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domenica, 2 Ottobre 2022
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Il Comune prepara il nuovo piano di sviluppo del welfare

di Lamberto Bertolè, Assessore al Welfare e Salute Comune di Milano


La nuova consiliatura è iniziata ormai da qualche mese e, se la precedente ha avuto il compito di affrontare l’emergenza Covid-19, questa Giunta dovrà invece occuparsi della gestione del dopo, immaginando risposte nuove ai bisogni complessi che sono emersi in uno scenario profondamente cambiato. La pandemia ha, infatti, provocato uno shock che ci ha resi più vulnerabili, acuendo problemi e disagi preesistenti e facendo esplodere un cambiamento sia quantitativo che qualitativo della domanda. Dobbiamo cogliere questo cambiamento come un’occasione per ridefinire le strategie di sistema del welfare milanese.

Il momento è propizio perché proprio in questi mesi stiamo lavorando alla redazione del nuovo Piano di sviluppo del welfare che vuole tracciare le linee guida di quelle che saranno le politiche sociali della città – intesa come luogo in cui coesistono l’azione pubblica e il ricco tessuto sociale fatto di associazioni, volontariato e Terzo settore – nei prossimi anni. Con tutti questi attori stiamo avviando un dialogo che vuole essere il più aperto e schietto possibile ed è finalizzato a far emergere i bisogni e le nuove esigenze dei milanesi, per poi immaginare le risposte migliori, che non possono che essere coordinate. Questo non significa deresponsabilizzare l’ente locale, che anzi deve assumere la regia degli interventi, valorizzando però tutte le esperienze e i contributi che una società civile presente e attiva come quella milanese può apportare alla discussione.

Il primo punto su cui crediamo sia importante soffermarsi è quello del welfare di territorio. Il Covid ha fatto emergere l’importanza dell’incontro, della socialità, delle relazioni per il benessere psicofisico delle persone. I quartieri offrono delle risposte che però spesso sono sconnesse tra loro, si sovrappongono. Il nostro obiettivo deve essere quello di metterle in rete per proporre interventi integrati. Stiamo sperimentando questa soluzione nel quartiere San Siro, ma è fondamentale assumere questo approccio nell’impostazione delle azioni di welfare in tutta la città, in modo che offerta sociale, proposte ricreative, progetti di coesione sociale e interventi di sicurezza procedano insieme e siano inseriti in un unico piano.

Non possiamo poi sottovalutare il disagio psicologico, conseguenza di due anni di restrizioni e paure, che ha investito soprattutto i più giovani. Affrontarlo con interventi mirati e strutturali deve essere una nostra priorità. Come? Immaginando soluzioni locali, ma anche chiedendo al governo uno sforzo significativo che non può ridursi a un bonus una tantum. La salute mentale non deve essere più considerata un problema di serie B e i sistemi sanitari se ne devono occupare, così come si occupano di un ginocchio rotto.

Il disagio è spesso frutto di una solitudine che si è radicata e consolidata in questi anni. Lo vediamo soprattutto nelle persone anziane. A loro dobbiamo risposte che vadano oltre la logica delle Rsa. Le persone anziane vanno supportate non solo quando la loro condizione di salute li rende non autosufficienti, ma anche nel momento in cui, pur non avendo patologie debilitanti, vivono lontani dagli affetti oppure rimangono senza famiglia. Penso a un modello nuovo, a strutture – che potremmo chiamare senior housing – in cui la componente di assistenza sanitaria è minima, ma l’intervento sociale è molto forte e presente.

Infine la sfida più urgente e, paradossalmente, anche quella su cui possiamo essere più incisivi da subito: la medicina di territorio. Le case di comunità sono un’occasione che non possiamo perdere (vedi pagina 3, ndr). Non possono essere una semplice razionalizzazione delle risorse esistenti, devono diventare presìdi nuovi, in cui chiunque possa trovare risposte integrate ai propri bisogni. Abbiamo tante sfide davanti su cui dovremo lavorare con determinazione e competenza.

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