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L’Europa siamo noi, facciamola crescere

L’8 e il 9 giugno voteremo per eleggere i nostri rappresentanti al Parlamento europeo. Facciamo che sia una festa di libertà.

di Brando Benifei – Eurodeputato PD

Le prossime elezioni europee sono ormai un appuntamento imminente la cui importanza dovrebbe far riflettere con maggiore attenzione su cosa hanno rappresentato questi anni per noi Europei, su quanto l’Europa si sia effettivamente trasformata e di conseguenza su quanto grande sia adesso la posta in gioco. 

Con il voto, i cittadini europei definiranno la direzione di marcia che saremo in grado di imprimere all’Unione europea, oltre che esprimere un giudizio sul suo operato degli ultimi cinque anni.

Sono, infatti, convinto che nell’ultimo periodo l’Europa abbia imboccato una strada chiara, cominciando ad assumere decisioni e impegni che vanno nella direzione della solidarietà, di maggiori tutele sociali, di una transizione ecologica e sostenibile e di un’innovazione digitale rispettosa dei diritti, essendosi trovata a rispondere a una serie di crisi, che non erano immaginabili in questa dimensione all’inizio di questa legislatura: penso innanzitutto alla pandemia, al ritorno della guerra nel continente europeo con l’aggressione russa all’Ucraina e in Medioriente, ma anche all’inasprimento degli effetti del cambiamento climatico e all’accelerazione dell’innovazione tecnologica.

È evidente che ci sono stati errori, ritardi e incertezze, così come è chiaro il disegno politico alternativo portato avanti da parte di alcuni partiti e governi nazionalisti, ma complessivamente hanno prevalso i valori europei più genuini per cui una maggiore integrazione non è lo strumento per cancellare gli interessi dei singoli Stati, ma per essere più forti nella competizione globale, valori per cui i problemi non si scaricano sul Paese accanto, ma si affrontano assieme per individuare soluzioni comuni.

Nel 2019 alle ultime elezioni europee era stata registrata una significativa crescita dell’affluenza addirittura in 19 Stati membri, segnando il risultato di partecipazione più alto dal 1994 grazie al contributo decisivo delle nuove generazioni, che avevano dimostrato come il voto resti un modo concreto per contare e far sentire la propria voce. D

opo questa ventata di ottimismo, l’avvio della legislatura si era però subito rivelato difficile, trovandosi l’Unione impantanata per colpa degli infiniti strascichi della vicenda della brexit e di alcune gravi divergenze di prospettiva tra alcuni governi nazionali: è in questo contesto che nel 2020 arriva la pandemia, rischiando di essere il detonatore della crisi conclusiva delle istituzioni europee, ancora “incastrate” da regole desuete, dove l’egoismo di un singolo attore può creare problemi enormi alla costruzione di una risposta collettiva.

La minaccia globale del Covid-19 ha invece generato un sussulto di orgoglio e solidarietà, che ha portato gli Stati membri a concordare sulla necessità di un debito comune europeo e ad approvare il Next Generation EU, uno strumento temporaneo da 750 miliardi di euro volto a stimolare una ripresa sostenibile ed equa da attuare tramite il PNRR, che ne definisce obiettivi, tempistiche e investimenti. Insomma i valori europei sono tornati a farsi sentire con decisioni e strumenti dall’enorme impatto, impensabili per un singolo Paese e in grado di condizionare profondamente la vita quotidiana delle persone di un paesino di provincia, così come le attività di grandi aziende internazionali.

Riflettendo sul lavoro di questi anni, non posso poi non ricordare l’approvazione del primo regolamento al mondo sull’intelligenza artificiale, il cosiddetto “AI Act”, di cui mi sono occupato come relatore: anche in questa circostanza ritengo abbastanza emblematica la modalità con cui abbiamo deciso di impostare l’intera architettura della legislazione, cioè a partire dalla volontà di bilanciare l’innovazione con la tutela dei diritti delle persone.

Dopo alcune regole generali, invece di concentrarci sulle tecnologie potenzialmente più pericolose in quanto tali, abbiamo costruito il nostro impianto sul principio della mitigazione del rischio, cercando di garantire una tutela preventiva grazie all’individuazione degli ambiti di utilizzo dei software dell’intelligenza artificiale più rischiosi per alcuni beni fondamentali contenuti nella nostra Carta europea, come la salute e la sicurezza, ai quali abbiamo aggiunto ulteriori riferimenti in sede negoziale (democrazia e Stato di diritto e protezione dell’ambiente). Obblighi e responsabilità sono, pertanto, graduati sulla base del diverso livello di rischio che un sistema di AI possa incorrere in una lesione di diritti.

Non c’è lo spazio per ricordare altri successi come il salario minimo europeo, la direttiva sul lavoro su piattaforma, il nuovo Fondo Sociale Europeo Plus, il potenziamento della Garanzia Giovani, l’avvio del Green deal europeo, la legge europea sul clima e sul ripristino della natura, le misure per raggiungere la neutralità climatica entro il 2050, ma il senso di questo excursus non è acclamare l’Unione europea come il Paradiso, dove la società è perfetta e i diritti sono tutelati: sappiamo benissimo che non è così e che tutti i risultati raggiunti rappresentano soltanto un inizio di risposta dinanzi a mutamenti profondi e problemi significativi. Sarebbe, infatti, miope non riconoscere che l’Europa su varie partite è ancora mancante: penso subito al fallimento delle politiche in materia di migrazione e asilo con respingimenti illegali alle frontiere, detenzione di persone in cerca di protezione, l’assenza di una missione europea di ricerca e soccorso in mare, tutto aggravato dal disastro del governo Meloni, che tenta accordi con Paesi terzi per esternalizzare il controllo alla frontiera e subisce un Patto sulla migrazione insoddisfacente, che danneggia l’Italia come Paese di primo ingresso e solleva dubbi sul versante dei diritti umani. 

Siamo insoddisfatti dall’accordo finale negoziato in Consiglio sulla governance macroeconomica, peggiorativo sia della proposta della Commissione Europea messa sul tavolo da Paolo Gentiloni che dal testo del Parlamento, perché presenta troppe ombre e la sua applicazione comporterà uno sforzo maggiore per l’Italia (anche qui dov’era il governo Meloni?); permangono ancora distanze inaccettabili per quanto riguarda i diversi sistemi fiscali degli Stati membri e arriviamo divisi ai tavoli internazionali; resta in stallo il dibattito sul rafforzamento di una politica estera comune e sulla costruzione di un esercito unico, sebbene non accennino a rientrare la guerra in Ucraina e il conflitto in Medioriente; infine balbetta il coraggio sull’urgenza di riformare Trattati ormai inattuali in alcune procedure e sulla volontà di rilanciare un’Unione federale.

Bisogna però avere anche la consapevolezza di ciò che è stato realizzato di buono e del percorso che abbiamo intrapreso dinanzi al rischio assolutamente concreto di tornare indietro. Con queste elezioni europee stiamo, infatti, affrontando una scelta cruciale tra proseguire sulla strada di un’Europa unita e competitiva o assistere a un suo indebolimento, favorito da forze conservatrici e rigurgiti nazionalisti, che minacciano l’integrazione europea. 

Per noi la campagna elettorale è iniziata con la celebrazione del Congresso del Partito Socialista Europeo, che abbiamo ospitato a Roma anche come riconoscimento del lavoro positivo svolto, e il lancio della candidatura alla guida della Commissione europea di Nicolas Schmit, una scelta che ha un grande valore pure a livello simbolico, perché testimonia l’Europa che abbiamo in mente, attenta alla crescita e alla redistribuzione, impegnata per favorire condizioni di lavoro più eque e in grado di giocare una funzione diplomatica nello scacchiere internazionale. 

L’8 e il 9 giugno abbiamo sia la possibilità di eleggere a Bruxelles parlamentari coerenti con i veri valori europei, in grado di portare avanti battaglie concrete e che non spariscono una settimana dopo aver preso le preferenze, sia l’opportunità a livello nazionale di esprimere una critica verso un governo di destra-centro pericoloso a livello ideologico e incapace di dare risposte ai problemi sociali ed economici. 

Nessun destino è già scritto, ma sta a tutti e tutte noi il compito di impegnarci e batterci per scrivere assieme una nuova pagina per un’Europa sempre più forte e solidale.

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