HomeCultura e storiaBianca Milesi, la “maestra giardiniera” dei moti del 1821

Bianca Milesi, la “maestra giardiniera” dei moti del 1821

Una via di Milano, nel quartiere Baggio, ricorda Bianca Milesi. Vediamo ora di raccontare il percorso umano e politico di questa donna, che ha lasciato una traccia importante nella nostra città.

Bianca nasce a Milano nel maggio del 1790 in un palazzo nobile ancora esistente in via del Lauro al 6, dove il padre, di origine bergamasca, decide di trasferirsi verso la metà del Settecento per commerciare in ferro, legname e bestiame e, successivamente, investire nell’agricoltura della Bassa. È la quinta ed ultima figlia femmina dei Milesi, seguita da un solo maschio.

Bianca inizia la sua formazione all’età di sei anni, frequentando un educandato di suore a Firenze per trasferirsi poi a Milano in un pensionato laico. La piccola perde il padre nel 1804 e la madre, desolata, decide di allontanarsi per un po’ di tempo da Milano, facendo visitare alla figlia diverse città in Italia. Questi viaggi trasmettono alla giovanissima Bianca le prime sensazioni dell’eccezionale periodo storico che il mondo sta vivendo. Completati gli studi a Milano, nel 1808 raggiunge Roma, dove riesce a stabilire contatti con uomini che aggiungono alla dottrina e all’amore per l’arte una forte passione politica. 

Bianca, che fin dalla prima giovinezza aveva mostrato una spiccata attitudine per la pittura, conosce a Roma Antonio Canova, diventa allieva di Francesco Hayez che verrà introdotto, grazie alla frequentazione del salotto Milesi, nella buona società milanese. Il grande pittore Andrea Appiani le fa un ritratto e la guida sulla via dell’arte. Nella Capitale entra in stretta amicizia con due donne che diventeranno fondamentali per la sua formazione, Sophia Reinhard, pittrice tedesca di forte vocazione femminista e Mary Edgeworth, scrittrice anglo-irlandese, pioniera della pedagogia. Nel 1814 cade Napoleone e, con lui, il Regno d’Italia e Bianca torna il più velocemente possibile a Milano, avventurosamente per mare, per partecipare alla vita politica della sua città. 

Dotata di coraggio e di una forte personalità, entra nella società segreta delle “giardiniere”, equivalente femminile della ben nota “Carboneria”, che deriva a sua volta dalla società dei Federati, nata in Piemonte nel 1814 e introdotta a Milano nel 1820. Si definiscono “giardiniere” perché il luogo di incontro sono i “giardini” (i salotti dell’alta società); si riuniscono in gruppi di nove persone ciascuno, detti “aiuole”, ma dietro questi nomi arcadici si nascondono  donne dotate di grande coraggio, che girano armate di pugnale nascosto nella giarrettiera. Tra le “giardiniere” più conosciute spicca il nome di Teresa Casati Confalonieri, di Francesca Milesi (sorella di Bianca), di Ernesta Legnani Bisi, di Cristina Trivulzio di Belgioioso e di altre nobildonne e colte signore altoborghesi, ben conosciute nella società locale. Queste signore lavorano nell’ombra, consegnano messaggi, tengono collegamenti, diffondono la coscienza nazionale dai loro salotti, compiono un lavoro di spionaggio, educano alla libertà. Perseguono le stesse finalità della Carboneria, nata nel Regno di Napoli durante i primi anni dell’800 ed esportata in altri paesi europei e non solo. Il suo obiettivo in Italia era quello di far scoppiare una rivolta nel capoluogo lombardo, finalizzata al conseguimento dell’indipendenza dai governi stranieri sul suolo italiano e all’instaurazione di governi democratici con giuste Costituzioni. Purtroppo i moti del 1821 si concludono senza la sperata libertà, in quanto gli Austriaci continueranno a governare Lombardia e Veneto per molto tempo.   

Torniamo a Bianca Milesi. A Milano riapre il suo salotto ai cospiratori e agli uomini di pensiero e di azione, che hanno la possibilità di incontrare le più belle figure di liberali del tempo, dal numismatico Gustavo Cattaneo al poeta rivoluzionario Carlo Porta e, più tardi, ai patrioti Confalonieri, al generale Pino, al Fossati. Nello stesso tempo Bianca si appassiona alla letteratura, in particolare alle liriche dell’Alfieri e a quelle di Vincenzo Monti. Sostiene tutte le idee che tendono ad elevare il livello di vita delle popolazioni, cercando di ridestare la coscienza nazionale perduta nella secolare sottomissione a tanti padroni. Si fa strada in lei il senso nuovo di una umanità protesa non solo verso l’ideale di una Patria libera ma anche verso una più alta concezione di fratellanza, libertà, uguaglianza e amore per il popolo. Accesa sostenitrice delle idee di uguaglianza di Saint-Simon, considerato il fondatore del socialismo francese, Bianca si fa notare per il suo anticonformismo, che si esprime anche nella stravaganza dell’abbigliamento. Decide infatti di rinunciare alle frivolezze femminili: taglia le trecce esibendo una folta zazzera, gira per Milano indossando abiti di lana scura e grosse scarpe di tipo militare, porta costantemente un bastone e, sotto il braccio, il “Saggio sulla Tolleranza” di Locke. Non nasconde la sua tendenza verso il femminismo, tendenza che la Milano provinciale del tempo considera scandalosa. 

Con il conte Federico Confalonieri e il conte Giuseppe Pecchio Branca fonda le Scuole di Mutuo Insegnamento, che si pongono l’obiettivo di diffondere una comune conoscenza nazionale e culturale tra gli italiani. Le scuole verranno chiuse dopo poco tempo per ordine degli austriaci, dietro pressione della Chiesa, che all’epoca deteneva il monopolio dell’istruzione.  

La passione politica, a cui Bianca ha deciso di dedicarsi attivamente, ha il sopravvento sulla pittura. Mette al servizio della causa carbonara la sua abilità nel disegno, inventando il metodo della “carta frastagliata”, un sistema a griglia per messaggi segreti che permette ai cospiratori di comunicare, facendo sì che si possa leggere solo il messaggio segreto. La polizia la controlla da vicino, la sottopone a diversi interrogatori molto duri, senza risultati perché lei non parla. È comunque schedata come “rivoluzionaria caldeggiante in casa Confalonieri il pensiero di aiutare gli insorti e votata alla causa liberale”. Tutte le sue compagne di militanza nella società segreta sono comunque controllate e alcune perseguite fino alla detenzione nella fortezza dello Spielberg.

L’ordine che arriva direttamente dall’imperatore austriaco al governatore della Lombardia è quello di “sorvegliare attentissimamente” le giardiniere, note per essere fiancheggiatrici del movimento carbonaro.  

La situazione costringe Bianca, nel 1822,  a lasciare precipitosamente Milano per sottrarsi a processi pericolosi. Viaggia in tutta Europa, Svizzera, Francia, Belgio, Olanda, Inghilterra, incontrando numerosi fuorusciti, tra cui lo storico Sismondi, insigni patrioti come Silvio Pellico e, in Inghilterra, Giuseppe Mazzini. Da tutti raccoglie attestati di grande stima e considerazione.  

Dopo quattro anni di peregrinazioni torna in Italia e si stabilisce a Genova, dove sposa, nel 1825, Carlo Mojon, medico genovese, autore di vari scritti di medicina. Mojon, ancora giovinetto, era accorso da Genova (o forse inviato dai suoi professori dell’Università di Pavia) in aiuto ai feriti sul campo di Marengo, teatro della battaglia tra gli Austriaci e i Francesi di Napoleone, che ne uscirono vincitori. Compie studi a Montpellier e a Parigi, diventa professore di anatomia e fisiologia all’Università di Genova. Nonostante la cittadinanza francese vive a Genova. Dal matrimonio nascono due figli, alla cui educazione Bianca dedica tutta se stessa, senza interrompere la sua attività di patriota e cospiratrice, smistando i patrioti lombardi, ospitando nel 1829 anche la sua amica Cristina Trivulzio Belgioioso e frequentando Giuseppe Mazzini. È comunque la più intraprendente delle sorelle Milesi, ma tutte sono parte attiva delle cospirazioni carbonare e antiaustriache, a partire dai moti milanesi del 1821.  

Nicolò Tommaseo, che ha per Bianca un vero culto, scrive di lei “una sola, una sola di madri così fatte vorrei potesse vantare ogni città d’Italia”. Ma Bianca non è solo “Madre di Patria”, come la definisce scherzosamente Alessandro Manzoni, ma è anche una madre di famiglia e una sposa esemplare. 

È questa l’epoca in cui fervono le nuove idee sull’emancipazione femminile. Bianca scrive: “ciò ch’io intendo per emancipazione è che la donna sia redenta da uno stato di perpetua minorità…”, deve essere l’angelo tutelare della famiglia “e quivi la più alta cultura dell’intelletto, anziché nuocere, le tornerà di sommo vantaggio”.

Nel 1833 Bianca si traferisce col marito a Parigi, per reazione al diniego del Governatore di Genova ad accettare la sua richiesta, avanzata insieme ad altre madri, di creare una scuola di ginnastica per i figli, come in Svizzera. A Parigi Carlo Mojon trova una agiata sistemazione. Bianca che ama la Francia, subisce una grave delusione quando la Francia aggredisce, nel 1849, la Repubblica romana; si veste a lutto per la sconfitta. 

Bianca Milesi muore, a soli cinquantanove anni, aggredita dal colera, proprio nello stesso anno in cui i Francesi spengono il sogno mazziniano. Anche il marito perde la vita per il colera, a pochi giorni di distanza da Bianca.

Sono entrambi sepolti a Parigi, nel Cimitero di Montmartre.   

Tanti uomini di grande cultura, che di Bianca Milesi hanno ammirato il coraggio, la dirittura, l’abnegazione l’hanno a lungo rimpianta, ricordandola nei loro scritti ed esaltandone le grandi virtù di patriota.  

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Numero 03-2026

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