Ketty ci ha raccontato, con molta professionalità il suo lavoro, la sua determinazione e lo studio che le hanno permesso di creare un negozio fortemente specializzato. Nella sua tintoria, in via Vipacco 4, ci sono capi pregiati in seta, abiti di scena e paillettes, che ci hanno fatto conoscere un mondo di bellezza e cura, dove ad ogni capo viene dedicata l’attenzione di ogni piccolo dettaglio.
Quarant’anni di attività non sono pochi. Come ha iniziato?
«Ho iniziato perché quando avevo 17 anni e andavo ancora a scuola, un giorno mio padre, che si era ritirato dal lavoro e voleva aprire un’attività, mi chiese di farlo insieme. Da lì abbiamo iniziato a valutare e guardarci intorno, osservare le varie attività a cui si poteva accedere e abbiamo scelto di aprire una tintoria. Io non sapevo nulla di questo campo ma la persona che ci avrebbe ceduto l’attività mi aveva detto che mi avrebbe seguito per un po’. Quindi la mattina andavo a scuola e il pomeriggio in negozio a cercare di imparare. Ma mi sono poi resa conto che il lavoro spiegato dalla signora era molto semplificato e non coincideva con la realtà: stirare la mattina, sistemare il pomeriggio.
Compiuti i diciott’anni ho aperto la partita IVA, la signora si è ritirata in fretta perché abbiamo scoperto che stavamo per acquistare un negozio sotto sfratto. Ho dovuto rimboccarmi le maniche e imparare, cambiando dalla scuola a diurna alla serale, lavoravo di giorno e cercavo di prendere il diploma la sera.
Ho passato gli anni successivi a imparare veramente il lavoro e ad appassionarmici. Ho iniziato a capire come funzionavano i lavaggi, il lavoro del lavaggio a secco, come eseguirlo al meglio. C’è molto più lavoro dietro di quanto non si pensi e mi sono specializzata anche perché mi sono un po’ innamorata di questo mondo. Negli ultimi anni vengo scelta e selezionata tramite passa parola ed è una bella soddisfazione. Ho deciso infatti poi di fare anche un ITIS informatico perché mi appassionava anche quello, inizialmente dovevano essere due anni, poi ho voluto continuare perché mi interessava molto, l’idea di poter anche “creare” programmi per macchine da lavanderia. Ad oggi lavoro anche con mia sorella e una sarta che conosco da anni. Ogni tanto passa anche mia mamma a dare una mano».
Perché ha scelto questo quartiere? Abitava già qua?
«No, anzi era un quartiere che non conoscevo per niente, io abitavo in zona Niguarda e andavo a scuola in centro. C’è stata l’occasione di trovare questa tintoria e poi mi sono innamorata della zona che è bellissima».
Cosa l’ha fatta innamorare della zona?
«Rispetto al resto di Milano, questa zona è come se fosse un paese. Non è la “city” con tutto il suo movimento, quella ormai impraticabile e invivibile, questa è una zona a parte. Ci sono molte scuole, villette, famiglie e diventa una zona perfetta per fare acquisti a Milano ma con un’atmosfera molto diversa, dove ci sono tutte le comodità e le persone possono ancora passeggiare tranquillamente».
Quindi ha un buon rapporto col quartiere? La gente è partecipe?
«Sì, ho un buonissimo rapporto soprattutto con clienti storici, che sono ormai amiche per me e anche se oggi potrebbe anche convenirmi lavorare solo con cinema e aziende e produzioni tv, non potrei mai pensare di smettere di servire anche i clienti singoli».
Qual è un capo che le ha dato soddisfazione?
«Veramente tanti, principalmente abiti da evento che a volte mi arrivano in negozio e non so neanche da dove partire, perché non è facile, spesso non hanno le etichette di composizione. Adesso ad esempio sto lavorando su un vestito di Bottega Veneta fatto interamente di paillettes ad effetto squame e questo tipo di capi non si può semplicemente mettere in macchina e schiacciare un tasto, c’è molta cura dietro. Il capo va protetto da una retina, io faccio praticamente un “vestito sul vestito” per puntare tutte le paillettes ed essere sicura che non si rovinino, poi la macchina va in oscillazione invece che “sbattere” il capo. È molto impegnativo ed infatti il prezzo è stracciato rispetto al lavoro che c’è dietro, considerando anche che questi pezzi vengono lavati singolarmente in macchine che terrebbero 25 kg e che controlli per l’intera durata del lavaggio, senza poi contare i capi che vanno fatti completamente a mano perché non possono essere lavati a macchina.
Lavoro anche per una casa di noleggio abiti che tiene capi veramente belli, la gente si appoggia a loro per affitti brevi, e mi hanno contattato quindi ora faccio lavoro di tintoria per loro».
Una richiesta strana?
«Se consideriamo richieste in tempistiche strettissime, ormai è quasi la norma dover lavorare velocemente. Ora lavoro anche per produzioni cinematografiche. Ad esempio qualche anno fa ho collaborato ad una produzione di Aldo, Giovanni e Giacomo, che hanno girato di notte in centro città e ho dovuto ritirare i vestiti in Duomo in tarda nottata per poi riconsegnarli il pomeriggio del giorno dopo».
Quindi lei lavora anche nel cinema?
«Sì, mi sono occupata anche di tutti i vestiti che hanno utilizzato per le scene a Milano del nuovo film de Il diavolo veste Prada. Inoltre lavoro con Mediaset e per vari programmi: Gialappa’s, Zelig, The cage e molti altri, tutto tramite passaparola. Ho iniziato anni fa per Zelig, quando quasi trent’anni fa la costumista aveva bisogno di una lavanderia».
Qual è il tessuto più difficile?
«La seta prima di tutto perché perde il colore, poi se si macchia è difficile agire direttamente sulla stoffa perché andrebbe lavato solo a secco, il contatto con l’acqua fa perdere le qualità del tessuto, il classico movimento, e spesso non è recuperabile».
Parliamo della novità: la lavanderia a gettoni.
«L’idea è nata dal mio desiderio di ottenere una vetrina in più dai miei vicini, che avevano tre vetrine per la loro attività di ristrutturazione di bagni. Tre anni fa mi hanno fatto sapere che mi avrebbero ceduto una vetrina, ma staccata dalla mia attività, quindi non potevo allargarmi.
Inizialmente l’idea era anche partita da un bisogno. Io ho sempre lavorato anche per servizi di catering, quindi occupandomi di tovaglie enormi che non ho mai potuto fare in negozio, dovevo appoggiarmi ad un automatico esterno. Così ho potuto comprare queste macchine, anche una per igienizzare tutto ciò che non si può lavare, e risolvere il problema.
Ora che il vintage va molto e si comprano capi in pelle, molti non sanno che lavarli è una spesa, e chi non può permetterselo ha l’alternativa di sanificare il capo, che non può riportarlo a nuovo ma può comunque rendere il capo indossabile.
Con questo spazio volevo suggerire a tante persone che la lavanderia automatica non serve solo a chi non ha una lavatrice a casa o chi ha problemi economici, ma può servire anche a madri di famiglia molto occupate, che lavorano, lavano e stirano, avendo quindi tempi limitatissimi. Volevo creare un salottino dove una donna che ha magari qualche mail da mandare, lavoro da fare, abbia la possibilità di occuparsi del lavaggio e asciugatura delle lenzuola o della biancheria e intanto si possa portare avanti col lavoro o altre commissioni. In questo modo il lavoro di un fine settimana viene fatto in un paio d’ore senza troppi problemi».
© foto Elettra Lopopolo




