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martedì, 29 Novembre 2022
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«Per i miei libri mi ispiro a personaggi reali»

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È stato recentemente ripubblicato il libro di Matteo Speroni I diavoli di via Padova, una buona occasione per fare quattro chiacchiere con l’autore su Milano e, in particolare, via Padova, arteria milanese che sta vivendo, nel bene e nel male, una grossa trasformazione sociale e culturale.

Leggere è importante, quali sono i suoi autori preferiti?

«Sì, leggere è molto importante per tutti, ancora di più per chi scrive. Ascoltare il “rumore della prosa” è essenziale per imparare, migliorare lo stile, prendere spunti e idee. Amo i classici, Dostoevskij e Tolstoj innanzitutto, trovo geniale tutto ciò che ha scritto Kafka, adoro Queneau e considero Simenon un maestro di scrittura. Mi piace molto anche certa letteratura americana – per esempio Scott Fitzgerald. Tra gli italiani, Pavese, Buzzati, Scerbanenco, Maurensig, il collettivo Wu Ming. Dimenticavo Schnitzler, Zweig, London, Conrad, Melville, Izzo, A­mado. Mi fermo qui perché altrimenti l’elenco diventerebbe lunghissimo».

Per i miei libri mi ispiro a personaggi reali - Matteo Speroni

Milano la troviamo in ogni suo libro?

«Milano è protagonista della maggior parte dei miei libri, sono nato a Lambrate e poi ho vissuto tra via Padova e viale Monza. Questa città è lo scenario naturale delle mie narrazioni. Qui ho ambientato I diavoli di via Padova, Milano rapisce e Milano sotto tiro. Poi, ovviamente Il ragazzo di via Padova. Vita avventurosa di Jess il bandito, la storia di Arnaldo Gesmundo – uno dei protagonisti della rapina di via Osoppo nel 1958 – che purtroppo non c’è più. Ma è lui che ha scritto il libro e parla della sua Milano, io ho dato un contributo nel sistematizzare e contestualizzare il racconto. Mi piace pensare che il risultato sia un affresco della “nostra” Milano, quella di Arnaldo e la mia».

Dino Buzzati, Giorgio Scerbanenco, Piero Colaprico, tutti hanno mostrato una città diversa?

«Sì, stiamo parlando di tre talenti d’eccezione che hanno raccontato Milano ognuno a proprio modo: Scerbanenco è per me un maestro nella costruzione dei gialli, Buzzati è stato anche un grande cronista con un’immaginazione kafkiana nella letteratura, pensiamo a Il deserto dei tartari. E Colaprico, che ora dirige il Teatro Gerolamo, è un esempio per chiunque faccia il giornalista. Ecco, lo sguardo della cronaca nella costruzione dei romanzi credo li accomuni tutti e il mio atteggiamento nella scrittura segue questo filone. Proprio in una prospettiva simile, insegno alla scuola di scrittura Belleville di Milano con un corso intitolato Dalla cronaca al racconto».

Via Padova non è mai cambiata, un tempo strada dei nostri “meridionali”, oggi la via più multietnica di Milano?

«Certamente. Anche se forse abbiamo una visione un po’ troppo romantica della vecchia malavita “leggera”, perché, appunto, sempre malavita era, e i ricordi spesso vengono depurati da certi aspetti negativi. È un normale processo psicologico. Ma è indubbio che, fino alla fine degli anni Sessanta del secolo scorso, una certa malavita, anche delle periferie milanesi, aveva un’etica nella quale non rientrava la violenza. Penso ancora a Gesmundo, che non ha mai sparato un colpo in tutta la vita.

Via Padova da più di un secolo ospita immigrati e migranti. Prima dall’Est dell’Italia, dal Veneto, poi dal Polesine, in seguito all’alluvione del 1951. Dopo è stata la volta delle migrazioni dal Sud Italia, grazie anche alle grandi fabbriche a Sesto San Giovanni. E con il nuovo millennio sono arrivate persone da tutto il mondo. In questo, via Padova è sempre la stessa, accogliente per chi cerca una nuova vita. Da qualche anno, però, con la nascita del marchio NoLo, si è affacciato un nuovo fenomeno, quello che i sociologi chiamano ‘gentrificazione’, ovvero l’insediamento di classi più abbienti nelle zone popolari. Non credo che per questo via Padova perderà la sua identità, però è un fatto che i prezzi delle case si sono impennati e c’è il rischio che chi non può permettersi affitti o mutui a costi elevati se ne debba andare fuori città. Un fenomeno che a Londra e a Parigi è conclamato. Vedremo, è una partita in corso».

Questo quartiere è sicuramente una dimostrazione di integrazione, ma anche di intolleranza?

«Abito nel quartiere da più di trent’anni e non ho mai assistito a fenomeni di intolleranza o razzismo. Certo, qualche scheggia sporadica, perlopiù da parte di persone che hanno problemi personali, anche psicologici, si manifesta, ma sono eventi isolati e fisiologici in un quartiere stratificato dal punto di vista sociale, culturale ed etnico. Vedo più realistico l’allontanamento forzato dalla zona per motivi economici delle classi popolari che la trasformazione del quartiere in una borgata razzista».

Il “botanico da marciapiede”, è un’espressione coniata dal poeta Charles Baudelaire, che per primo ha simboleggiato e codificato la figura del flâneur. Tes, il protagonista del suo libro, chi è?

«Amo Baudealaire, I fiori del male è stato un testo fondamentale quando ero ragazzo ed è qui al mio fianco sulla scrivania. Tes, il protagonista del romanzo I diavoli di via Padova, è proprio un modello di flâneur. Reduce da problemi psichiatrici, Tes, che ha una piccola rendita che gli permette di sopravvivere, vaga per il quartiere osservando ciò che accade, ascoltando storie e facendo riflessioni. È un uomo sulla quarantina, solo, fragile ed estremamente sensibile, che però ha un’etica solida, sebbene non sia mai aggressivo e si confronti sempre con tutti».

I personaggi del libro sono inventati o reali?

Nel libro I diavoli di via Padova i personaggi sono quasi tutti reali, anche se ho cambiato i nomi, mentre Tes è frutto della mia fantasia, nonostante sia una sorta di assemblaggio di persone vere. In tutti gli altri libri i personaggi sono immaginari, anche se in parte ispirati a persone che ho conosciuto, rispettando comunque quella che per il Manzoni era la poetica del “verosimile”».

In questo “mare” di di esseri umani il delitto non è un’eccezione, ma una consuetudine?

«Il delitto per fortuna resta un’eccezione e anche per questo, come diciamo noi giornalisti, “fa notizia”. Diventa consuetudine nei Paesi in guerra oppure in quelli con un tasso di criminalità molto alto, come il Messico, per esempio. Da noi è stata una consuetudine negli anni in cui le mafie uccidevano quasi ogni giorno. Ma i delitti che racconto nei miei libri gialli (Milano rapisce e Milano sotto tiro) hanno sempre un retroscena complesso, che costituisce la trama del “noir”».

Come si misura con il politicamente corretto?

«Purtroppo il “politicamente corretto” non ha una misura e a volte rischia persino di scadere nel grottesco o nel ridicolo. La misura dovrebbe essere quella del buon senso, del rispetto, del gusto, dell’estetica, intesa come manifestazione dell’etica. In una parola, della sensibilità. Ma in questo periodo, o forse in quest’epoca, mi sembra che siamo sempre più lontani da tutto ciò».

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