HomeCultura e storiaQuartieriCorti, cortili e cascine del municipio 2

Corti, cortili e cascine del municipio 2

Sono ormai 50 anni che la zona di Cascina Gobba viene stravolta da colossali opere pubbliche: la tangenziale est, la metropolitana 2, e ora il ponte sul Naviglio per permettere al tram 7 di raggiungere la stazione Gobba. Invece noi vogliamo parlare di come era La Gobba 50 anni fa.

Tornando al titolo, sembra una boutade, invece c’è del vero (se non verosimile): alcuni vecchi abitanti della Gobba, sostenevano che nella omonima trattoria c’era il quadro di un gobbetto, ovvero il ritratto di una persona vera.

L’origine del nome “Gobba” ha sempre sollevato le più svariate domande e risposte. Si sa che nei documenti di proprietà dell’abbazia di Santa Maria Rossa, fin dal 1600 viene citata la località come “possessione del Lambro appellata la Gobba” e affittata a “Cristoforo De Magistris appellato il Gobbo”. Lungo i secoli successivi i dintorni venivano chiamati “prato del gobbo” o “vigna del gobbo”. 

Ma popolarmente c’è chi preferisce fare riferimento al “muro storto” della cascina (gobbo) come si presentava un tempo, oppure all’innalzamento del terreno, il dosso o gobba, che da via Padova porta alla Padana Superiore. E poi c’era quel quadro che solleticava ulteriori fantastiche osservazioni.

Cascina Gobba, tipica cascina lombarda a pianta quadrata: da una parte c’erano le abitazioni, dall’altra stalle e fienili e un quarto muro rappresentava il confine perimetrale della “osteria”. Le notizie storiche fornite dal volume Crescenzago e via Padova di L. Marabelli, F. Ornaghi, F. Scala, D. Schiannini (Graphot 2017) narrano che nel primo ’900 padroni erano i Cazzaniga di San Giuliano Milanese, che negli anni ’30 diedero la cascina in affitto alla famiglia Oriani, ortofrutticoltori. La quale successivamente si trasferì a Vimodrone, mantenendo qui la proprietà del cortile. A metà del secolo le abitazioni vennero abbandonate dai contadini e occupate dagli operai della zona.

Ma la metà del secolo vide anche il pieno stravolgimento dell’intera zona. Da una parte nel 1957 la variante al Piano Regolatore Generale del Comune di Milano che sottraeva alla Cascina i terreni agricoli, dall’altra la tangenziale e le strade di accesso, l’apertura della stazione della metropolitana (novembre 1969) e i lavori per l’apertura dell’ospedale San Raffaele costringevano la cascina in un recinto talmente ristretto da impedire qualsiasi attività agricola. Alla morte dell’ultima discendente degli Oriani, negli anni ’80 la cascina venne acquistata dalla famiglia Morandi che riqualificò l’edificio a scopi abitativi. 

Il borgo, il ponte, i pedaggi 

Alla Gobba un tempo si viveva di attività agricole, artigianali, con in mezzo l’immancabile bottega e l’osteria che garantivano la vivibilità del borgo. L’osteria-ristorante, dove i milanesi amavano trascorrere con la famiglia le domeniche e le giornate festive, poteva approfittare delle limpide acque del vicino fiume Lambro ricco di gamberi e pesciolini da frittura. Lo scrittore Raffaele Bagnoli ricorda che la località “era assai frequentata per i recessi ombrosi e freschi disseminati lungo il corso del Lambro e della Martesana e per l’osteria” apprezzata e cantata da più di un poeta meneghino.

In cascina, oltre alle attività agricole, all’osteria e al ristorante, operavano anche altre attività: un biscottificio dei fratelli Margutti, una fabbrica per la lavorazione delle pelli di coniglio, officine metalmeccaniche e un’azienda di oli industriali. Poi davanti alla fermata delle Linee dell’Adda c’era il ciclista, la fruttivendola, la bottega dei finimenti per cavalli, il calzolaio, il barbiere, una posteria e l’edicola. Notevole era El Bias ferèe (il maniscalco Biagio Merati). 

L’osteria era anche una privativa per l’acquisto di sale, chinino, tabacchi, francobolli, ma soprattutto era un punto di ristoro per i viaggiatori diretti a Bergamo, o per quelli che facevano una gita fuori porta. Con un grande giardino coperto da pergolato di vite canadese e glicine. Per gli sportivi c’era il campo di bocce e per i ballerini una grande aia, che la festa diventava sala da ballo.

Per via Bormio, partendo dall’osteria, si poteva raggiungere, attraverso il ponte sul Naviglio, Cologno Monzese.

Un accenno particolare merita quel ponticello che attraversa il fiume Lambro, sia per la dislocazione sia per la storia di pedaggi obbligatori nell’entrata in Crescenzago.

Il ponte sul fiume Lambro ebbe diverse dislocazioni: anticamente il ponte su cui passava l’antica postale romana era spostato più a valle, in corrispondenza dell’attuale via Padova. Successivamente un documento trovato negli archivi della parrocchia di Santa Maria Rossa ci informa che un ponte collocato nel sito attuale fu costruito solo nel 1452.

E tuttavia va aggiunto che il ponte attuale non è più quello risalente alla metà del ‘400; il ponte fu ricostruito nel ‘900, anni ’60: sul suo tracciato passavano anche i tram delle linee dell’Adda.

Quanto al pedaggio, fin dal medioevo esso era considerato una importante risorsa per i Comuni di allora. Tra l’altro i pedaggi variavano a seconda del tipo di merce e del mezzo di trasporto. Lungo il fiume Lambro pedaggi si pagavano un po’ dappertutto: a Monza, a Crescenzago, fino al porto di San Colombano. Si sa che a San Colombano un pedone pagava sei denari, un uomo a cavallo pagava un soldo e un carro carico costava cinque soldi. Interessante è la casistica che s’è tramandata: oltre ai casi già visti, sappiamo che una mola da mulino costava sei denari, un maiale grosso pagava tre denari, mentre un maiale piccolo ne pagava due.

Conclude il nostro racconto lo scrittore G.B. Bazzoni che, nel romanzo Il Castello di Trezzo, cita la località di Crescenzago dei tempi di Barnabò Visconti (1323-85): “…Attraversata la Molgora, pervennero, dopo un bel tratto di cammino, al Lambro, dove, pagato il pedaggio per passarne il ponte, entrarono in Carsenzago”. 

ARTICOLI CORRELATI

Articoli più letti

Numero 03-2026

Interviste recenti