.
Nella basilica di Sant’Ambrogio, centro di spiritualità e di potere, fu ristrutturato e decorato il ciborio sopra l’altare e la tomba di Ambrogio. Sui quattro timpani che coprono la cupoletta sostenuta dalle colonne di porfido, l’artista, un ignoto plasticatore, realizzò un capolavoro in stucco colorato: sul lato verso i fedeli una Traditio Legis, con Cristo in trono che dona le Chiavi a San Pietro e il Libro a San Paolo e, sul lato opposto, Sant’Ambrogio che riceve il ciborio in mezzo ai Santi Gervasio e Protasio. Sui lati settentrionale e meridionale sono raffigurate rispettivamente Maria, simbolo della Chiesa, fra due figure femminili, e un vescovo fra due fedeli. Forse è l’immagine del committente, il potente arcivescovo Arnolfo II d’Arzago, colui che da un’ambasceria a Bisanzio per chiedere in sposa una principessa bizantina per Ottone III, portò a Milano il serpente di bronzo, posto su una colonna nella basilica di sant’Ambrogio. L’alta qualità degli stucchi del ciborio dalle figure eleganti e dalla imponente centralità, documenta l’adesione dell’autore agli stilemi dell’arte ottoniana. Il confronto per ciò che riguarda la qualità artistica di questi stucchi, può essere fatto con gli intagli in avorio del vaso liturgico, o Situla, dell’arcivescovo Gotofredo, nel Museo del Duomo di Milano, e con le placchette con le immagini di personaggi imperiali, esposte nei Musei Civici Milanesi. Secondo alcuni studiosi di arte medievale, nel periodo ottoniano Milano emerse su molti altri centri di produzione artistica nel campo dell’intaglio eburneo, per la finezza e la morbidezza dei manufatti, di antica origine romana.
Sotto gli imperatori della Casa di Sassonia continuò in Lombardia la produzione di codici miniati, in particolare nel già famoso Scriptorium di San Colombano a Bobbio. Molti di questi codici si trovano nella Biblioteca Ambrosiana dagli inizi del Seicento per volere dell’arcivescovo Federico Borromeo.
Per ciò che riguarda la pittura dell’età ottoniana in Lombardia, sono notevoli esempi i cicli ad affresco nella chiesa plebana di San Vincenzo di Galliano (Cantù) e nelle chiese del complesso benedettino di San Pietro sopra Civate, con i suoi forti temi apocalittici. Nei dipinti lombardi è evidente l’affinità e l’influenza dei famosi affreschi della chiesa di San Giovanni del monastero benedettino di Münster, nel Canton Grigioni, luogo di transito e di contatto fra il territorio lombardo e i Paesi tedeschi.




