Giornalista, saggista, curatore, professore, tour operator in mondi virtuali… chi è realmente Mario Gerosa?
«Una persona curiosa, che non si stanca mai di imparare e scoprire cose nuove. Mi piace spaziare, passando da una categoria all’altra, dall’arte ai mondi virtuali, dal cinema agli sceneggiati televisivi. Alla fine, poi, si scopre che ogni ambito è interconnesso: la cultura non ha confini né barriere».
Quali figure che hanno maggiormente influito sulla tua formazione?
«Innanzitutto mio padre, Guido Gerosa, che è stato un grande giornalista e scrittore. Da piccolo guardavo i titoli delle migliaia di libri allineati nel suo studio e li memorizzavo, senza capire bene di cosa trattassero. È mio padre che mi ha fatto scoprire il cinema, portandomi a vedere Ombre rosse quando avevo sette o otto anni, ed è lui che mi ha trasmesso la passione per il lavoro di giornalista. Poi ci sono le figure di riferimento ideali, legate ai libri, ai film e ai fumetti amati quand’ero giovane: Camus, Visconti, Boris Vian, Balzac, Stan Lee. Fondamentali sono stati e sono tuttora i film di James Bond, cui ho dedicato anche due libri: la monografia su Terence Young e James Bond spiegato ai cinefili».
Da piccolo, come si immaginava Mario Gerosa nel secondo millennio? Sei deluso da ciò che prometteva un certo tipo di cinema e di letteratura rispetto alla realtà che viviamo?
«No, deluso mai. Credo che ogni epoca abbia parecchie cose interessanti da proporre, basta saper cercare. Si rischia di rimanere delusi se si cerca a tutti i costi una continuità forzata e innaturale con il passato, o peggio la fotocopia di un periodo del passato. Al cinema, in televisione, in ogni campo, ci sono stati momenti straordinari e irripetibili. Ma è inutile cercare oggi un riflesso della grande stagione del Postmoderno o del grande cinema italiano degli anni ‘60. Oggi ci sono altre cose, altrettanto interessanti, ma diverse. Sarebbe improponibile rifare gli sceneggiati tv degli anni ‘70 o cercare qualcuno che scriva una nuova epopea alla Guerra e pace. Ogni periodo storico si esprime a proprio modo e ha molto da raccontare a chi sa ascoltare».
Qual è oggi il mezzo più efficace per comunicare e quale il tuo preferito?
«Viviamo nella società dell’immagine, che ha un peso notevolissimo. Oggi un’immagine arriva prima. Però la parola è più dirompente. L’immagine si può fissare, cristallizzare, la parola è mobile. Con le parole si possono creare straordinarie costruzioni inafferrabili, in un romanzo classico come in una chat».
Il collezionista di respiri è il tuo primo romanzo, ce ne parli brevemente?
«È una storia milanese. Si tratta di un art thriller, di un romanzo a tinte fosche ambientato a Milano, nel mondo dell’arte contemporanea. Nel romanzo il mondo dei collezionisti, dei mercanti d’arte, degli artisti immaginifici che devono stupire a tutti i costi, è visto attraverso una lente che ne distorce i contorni, come in un labirinto di specchi. Si immagina che alcuni collezionisti folli, incuranti di nuocere al prossimo, pur di appagare la propria brama di possesso, commissionino opere d’arte estreme, che devastano le vite altrui. Lentamente prende forma la visione di una Milano allucinata, surreale, cui siamo poco abituati».
Come mai la scelta di una donna come protagonista?
«In realtà le protagoniste sono tre donne, molto diverse una dall’altra. Trovo in questi anni le donne siano più propositive degli uomini, più sagaci. Penso che siano loro ad avere la capacità di affrontare le grandi sfide della nostra epoca. Lo dimostrano le cronache degli ultimi mesi, dove le donne sono protagoniste. E comunque le trovo più interessanti da raccontare».
Il collezionismo e il mercato dell’arte in Italia. Emilio Isgrò si chiede se i mercanti d’arte italiani saranno capaci di fare per l’arte ciò che, per esempio, hanno fatto Farinetti per la cucina o Armani per la moda.Che ne pensi?
«La scena artistica in Italia è molto vivace, e i mercanti spesso danno un valore aggiunto notevole alle opere. Questo avviene tanto nell’arte quanto nell’antiquariato, dove i mercanti offrono un notevole contributo alla ricerca storica. Il ruolo dei mercanti d’arte è fondamentale: conoscono e talvolta guidano le tendenze e vantano una cultura di settore che non ha nulla da invidiare a quella accademica. E credo che sia già in atto un’operazione culturale di notevole portata: in giro ci sono mostre straordinarie per tutti i palati, dalle classiche carrellate attraverso epoche e stili, a mostre raffinatissime come quella di Luc Tuymans a Palazzo Grassi».
Nel tuo romanzo è molto presente zona 2 e Milano. Qual è il tuo rapporto con la città e con il tuo quartiere?
«Adoro Milano, è la mia città preferita. In assoluto. La zona 2 è un po’ il mio microcosmo, è una città nella città. Per me andare a cena sui Navigli o in via Mosè Bianchi è come andare in un’altra città. Mi piace vedere e rivedere le strade e i monumenti cui sono più legato: via Padova, il Trotter, viale Monza, piazza Morbegno, la Stazione centrale, la Martesana, sono tra i luoghi che preferisco, insieme a Porta Venezia, un’altra zona che adoro».
I recenti cambiamenti architettonici, e non solo, subiti da Milano in questi ultimi anni, sono stati notevoli. Ti ci ritrovi o rimpiangi quei vecchi quartieri un po’ sporchi e selvaggi che però possedevano un fascino ormai perso?
«Credo che ogni periodo storico abbia qualcosa di interessante da dire. È chiaro che sono affezionato al mio quartiere com’era cinquant’anni fa, ma evidentemente gioca anche l’effetto nostalgia, le architetture e i paesaggi sono inscindibili dai ricordi. Oggi quel quartiere continua ad avere fascino, un altro fascino. L’unico rimpianto sono i negozi. Ce ne sono molti meno di una volta, e soprattutto c’è una forte carenza di librerie e di edicole. Ma questo è un fenomeno globale».
Arte, scrittura e insegnamento, cosa li accomuna oppure li rende diversi?
«Credo che tutto sia legato, soprattutto nell’epoca della multimedialità e della cultura convergente, in cui ogni forma espressiva continua a rappresentarsi in modi diversi e a mutare come un camaleonte.
Quanta importanza riveste l’arte (reale o virtuale) nella tua vita?
«È fondamentale. L’arte a volte imita la vita, a volte la racconta, a volte cerca di sostituirla».
Quale opera d’arte vorresti avere in casa se ne avessi la possibilità?
«Un disegno di Jack Kirby, uno dei grandi artisti dell’universo dei fumetti Marvel. Mi piacerebbe avere un suo disegno per I Fantastici quattro».
L’ultimo libro che hai letto e l’ultima mostra che hai visitato?
«Come libro, il catalogo dei modellini Airfix. Come mostra, la retrospettiva dedicata a de Chirico a Palazzo Reale».




