HomeCultura e storiaRinnovamento a Milano fra Carolingi e Ottoniani

Rinnovamento a Milano fra Carolingi e Ottoniani

A Castelseprio (Varese) sorge la chiesa di Santa Maria foris portas, un luogo denso di testimonianze artistiche iscritto dal 2011 nel patrimonio dell’umanità Unesco.

di Maria Giuseppina Malfatti Angelantoni

Milano per circa due secoli fece parte del regno longobardo che al tempo dei re Liutprando (690 ca – 744) e Astolfo (… + 756) sembrò espandersi su tutta la penisola. Non fu capitale come Pavia o Brescia, ma mantenne ugualmente la dignità di una città imperiale, ereditata grazie all’autorità civile e religiosa dei suoi vescovi a cominciare da Ambrogio. 

Una conferma della continuità della dignità imperiale di questa città è data dall’incoronazione del figlio di Teodolinda e Agilulfo nel circo romano “apud Mediolanum” (nel sito del futuro Monastero Maggiore) e quella nel 749 del re longobardo Astolfo nella basilica di Sant’Ambrogio, invece che nella chiesa palatina di San Michele a Pavia.

Il nome stesso dato alla regione, “Lombardia”, conferma il legame fra Milano e il suo territorio con questo popolo.

I Longobardi lasciarono nella regione molte opere di grande valore artistico, dagli edifici religiosi alle preziose suppellettili rituali, al ciclo pittorico di Castelseprio, di cui si è già parlato. Fra le costruzioni realizzate spiccava in Milano il monastero reale femminile di Aurona, di cui rimangono significativi frammenti della decorazione scultorea nel Museo d’Arte Antica del Castello Sforzesco. 

Nei finissimi oggetti preziosi, in oro, argento e gemme, dalla Croce di Agilulfo, alla Gallina con i Pulcini del Tesoro del Duomo di Monza, alla grande croce astile di Desiderio nel Museo di Santa Giulia a Brescia, è evidente la fusione dell’arte barbarica con quella tardo antica e bizantina. Ma per ciò che riguarda l’oggetto più prezioso da sempre considerato di età longobarda, la Corona Ferrea nel Duomo di Monza, studi recenti pongono dubbi sulla sua datazione, potrebbe essere tardo antica o successiva all’età longobarda.

Dopo la sconfitta subita dal re Desiderio da parte di Carlo Magno nel 774, Milano entrò a far parte del regno dei Franchi e, quando Carlo Magno fondò il Sacro Romano Impero, dall’806 Milano ne fece parte. Se ne liberò solo nel 1797 allorché il generale Bonaparte decretò la fine di questa millenaria e obsoleta istituzione passata attraverso crisi dinastiche, scissioni e guerre di successione.

Carlo Magno mostrò subito una predilezione nei confronti di Milano con la fondazione del potente monastero benedettino di Sant’Ambrogio, presso l’omonima basilica.

I vescovi milanesi nell’età carolingia e ottoniana, dal secolo IX all’XI, si legarono agli Imperatori i quali riconobbero il ruolo preminente di Milano nell’Italia del Nord, tanto che la chiesa milanese diventò diocesi dell’Impero. I vescovi che in questi tre secoli dettero splendore a Milano con i loro interventi e le loro opere furono soprattutto Angilberto II Pusterla, Ansperto da Biassono e Arnolfo. Da questo periodo essi ottennero la dignità di “arcivescovi”.

Con Angilberto II Pusterla, forse di origine franca, arcivescovo di Milano dall’824 all’859, avvenne la prima ristrutturazione della basilica paleocristiana di Sant’Ambrogio a cominciare dalla zona presbiteriale dove si trovava la tomba del Santo Patrono coperta dal primitivo ciborio. Fu anche eseguita la decorazione in mosaico del catino dell’abside con la rappresentazione di Cristo sul trono con a lato i santi martiri Gervasio e Protasio, i cui corpi erano stati trovati da Ambrogio nella zona cimiteriale su cui era sorta la sua Basilica Martyrum. In questo mosaico sono rappresentati a destra e a sinistra anche episodi della vita di Ambrogio collegati a san Martino di Tours. Purtroppo a causa dei molti interventi di restauro subiti, non sempre rispettosi, è difficile definire esattamente lo stile e la qualità dell’importante mosaico che, stilisticamente, sembra ancora legato al naturalismo romano, non influenzato dall’arte bizantina. 

La centralità e l’importanza della tomba di Ambrogio, e quindi del vescovo e della chiesa milanese anche nei confronti dell’Imperatore, vennero esaltate dal magnifico altare d’oro che vi fu posto sopra, vero capolavoro di oreficeria carolingia. L’opera è firmata “Vuolvinio”, forse un monaco di origine tedesca, autore della fronte posteriore dell’altare costituita da una lastra d’argento e oro, lavorata a sbalzo, arricchita da gemme antiche e smalti preziosi e raffinati. Vi sono rappresentati dodici episodi della vita di Ambrogio, alter Christus, comprese quelle in cui il Vescovo incorona Angilberto e Vuolvinio. L’impronta data a questa fronte, destinata solo al Clero, è quasi liturgica e pone Ambrogio quale modello di vita. Vi furono realizzati anche due sportelli che permettevano di guardare e pregare sulla sottostante tomba del Santo Vescovo. 

Sulla fronte destinata al pubblico, su lastra d’oro decorata con smalti e gemme, sono rappresentate a sbalzo dodici scene della vita di Cristo. Per volontà del committente questa decorazione doveva essere più coinvolgente e suscitatrice di emozioni nei fedeli di quella posteriore. Sui due lati dell’altare, in oro e argento, vi sono due grandi croci gemmate circondate da diaconi, santi e angeli. Anche queste figurazioni sono a sbalzo.

L’altare d’oro di Sant’Ambrogio è un’opera senza pari in Europa per la profondità e la resa del tema iconografico, per la bellezza delle immagini e per la ricchezza dei materiali impiegati. Stilisticamente le composizioni sono influenzate da coevi affreschi e miniature di codici di area svizzera, tedesca e francese. 

Il rinnovamento della basilica di Sant’Ambrogio a Milano spinse altre chiese lombarde, incentrate sulla “cripta martyrum”, a compiere la stessa operazione di rinnovamento e abbellimento, fra queste il duomo vecchio di Brescia e San Felice a Pavia.

Altro grande arcivescovo dell’età carolingia, dall’868 all’881, fu Ansperto da Biassono, appartenente ad una potente famiglia di origine longobarda. 

(Continua…)

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