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Il racconto di zona 2

di Nino Materi, foto Davide Lopopolo

Come il protagonista del racconto La passeggiata di Robert Walser, anche Amos, 62 anni, fondatore di “Newsbox” (lo strano club in via Scutari dedicato ai nostalgici dei vecchi giornali) se ne andava in giro senza meta. 

La sua zona di riferimento era via Padova che gli amanti del tablet avevano tecnologicamente ribattezzato via iPad(ova). Amos era terrorizzato da quella definizione “digitale”: lui, amante della “old press” più vicina a Johannes Gutenberg che a Steve Jobs; lui, fermo al romanticismo della stampa a caldo e del piombo fuso nella pancia della linotype; lui, cultore dei tasti “analogici” della Lettera 22. Così Amos tesseva la sua tela vagamente anacronistica, cercando di rimanere aggrappato alla cancellata del proprio passato da cronista. Un metodo antico, fatto di “suole consumate sul marciapiede”, frase insulsa che da giovane si sentiva ripetere dai reporter un po’ bolliti. Peccato che, ora, il bollito era diventato lui…

Sta di fatto che, ormai in pensione, aveva cominciato a guardarsi attorno al pari di un rabdomante alla ricerca di sorgenti di notizie, magari sperando che sgorgassero dai tombini dei tanto celebrati “marciapiedi”. Osservava tutto e tutti con la recondita illusione di catturare un avvenimento da pubblicare sul magazine del covo che il Corriere della Sera aveva definito un “piccolo museo del cronista”. Era la bottega on the road del giornalismo e dell’arte (l’altra sua grande passione) da cui Amos evadeva quotidianamente ritrovandosi libero in strada, come nella scena finale del film Fuga di mezzanotte, il capolavoro del ‘78 diretto da Alan Parker. 

Le gambe macinavano chilometri (il telefonino riportava una media di 18.000 passi al giorno) e la mente fantasticava scoop eccezionali. Fu proprio nel mezzo di una di queste corse-escursioni in “Zona 2” che si ritrovò casualmente davanti ai depositi abbandonati sotto il cavalcavia della ferrovia. Sopra passavano i treni, sotto giacevano le vestigia di un passato che non interessava più a nessuno. Uno dei cancelli che avrebbe dovuto chiudere quelle gallerie buie, puzzolenti di muffa e indifferenza era semiaperto: il lucchetto pendeva da un gancio sghembo somigliante all’orecchino dondolante dal lobo di un cadavere. Amos si bloccò come una volpe trafitta di notte dai fari di un bisonte (nel senso di un Tir…). 

“Chissà cosa ci sarà lì dentro…”, pensò eccitato rivivendo per un attimo il senso di esaltazione che – prima di appendere la penna al chiodo – lo avvolgeva ogni volta che veniva risucchiato nel vortice di una notizia da prima pagina. Attorno a lui, nessuno; la strada piccola e deserta era un invito ad entrare in quell’antro tetro che però prometteva una luminosa alba di news. La speranza non andò delusa. Dentro il tunnel, una montagna di carta troneggiava nella penombra: faldoni ripieni di ricevute, bolle di pagamento, ordini di servizio, registri di presenze relativi a varie aziende che, chissà come, erano finite in quella specie di set dell’orrore. Tra essi anche un documento (burocratico eppure affascinante) del Teatro alla Scala di Milano datato 1956 e firmato dall’allora sovrintendente “dr. Antonio Ghiringhelli”. Amos raccolse il foglio isolandolo dal caos. Era emozionato. Non ne capiva il perché, ma quella sensazione lo sorprese piacevolmente. Quindi iniziò a leggere quel foglio incartapecorito: “In relazione al contratto del 28 dicembre 1955 e facendo seguito ai colloqui intercorsi, confermiamo con la presente il nostro accordo perché la Compagnia di Antonio rimanga a disposizione della Scala ancora una settimana per un minimo di due recite di L’Amor Brujo alla Scala e due recite di danza di Antonio con la collaborazione della sua compagna alla Piccola Scala. Il compenso collettivo fissato è di lire 3.500.000 (tremilionicinquecentomila) a forfait, incluso qualsiasi compenso agli esecutori dei recitals”. 

In calce al contratto, il timbro “Societé des Spectacles Lumbroso” (“…celebre società di produzione teatrale francese”, riporta Wikipedia ndr). 

Amos rientrò precipitosamente nella redazione di “Newsbox”. C’era una storia inedita da pubblicare. Si mise davanti alla Lettera 22 e cominciò a ticchettare fantasticando un’improbabile “Edizione straordinaria”. Titolo a caratteri cubitali: IL DOCUMENTO MISTERIOSO. Attacco del pezzo: “Come il protagonista del racconto La passeggiata di Robert Walser, anche Amos, 62 anni…”.

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Numero 03-2026

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