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Cambiare i giovani per cambiare il futuro dei rapporti di genere

Viste le suscettibilità odierne, prima di iniziare questo editoriale, devo fare una doverosa premessa: anche un solo caso di molestia, un solo caso di violenza fisica o verbale verso una donna, un solo caso di violenza sessuale di qualsiasi tipo e un solo “femminicidio” – parola che reputo odiosa e già di per sé discriminante – non sono mai accettabili per qualsiasi motivo o contingenza. 

Ma dato che non viviamo nel Paese dei Balocchi (anche se potrebbe sorgere il dubbio), è fisiologico che certe cose purtroppo accadano. È una questione di statistica. Ma tra ciò che accade realmente e ciò che i media rappresentano, soffermandosi su dettagli morbosi o alimentando paure già più che giustificate solo per ottenere qualche punto in più di share, ci sono i numeri che, per quanto freddi, non mentono mai; c’è l’ISTAT con l’Annuario Statistico Italiano e il Bes, Il Benessere Equo e Sostenibile in Italia. Così mi è venuta la curiosità di capire se davvero esiste questo tsunami di violenza e omicidi nel quale ci sentiamo immersi ogni giorno. Le donne più degli uomini. 

Cominciamo con gli omicidi totali che, se è vero che tra il 2021 e il 2022 hanno subito un incremento dell’8,9% ovvero 0,56 per ogni 100mila abitanti, solo qualche anno fa, nel 2004, il numero degli omicidi ogni 100mila abitanti era ben più alto, ovvero 1,23 ogni 100mila abitanti. Più del doppio rispetto a oggi. 

Ma come siamo messi nei confronti dell’Europa? Qui c’è la sorpresa. I dati si riferiscono al 2019 e sono tratti dal Bes 2019. E, per una volta tanto dovremmo andarne orgogliosi, perché il tasso di omicidi volontari nei paesi dell’Unione ci colloca terzultimi, prima di Austria e Lussemburgo e molto al di sotto della media europea che è pari a 1,03 per 100mila abitanti. 

I paesi con il più alto tasso di omicidi, invece, sono quelli baltici (Lettonia, Lituania, Estonia) ma anche nazioni che reputiamo civili e progredite e che spesso portiamo ad esempio, sono meno virtuose di noi. Fa specie per esempio, vedere che il Belgio, la Francia, la Finlandia, il Regno Unito o addirittura la Svezia, hanno un tasso di omicidi che è quasi il doppio rispetto all’Italia.

Il rapporto Bes 2019 riferisce anche che, per quanto riguarda gli omicidi di cui sono vittime le donne, l’Italia si colloca in fondo alla graduatoria, con un tasso molto inferiore alla media europea (0,4 rispetto agli 0,8 per 100mila abitanti) ovvero la metà esatta. C’è da esserne soddisfatti? Direi proprio di no, perché se andiamo ad analizzare gli omicidi compiuti contro le donne, si passa dai 113 del 2019 ai 128 del 2022 e ai 120 del 2023, con una leggera flessione rispetto all’anno precedente. Ciò che però va sottolineato è che la grande maggioranza di questi omicidi – oltre l’80% – vengono commessi in ambito familiare da partner o ex partner, incarnazioni di una patriarcalità che però, oggi, non può più essere intesa dalla società come il dominio autocratico da parte del capo di una famiglia, ma piuttosto di un sistema sociale in cui il potere è prevalentemente detenuto da uomini. Però Angela Merkel, Ursula von der Leyen, Cristine Lagarde e pure le nostre Giorgia Meloni ed Elly Schlein? Un segno che le cause (forse) non vanno ricercate in un patriarcato che, oggettivamente, almeno nella stragrande maggioranza delle famiglie non esiste più se non in casi isolati e di povertà sociale e culturale, ma piuttosto in mentalità fragili, distorte, ai limiti – o oltre i limiti – della malattia mentale. 

Destano invece molta più preoccupazione i risultati di una ricerca di Save the Children in collaborazione con Ipsos e pubblicata nel rapporto Le ragazze stanno bene? Indagine sulla violenza di genere onlife in adolescenza, secondo il quale risulta che più di un adolescente in coppia su due (il 52%), dichiara di aver subito almeno una volta comportamenti lesivi o violenti come essere chiamato insistentemente al telefono (34%), essere oggetto di linguaggio violento (29%), essere ricattato per ottenere qualcosa che non si voleva fare (23%), ricevere con insistenza richieste di foto intime (20%), essere spaventato da atteggiamenti violenti come schiaffi, spinte, pugni (19%), condividere foto intime con altri (15%). 

A questo punto la domanda è: come possiamo invertire questo modo di pensare e agire soprattutto fra i giovani? La prima cosa che viene in mente è il tipo di educazione che viene impartita dalla famiglia, sempre che ci sia un minimo di volontà di insegnare una volta per tutte il rispetto per il prossimo, le norme della civile convivenza, il comprendere che l’amore non è possesso, non è violenza, come ci ricorda anche Eva Kant – l’inseparabile compagna di Diabolik – attraverso le parole di Mario Gomboli, che intervistiamo in questo numero. In seconda battuta ci dovrebbe essere la scuola che, senza bisogno di estemporanee iniziative che lasciano il tempo che trovano, dovrebbe semplicemente plasmare con l’esempio e l’insegnamento di basilari regole di comportamento, di educazione civica, di gestione dei rapporti interpersonali, le generazioni future.

Se un giovane cresce con principi di uguaglianza, rispetto, reciprocità, parità, non potrà far altro che trasportarli nella vita di tutti i giorni e, di conseguenza, come una marea inarrestabile, questi principi si propagheranno alla società tutta. Consiglio in proposito di non perdere il bell’articolo sulla Politicità sociale a pagina 19. 

Chi è adulto e si macchia di violenza contro una donna, non solo nella maggior parte dei casi soffre di disturbi mentali gravi, ma probabilmente è anche irrecuperabile. Dobbiamo puntare invece a cambiare la mentalità dei giovani, subito, adesso. Perché è da loro che dipende il mondo di domani, mentre noi stiamo qui a perderci in inutili diatribe se mettere l’asterisco alle parole, o usare la schva, che non sappiamo nemmeno come si debba pronunciare, o a domandarci se dire direttore o direttora.