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martedì, 29 Novembre 2022
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50 anni di storie, 50 anni di vite incrociate

Il Teatro Officina compie cinquant’anni; un compleanno importante che dimostra come l’idea di Massimo de Vita, che ne è fondatore e direttore artistico, sia più che mai viva e strettamente intrecciata con la storia della nostra società, di cui ha saputo cogliere i problemi, gli umori, le criticità.

Abbiamo già percorso parte di questa storia nell’intervista a Massimo de Vita, che il nostro giornale ha pubblicato nel numero di giugno 2021, ma in questa storia mancava una colonna portante.

Questa colonna si chiama Daniela Airoldi Bianchi. Quando è nato il Teatro Officina Daniela era una bambina; ci è arrivata nel 1981, si è innamorata del Teatro e di Massimo de Vita, che sposerà alcuni anni dopo.

Daniela è figlia d’arte perché la precedono quattro generazioni di donne che hanno calcato le scene. In un periodo difficile come quello fascista, la bisnonna è stata addirittura capocomico della sua compagnia, dove hanno lavorato come attrici sia la nonna che la mamma. Non poteva essere differente per lei che, dopo la laurea a pieni voti in filosofia, ha fatto (e fa tuttora) l’attrice, l’ideatrice di lavori teatrali, l’organizzatrice di eventi, la pedagogista, la formatrice.

Ed ecco il suo racconto di quegli anni tormentati ed entusiasmanti:

“Studiavo filosofia in università, all’inizio seguivo in teatro soprattutto la dimensione estetica, legata ai costumi, alla grafica, poi è cambiato tutto: dopo l’incendio doloso della sede di viale Monza 140, il Teatro si trovava senza nulla, senza sala, con quattro riflettori che abbiamo ancora qui oggi, per le prove ci ospitava il circolo anarchico “Ponte della Ghisolfa”, eravamo privi di risorse. A quel punto, a 24 anni, mi sono caricata sulle spalle la responsabilità di inventare una nuova organizzazione, eravamo molto poveri e non avevamo neppure il telefono. Io andavo alla SIP in Galleria a recuperare i numeri telefonici delle scuole, le chiamavo tutte col gettone per proporre i nostri spettacoli. Quando abbiamo trovato la sistemazione attuale abbiamo potuto iniziare con la scuola di teatro, che ci dava un sostentamento”.

“Per tanti anni – prosegue Daniela – ho fatto il tutor d’aula per Massimo, seguivo le sue lezioni di teatro e da lui ho imparato tanto. Massimo ha una dimensione maieutica straordinaria, io pedagogica, mi è facile spiegare mettendomi dal punto di vista dell’altro con le parole giuste.

Nel 1992 ho cominciato a insegnare alla scuola media Manzoni, la prima ad avere facilitazioni per i dislessici, di cui mi sono subito occupata. Frequentavano molto volentieri il mio teatro pomeridiano con risultati eccezionali: ragazzi geniali che hanno superato brillantemente il loro problema; alcuni hanno affrontato selezioni severe per lavorare in teatro e ci sono riusciti. Poi ho incominciato a insegnare teatro alla Comunale Manzoni e successivamente i corsi per giovani qui da noi.

In parallelo facevo progettazione e, in quel periodo, è nato dalla mia testa il teatro sociale. Abbiamo iniziato nel ’97 a Olevano di Lomellina con la narrazione del mondo contadino e, successivamente, con il mondo operaio, grandi affreschi del Novecento che ora non esistono più. Finito il secolo delle grandi narrazioni, abbiamo progettato e realizzato interventi culturali sul territorio. Uno dei nostri progetti di teatro sociale realizzati, intreccia le esperienze degli anziani di Crescenzago, che hanno vissuto la guerra, con quelle dei profughi ospitati dalla Casa della Carità che venivano dalle loro guerre, con scambio di conoscenze altrimenti destinate ad ignorarsi.

Una mia caratteristica è vedere e dare corpo alle cose, Massimo ne fa materia lievitata. Da noi una persona semplice, senza particolari studi, viene inserita in una dimensione culturale. Ho visto persone con la terza elementare che hanno imparato a leggere sui giornali per poter poi andare in fabbrica – erano delegati – a spiegare le varie situazioni ai loro compagni, che hanno imparato che non dovevano picchiare i figli anche se loro erano cresciuti a cinghiate, ma dovevano parlare. Oggi è necessario dare questo nutrimento alle persone che hanno bisogno di non sentirsi sole e di sentirsi parte di un processo. Ogni storia ha un valore, contiene una parabola esistenziale.

Negli anni scorsi abbiamo realizzato un percorso formativo con gli ospiti della Casa dell’Accoglienza di viale Ortles finanziato dall’8% della Chiesa Valdese. Era mirato al reinserimento lavorativo di persone che hanno perso tutto ma, soprattutto, il senso del proprio valore. Abbiamo simulato colloqui di lavoro, insegnando come relazionarsi con le persone e alcuni hanno trovato lavoro.

La pandemia ha creato, per i teatri, situazioni di grande sofferenza. E al Teatro Officina?

Devo dire che noi non abbiamo sofferto il periodo del lockdown, come altri nostri colleghi, perché non viviamo solo di presenza agli spettacoli, ma la partecipazione ai bandi ci consente di mantenere una situazione economica di equilibrio. Ho l’orgoglio di affermare che il teatro non ha debiti, però ha una costante fragilità economica.

Considerata la funzione sociale che connota questa realtà, cosa fanno per voi le istituzioni, oltre all’importante riconoscimento dell’Ambrogino d’oro nel 2016?

Solo il Comune ci dà un piccolo contributo che serve, praticamente, per pagare l’affitto. E’ singolare constatare come questo teatro, che è quello più al servizio del bene comune, viva in realtà sull’imprenditoria privata, in quanto ottiene finanziamenti attraverso i bandi che riesce a vincere.

Quali progetti per il futuro?

Intendiamo potenziare i progetti sociali già in atto, occupandoci, sempre con la Chiesa Valdese, delle ricadute del Covid su anziani soli nelle case popolari e sugli infermieri bergamaschi addetti ai servizi domiciliari che vivevano corpo a corpo con la morte e sono stati prima osannati come eroi e poi dimenticati. Inoltre va avanti il nostro progetto sulle case popolari che si chiama “Rivivi”.
Abbiamo investito e andiamo avanti ad investire sui giovani, preparandoli a prendere il testimone del teatro stesso e accettando anche che il teatro possa cambiare. Io ho garantito la continuità, ho lavorato per 40 anni 12/14 ore al giorno, ma l’ho fatto con gioia. I giovani che sono cresciuti con noi sono riconoscenti perché i nostri insegnamenti gli hanno cambiato la vita”.

Il libro pubblicato per i 50 anni del teatro si chiude così: “Gli officinanti sono registi, attori, formatori, allievi, spettatori che da cinquant’anni si tengono per mano in una lunghissima catena umana. Una catena in cui alla fine c’è sempre una mano aperta per accogliere chi, nel futuro, porterà avanti la storia e le storie del Teatro Officina”.

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Numero 03-2022

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