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martedì, 29 Novembre 2022
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Massimo de Vita, ovvero il Teatro Officina

Incontro con Massimo de Vita, anima e cuore del Teatro Officina dal 1976.

Il nostro giornale, fin dalla sua fondazione, ha sempre seguito l’attività del Teatro Officina, realtà importante, ma soprattutto anomala nel panorama dei teatri milanesi. Da quasi cinquant’anni lavora su un terreno diverso da quello tradizionale, con una formula che ha tolto al palcoscenico la sua centralità.

La sua stessa sede, in origine una ex balera trasformata in teatro, poi in uno spazio comune all’interno del complesso edilizio Crespi Morbio edificato nel 1939 in via Sant’Erlembardo, con quel nome “Officina” inteso come “officina di idee” nato da un luogo di lavoro, racconta il percorso di questo teatro.

Abbiamo chiesto al suo presidente e direttore artistico, Massimo de Vita, di disegnarci il cammino che lo ha portato a festeggiare, tra non molto, i cinquant’anni di questa realtà, anche se non basterebbero le pagine di un intero giornale per contenerlo. Non so per quanto tempo abbiamo parlato, ma so che non avrei mai smesso, perché non si è trattato della classica intervista: come ha iniziato, quanti spettacoli, i registi, gli attori… No, abbiamo parlato di vita, di incontri, di ricordi, di progetti, quindi di passato e di futuro.
Ed eccoci ad accennare agli inizi alla Scuola del Piccolo Teatro e, naturalmente, a Giorgio Strehler.

«Nutro una profonda riconoscenza nei suoi confronti – dice de Vita – perché nessuno mi ha dato quanto lui. Un giorno, mentre lavoravamo con l’insegnante di dizione, si spalanca la porta ed entra il Strehler. Ci propone di recitare il Cantico delle Creature di San Francesco: dice che, attraverso questa poesia, potremo conoscerci. Mette subito alla prova una compagna di corso, giovane e bella, per la quale avevo un debole, che inizia con voce dolcissima a lodare il sole, le stelle, la Luna e Sora Morte. A me sembrava bravissima. Strehler la lascia finire, ma il suo commento, impietoso, non lo dimenticherò mai: “Il tuo lavoro mi è gradito ma non mi dice nulla. Per te la Luna, il sole, le stelle sono pa¬role e basta. Al contrario, va cercato un dialogo con ciascuna di queste creature come fossero persone. Dobbiamo rendere tangibile questo rapporto, che è un rapporto di amore e conoscenza».

Massimo de Vita non si ferma però al Piccolo di via Rovello, lavora ai teatri Stabili di Torino e Trieste, ma contemporaneamente ricerca strade alternative. Ed eccolo, nel ’68, insieme a Dario Fo e Franca Rame, nella Cooperativa Nuova Scena, che definisce “una meravigliosa avventura”, e di avventura si tratta perché gli anni sono quelli di intenso fervore culturale e politico, anni in cui gira l’Italia con i circuiti culturali di Dario Fo.

«Eravamo portatori di cultura “altra”, c’era poi la scoperta entusiasmante degli spazi alternativi dove fare teatro: case del popolo, chiese sconsacrate, bocciofile, fienili, palestre, cinema di periferia, piazze e strade, dove montavamo noi il palcoscenico e in cui abbiamo scoperto il lavoro manuale, perché diventavamo falegnami, elettricisti, facchini. In quei luoghi più disparati il teatro tornava alla sua funzione originaria, tornava ad essere il luogo di formazione della coscienza di una società.

Poi il primo approccio con la parodia e, in contemporanea, l’avvicinamento alla grande rivista di Garinei e Giovannini. Strehler diceva: “Non innamoratevi della vostra voce, sempre uguale a se stessa”. La mia impostazione è stata di avvicinarmi alla voce degli altri; in questo modo, il sentire diventa quello degli altri. Imitazione non vuol dire liberarsi di sé per far posto all’altro ma far entrare, aggiungere l’altro dentro di sé. E così sono nate le imitazioni di grandi comici come Stanlio e Ollio, Totò, Rascel, Petrolini e tanti altri».

Nel 1975 Massimo de Vita, che aveva scoperto il Teatro Officina girando con Nuova Scena, si ferma a Milano. Lo conquista un luogo gestito da studenti e operai, dove si fanno spettacoli d’avanguardia, concerti, dibattiti, cineforum. Ne assume la direzione artistica, è regista e attore.

Progetta di portare il teatro nei luoghi della vita, o la vita nel teatro, mostrando chiaramente la propria vocazione per il lavoro teatrale sul territorio, per quel teatro sociale che si apre a un cammino di ricerca. E sarà, tra i tanti luoghi, in Lomellina, dove ascolterà la comunità agricola che si racconta, a Sesto San Giovanni, mettendo in scena la storia di un mondo scomparso in breve tempo, quello delle grandi fabbriche, dove ascolterà i protagonisti, gli uomini e le donne che hanno perso il lavoro e, con il lavoro, la dignità che ne deriva.

Una novità significativa degli anni ‘90 è il Teatro nei cortili, rassegna estiva itinerante nei cortili delle case, che ha mostrato tutta la sua attualità nel periodo buio della pandemia, grazie alla poliedrica attività di Daniela Airoldi Bianchi, responsabile progetti e tanto altro. Già lo scorso anno il Teatro Officina era stato il primo a riaprire dopo il lungo lockdown ricominciando proprio dai cortili, dove si è di nuovo impegnato in maggio 2021 con due spettacoli. Tanti anziani soli sono diventati ancora più soli per il lungo isolamento; questo intervento teatrale vuole riportarli ad una dimensione di socialità serena.

«Quando vado nei cortili – racconta de Vita – mi viene sempre richiesta l’imitazione di Totò, che mio padre, medico ma anche attore dilettante, mi aveva fatto conoscere personalmente quando ero un ragazzino. Ma anche Petrolini, col personaggio di Gastone, è molto richiesto. Quando, all’inizio dei corsi, dicevo agli allievi di citare un nome di attore di teatro o di cinema contemporaneo o del passato che piacesse loro in modo particolare, non venivano quasi mai citati i comici e io dicevo che, dopo aver fatto cose impegnative (Cechov, ecc.), se non avessero avuto conoscenza degli elementi di comicità, sarebbero stati sempre rigidi».

È appena nata la Comunità Officina. Di cosa si tratta? «È l’idea di creare una comunità alimentata dalla capacità di ascolto, di comunicazione, un’aggregazione di persone presenti ai bisogni, agli interessi e anche ai sogni degli altri. Una bella idea, che ha avuto risposte sorprendenti soprattutto fra i giovani, non i corsisti, ma chi aveva già avuto esperienze di volontariato, in Africa e in altri settori. Quando hanno capito che potevano diventare “comunardi”, si sono resi conto di avere a loro disposizione il Teatro Officina per avvicinarsi al problema. Un particolare: gli spettacoli che facciamo come Comunità Officina sono gratuiti.

Devo anche citare il rapporto che da tempo abbiamo col professor Andreoni dello IEO (Istituto Europeo di Oncologia), che ha recuperato con soldi suoi la Cascina Brandezzana, ai margini dell’Istituto, dove si trovano da una parte i malati gravi e, in contemporanea, vengono invitati gruppi di anziani che ricevono comunicazioni di ogni tipo: poesia, letture e anche gruppi di canto. Noi siamo andati a rappresentare racconti, da Dostoevskij a Totò.
Invece con lo spettacolo Sia pace per nostra Madre Terra in cui si trattano le varie forme di violenza nei confronti del nostro Pianeta, abbiamo avuto rappresentato “autori” come Papa Francesco, Gandhi e Martin Luther King. A chi, vedendo che usavo testi di un Papa o di pacifisti come Gandhi, mi ricordava con un sorrisino i trascorsi giovanili, ho risposto: sì, ma si cresce! Io sono un militante di un uomo che di mestiere fa il Papa perché ritengo che oggi sia davvero uno dei pochi veri rivoluzionari rimasti.

Qualcuno ha detto che Il Teatro Officina è una anomala esperienza. In effetti gli attori tendono spesso ad innamorarsi del proprio profilo; in periferia invece io non vengo identificato col mio nome, ma sono semplicemente quello del Teatro Officina. Certo, sono stato sul palcoscenico, ma sono cresciuto in modo comunicativo, nelle strade, nei cortili, nei mercati.

Questo Teatro non è solo una storia di spettacoli ma è soprattutto una storia di incontri e per questo mi considero fortunato; è frutto di una scelta che vuole il teatro come aggregazione, una che prende vita dove questo teatro si fa. Aggiungiamo che l’Officina è la realizzazione del decentramento teorizzato da Paolo Grassi, che fu tra i primi sostenitori di questa realtà.

Questo Teatro non è roba mia – conclude de Vita – è un piccolo patrimonio della città di Milano, di cui io ho semplicemente avuto una certa cura».

A breve uscirà un video che raccoglie tutte le esperienze di Massimo de Vita. Sarà una bella storia , raccontata dalla sua voce avvolgente, con la sottile ironia di chi non si prende troppo sul serio e la forza di chi crede nei suoi sogni e li realizza.

E ci saluta con un messaggio: «responsabilizziamo gli altri».

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Numero 03-2022

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