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La complessità del voto per il referendum sulla giustizia

di Pino Polistena

La difficoltà di un cittadino italiano che deve votare al referendum sulla giustizia dipende dalla complessità dell’oggetto. Non spero di dipanarla ma posso provare ricordando una proposta di legge del 1990 firmata da un certo numero di parlamentari della sinistra ma poi bloccata. Quel disegno di legge rispondeva alla scandalosa decisione del CSM di bocciare Falcone come procuratore di Palermo: è un fatto che molti hanno dimenticato ma indicativo della disfunzionalità dell’attuale CSM come dimostrano scandali più recenti legati al nome dell’ex magistrato Palamara.

Da questo punto di vista l’esigenza di una riforma di questo organo appare sacrosanta. Il colmo è che stavolta è il centro-destra che propone una riforma che ha sempre interessato la sinistra. Le due modifiche che vengono proposte: carriere separate per giudici e pubblici ministeri e sorteggio per eleggere il CSM, sono riforme difficilmente criticabili sul piano dei principi e mi dolgo del fatto che contro il sorteggio si sia levata la voce di molti intellettuali di sinistra, dato che il sorteggio è un’istituzione vetusta e profonda che dovrebbe essere utilizzata non solo per il CSM ma per tutte le istituzioni non rappresentative, perché questo le renderebbe più libere e funzionali mentre adesso sono prevalentemente feudi dei partiti.

È una specie di cancro sociale che rende le nostre istituzioni sostanzialmente disfunzionali e che un sorteggio serio potrebbe migliorare. Dunque da questo punto di vista ci sarebbero motivi validi per il “Si” a questo referendum, tuttavia l’impianto proposto dalla maggioranza presenta delle criticità.

Proviamo a vederle. La riforma prevede che i membri laici (cioè i non magistrati) vengano nominati dal parlamento, quindi dai partiti, ma il sorteggio non è uguale per le due parti e questo fa sorgere il sospetto che la finalità della riforma sia quella di indebolire la magistratura mandando nel CSM una parte politicizzata più compatta di quella togata. Oltre a questo c’è la decisione di dividere l’attuale CSM in tre organismi separati istituendo oltre ai due CSM una terza istituzione per i provvedimenti disciplinari e questo pone legittime domande (e sospetti) relative a questa tripartizione che non appare del tutto necessaria e quindi fa pensare a finalità non dichiarate della parte politica.

Ricordiamo che in Italia circa 300 mila persone vivono di politica e temono il potere della magistratura. La maldestra dichiarazione del ministro Nordio, secondo cui la riforma converrebbe anche alla sinistra, dà l’idea di un interesse da parte dei politici ad una limitazione del potere dei magistrati. Un’ulteriore criticità viene dal fatto che alcune modalità relative ai tre nuovi organismi sono demandate alla legge ordinaria e questo rende ancora più difficile farsi un’idea completa e precisa di questa riforma. 

Insomma le ragioni del “No” sono altrettanto valide e dal mio punto di vista non riguardano i principi della separazione e del sorteggio ma le modalità contorte e poco nitide che accompagnano questa riforma. Per mera curiosità ricordo che nel progetto di legge del 1990 restava un solo CSM sorteggiato tra un elenco di giuristi pari al numero dei magistrati, i quali erano solo il 25% del totale. Era una riforma più radicale perché poneva una questione cruciale di metodo che non posso sviluppare in questa sede ma solo accennare: un potere dello stato deve autogovernarsi? O è più opportuno che l’organo di governo cioè il CSM sia fatto da una maggioranza o da una minoranza di magistrati? Quella riforma decideva per la seconda ipotesi che è fuori dalla discussione odierna ma indica la complessità di questo referendum.