di Roberta Osculati – Vicepresidente del consiglio comunale di Milano
Sono nata in un’epoca in cui il primo giorno di scuola coincideva con la festa di San Remigio. Per me e i miei coetanei l’ingresso in prima elementare è coinciso col 1° ottobre. Poi, nel 1977, arrivò una piccola rivoluzione: il calendario scolastico venne anticipato a inizio settembre, lasciando alle Regioni il compito di stabilire la data della prima campanella.
L’anno prossimo ricorreranno cinquant’anni da quella scelta. Mezzo secolo dopo, forse è arrivato il momento di aprire una nuova riflessione sul calendario scolastico, non per nostalgia del passato, ma per rispondere alle esigenze del presente.
Da tempo il Coordinamento nazionale dei docenti, insieme alle principali associazioni di pediatria, propone di superare l’anomalia italiana di una pausa estiva di quasi tre mesi, redistribuendo le vacanze durante l’anno senza modificare il numero complessivo dei giorni di lezione. Una soluzione già adottata in molti Paesi europei, con risultati positivi sul piano educativo e organizzativo.
Le ragioni sono molteplici. Sul piano pedagogico, periodi di sospensione più brevi riducono la perdita degli apprendimenti, che inevitabilmente accompagna una lunga interruzione estiva e consentono una maggiore continuità didattica. Pause distribuite durante l’anno aiutano inoltre a ridurre lo stress e a favorire il benessere di studenti e insegnanti.
C’è poi una questione sociale. Le vacanze estive così lunghe rappresentano spesso un problema per le famiglie, costrette a trovare soluzioni di cura che hanno costi elevati e non sempre sono accessibili a tutti. Centri estivi, attività sportive, campus e servizi educativi diventano una necessità più che una scelta, aggravando le disuguaglianze tra chi può permetterseli e chi no. Un calendario più equilibrato aiuterebbe anche chi lavora, riducendo quel lungo “vuoto organizzativo” che ogni estate mette in difficoltà migliaia di famiglie. Ma oggi questa discussione si intreccia inevitabilmente anche col tema del cambiamento climatico: le temperature sempre più elevate stanno modificando profondamente le condizioni nelle quali viviamo e studiamo. Gran parte delle nostre scuole è stata progettata in un’epoca caratterizzata da un clima molto diverso dall’attuale. Oggi molti edifici non riescono più a garantire condizioni adeguate di comfort e sicurezza per chi ci vive e ci lavora. Un problema che non riguarda soltanto Milano. Regione Lombardia dovrebbe realizzare una ricognizione del patrimonio edilizio scolastico insieme all’Ufficio scolastico regionale e definire un protocollo per sospendere le attività quando la temperatura interna supera i 28 gradi.
Anche a livello nazionale emergono ritardi che non possiamo più ignorare. Dopo la pandemia l’Osservatorio nazionale sull’edilizia scolastica ha progressivamente perso continuità e l’Anagrafe nazionale dell’edilizia scolastica è ferma ai dati del 2019. Nel frattempo molti interventi sono stati finanziati attraverso il PNRR, ma senza una regia capace di integrare edilizia scolastica, transizione ecologica e adattamento climatico.
La scuola deve diventare una priorità delle politiche di adattamento climatico. Per questo serve una strategia diversa. Non basta gestire le emergenze estive: occorre costruire un piano strutturale che renda le scuole più fresche, efficienti e sicure.
Nella città di Milano, ci siamo impegnati a completare nel breve periodo una mappatura degli edifici che richiedono interventi urgenti e sperimentare soluzioni semplici ma efficaci: tetti verdi, pergole, vele ombreggianti e altri interventi a basso impatto tecnologico possono abbassare sensibilmente la temperatura percepita negli edifici scolastici. Allo stesso modo vanno riqualificati gli spazi esterni con alberature, giardini, sistemi di nebulizzazione e aree dedicate alle attività all’aperto.
Nel medio-lungo periodo serve invece una riqualificazione profonda del patrimonio scolastico, puntando su isolamento termico, materiali innovativi, impianti fotovoltaici e reti di teleriscaldamento per ridurre consumi energetici ed emissioni.
Questa trasformazione richiede una governance capace di mettere attorno allo stesso tavolo amministrazioni, scuole, Città Metropolitana, partecipate, Municipi e comunità scolastiche. Genitori, insegnanti, studenti e associazioni devono diventare protagonisti della progettazione degli interventi, aggiornando anche il Piano Aria e Clima del Comune nella sua dimensione partecipativa.
Naturalmente tutto questo richiede investimenti. Servono risorse comunali, fondi europei e soprattutto un cambio di passo da parte dello Stato, ricostituendo una struttura nazionale dedicata all’edilizia scolastica e costruendo una programmazione stabile che metta la riqualificazione degli edifici al centro delle politiche pubbliche.
L’emergenza climatica non è più uno scenario futuro: è la realtà con cui conviviamo ogni estate. Garantire scuole più fresche, sicure e sostenibili significa tutelare il diritto allo studio, la salute e la qualità della vita delle nuove generazioni.
Cinquant’anni fa il Paese ebbe il coraggio di cambiare il calendario scolastico per rispondere alle esigenze di quel tempo. Oggi il contesto è profondamente mutato. Forse è arrivato il momento di dimostrare la stessa maturità sociale e la stessa volontà politica, ripensando non solo quando inizia la scuola, ma anche come rendere gli edifici scolastici all’altezza delle sfide climatiche del XXI secolo.


