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domenica, 2 Ottobre 2022
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Anche Susanna chiude (purtroppo)

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Sono passati quasi 60 anni da quando la famiglia di Susanna Brioschi ha rilevato la vecchia cartoleria di via Boiardo e ora non ce la fa proprio più. Scompare così un’altra presenza di vicinato che in questi anni ha visto crescere generazioni di scolari e non solo. Ma andiamo con ordine e cominciamo col chiedere a Susanna come è cominciata la sua storia.

«Praticamente sono subentrata nel settembre 1963 su impulso di mio padre che,  saputo che la vecchia cartolaia (che come animale da compagnia teneva in negozio una gallina) era ormai anziana e voleva ritirarsi, ha deciso di rilevarne l’attività. 

Mi sono appassionata moltissimo e ci sono cresciuta dentro, come d’altronde anche mia madre. Poi mi sono allontanata per qualche tempo, perché ho voluto fare un’esperienza fuori, in un’azienda farmaceutica. Dopo dodici anni sono rientrata. E da lì è nata una grandissima passione perché mi sono davvero legata a questo negozio e a questa zona». 

E allora perché chiudere?

«Perché sono stanca fisicamente, non ce la faccio più, l’anno prossimo compirò 69 anni e non ci sono solo io, c’è il resto della famiglia. Il negozio, se professionalmente concepito, va gestito in un certo modo, devi fare servizio, lo devi dare in maniera seria e professionale e questo lascia pochissimi spazi liberi». 

E i figli?

«Ho un figlio unico che ha intrapreso una strada totalmente diversa. E poi il negozio ha tutto un suo perché, l’approccio con la gente non te lo inventi. Il negozio di quartiere è importantissimo, proprio perché ha un compito fondamentale per le persone che hanno tanto bisogno del contatto, e secondo me ogni realtà che chiude, toglie un pezzo di rapporti sociali. Peccato che purtroppo a livello generale questo non sia capito assolutamente da chi, invece di incentivare, mette i bastoni fra le ruote. È un pezzettino di tessuto sociale che va a morire. Fermo restando che comunque il piccolo negozio contribuisce anche al controllo e all’attenzione della zona. Dove c’è luce ovviamente c’è anche l’attenzione».

Si può comprare anche una matita online ma non è la stessa sensazione vero?

«No, una matita a volte ha bisogno di essere accompagnata da diverse domande e cioè: “Che matita desideri? Morbida? Dura?”. Mi sono sentita dire: “Ma signora mi fa un interrogatorio per una matita?”. Ma è così perché ho sempre cercato non solo di far acquisire il prodotto, ma di farlo apprezzare e conoscere, perché dietro a ogni prodotto c’è una storia. Ogni volta per me c’è, per chi lo vuole sentire, un discorso, c’è una preparazione, c’è una conoscenza. E oggi avverto uno smarrimento da parte delle persone, perché mi dicono: “Ma Susanna noi come faremo?”. Capisco allora che diventi veramente un punto di riferimento che non si trova nella grande distribuzione. Poi, con mio marito che era vetrinista, allestivamo sempre vetrine diverse; per la festa della mamma, del papà, per non parlare di Natale o Carnevale. Veniva concepito quasi come un gesto di rispetto verso i clienti».

Si entra in cartoleria da bambini quando si compra il primo quaderno e poi si ritorna nel corso degli anni con i figli.

«Sì, è così, ho gli ex bimbi che arrivano col passeggino e dicono ai lori figli: “Questa era la mia cartolaia”». 

Quanto ha gravato la pandemia sulla sua attività?

«Molto. Avevo attivato anche la consegna a domicilio, ma c’era questo senso quasi di terrore, di ansia e, secondo me, ce lo stiamo portando ancora addosso. È stata una dura prova e non è finita, considerato che c’è il carico da novanta di questa guerra in Ucraina che non può lasciarci indifferenti. Avverti questa tensione, questa pesantezza psicologica. Soprattutto nelle persone anziane e poi, anche se non lo dicono, nei bambini. Io lo sento, i bambini sono spenti, un po’ isolati». 

Adesso le cartolerie si trasformano in negozi multiservizi, vendono di tutto…

«Capisco servizi come fax o fotocopie, però dev’esserci sempre un collegamento all’origine del negozio, ci dev’essere un suo perché. Il mio sogno è sempre stato quello di avere una cartolibreria, però anche per questione di spazi, non ci sono mai riuscita. Perché viale Monza senza librerie è una vergogna». 

Qual è stato il personaggio più bizzarro che ha incontrato in tanti anni?

«Ne ho incontrati tantissimi. C’era un signore che, molti anni fa, chiedeva l’elemosina. E lo faceva sempre con una delicatezza, un’eleganza, ci guardavamo negli occhi e io gli davo qualcosa. Un giorno me lo sono visto arrivare elegantissimo con un cappotto con il collo di pelliccia, un’altra persona. Non ho chiesto niente, lui mi ha guardato per un po’ intensamente, ha comprato delle cose e uscendo mi ha detto: “Io non la dimenticherò mai”. Non so cosa sia successo, non si è più visto e da lì ho capito che qualcosa era cambiato». 

La richiesta più anomala?

«Qualche anno fa mi hanno chiesto se vendessi il carbone. Diciamo che Villa Turro non è lontanissima. Ogni tanto arrivano ragazze con problemi di anoressia, le riconosci perché hanno queste gambine che si perdono nelle scarpe. E poi la voce, perché sono donne, ma la voce è di una bambina».  

Ci sono degli habitué?

«Ne ho tantissimi, anzi oserei dire che forse tutto sommato gli habitué diventano, non dico di famiglia, ma parte della vita ed è reciproco».

Il rapporto con limmigrazione?

«Ottimo, perché è un viatico anche per noi, non solo per loro, ti arricchisci anche grazie alle loro abitudini, le loro fragilità, a volte, anche attraverso le loro prepotenze, perché non c’è sempre solo il buono». 

30 settembre 1994, il crollo del palazzo, ricorda qualcosa?

«Ero qua, sono stata salvata da un muro maestro. Sono una miracolata. L’esplosione  è stata una cosa paurosa. Poi ho fatto parte del comitato di ricostruzione e posso dire che ci ho lasciato almeno dieci anni di vita. Quel giorno ero qui al telefono attaccato alla parete e parlavo con una mia amica, a un certo punto ho sentito un boato, poi una polvere micidiale, avevo le porte aperte e il capitano dei vigili del fuoco mi ha detto: “Signora, è stata la sua fortuna perché i vetri, per lo spostamento d’aria, sicuramente l’avrebbero ferita”. Fuori c’era una montagna di macerie e sotto si sentivano le voci, perché c’erano gli automobilisti  fermi al semaforo. Poi è entrato un signore, che mi ha chiesto: “Signora ma io dove sono?”. Devo dire che i soccorsi sono stati immediati. Poi è stato il delirio, perché ci hanno allontanato tutti, mio marito ha saputo ed è arrivato qui, sull’angolo di via Boiardo. Era veramente un bombardamento, così mi ha detto chi ha vissuto la guerra, l’impatto era quello. Poi c’è stata una corsa di solidarietà, anche se dal punto di vista delle responsabilità abbiamo vissuto momenti assurdi. Abbiamo messo in piedi un comitato di dieci persone, avevamo dentro un ingegnere, figlio di un magistrato, persone magnifiche, e due architetti. Al tempo c’era Formentini che, davanti al Duomo diceva: “Penseremo a tutto noi”, abbracci, baci, sono spariti tutti. Abbiamo lottato come delle bestie e abbiamo ricostruito in maniera anche abbastanza veloce con la nostra assicurazione del condominio, che da un anno avevamo ulteriormente aggiornato e poi buttando dentro tutte le assicurazioni degli inquilini,  in modo tale che alla fine abbiamo ricostruito aggiungendo veramente molto poco. Ma è stato un lavoro titanico.

La cosa curiosa è che proprio quel Natale abbiamo ricevuto da parte del comune una multa, perché le paratie costano e non potevano essere a carico del comune, quindi ci hanno mandato una cifra spaventosa da pagare. Il giorno dopo era già tutto sul giornale, così il comune l’ha ritirata immediatamente. Un atto dovuto, questa è stata la giustificazione vergognosa. Qui c’è stata gente che è andata via la mattina e alla sera non aveva più niente, neanche le mutande e non c’era un piano. Chi aveva parenti è andato dai parenti, alcuni li hanno messi nelle case della Stazione Centrale, ma qui c’è un residence, ma costava troppo. 

Poi ci hanno dato le case popolari, dopo delle lotte pazzesche, alcuni in zona ma non tutti. 50 famiglie tutte per strada e non si sapeva niente, anche il discorso di verificare effettivamente chi c’era, chi non c’era, fare la conta dei morti, una cosa inimmaginabile in un Paese che si ritiene civile. È stato veramente un lungo percorso e la presenza dei vigili del fuco è stata una costante per me. Poi nel processo, in prima battuta, è stata riconosciuta la colpevolezza dell’AEM. Ma già in appello si è rigirata la frittata e ci sono stati dei risarcimenti veramente offensivi. Fermo restando che comunque un risarcimento non ti restituisce la persona. A un certo punto ti senti quasi, tu che sei vittima, umiliato». 

La vedo molto attiva, adesso che va in pensione non si annoierà a morte?

«No, cercherò di convogliare la mia energia in altre attività. Abito a Sesto San Giovanni  da quando mi sono sposata e ho già preso d’occhio, visto che mi piacciono i bambini, la biblioteca dove fanno l’angolo di lettura ad alta voce per coinvolgere i bambini nella lettura, nella conoscenza, e già una strada potrebbe essere. Ho già contribuito all’organizzazione di una manifestazione culturale che si è tenuta a Sesto, ho letto un testo proprio per le donne e anche sull’Apartheid, nel senso dei diritti, non solo delle donne. Quindi mi impongo di non annoiarmi, poi mi piace scrivere. Infatti alle mie donnine, tutti gli anni alla festa della donna, ho sempre dedicato un poesia». 

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