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martedì, 13 Gennaio 2026
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Non perdiamo la speranza!

Ricordo che quando ero più o meno un ragazzino, nonna Evelina (classe 1909) qualche volta raccontava con molta parsimonia alcuni ricordi legati non a una sola guerra, ma ben due. Durante la Prima Guerra Mondiale era solo una bambina, ma gli austriaci se li ricordava bene, visto che abitava a San Michele al Tagliamento, che fu praticamente distrutta durante la ritirata di Caporetto. Ricorda che qualcuno dei soldati in ritirata (probabilmente un austriaco), tra il panico della mamma e dei parenti che credettero volesse portarsela via, invece le infilò sotto il cappottino una tavoletta di cioccolata, ma ricorda anche che i campi erano disseminati di mine che parevano piccole bamboline e che tanti bambini erano morti o avevano perso un braccio, una gamba, la vista. 

Durante la Seconda Guerra Mondiale invece si trovava già a Milano in cerca di una posizione migliore rispetto alle scarse prospettive della vita contadina. Naturalmente, quando cominciarono i bombardamenti in città, tornò nell’unico posto che conosceva e in cui vivevano ancora i suoi parenti. Così partì nuovamente per San Michele al Tagliamento insieme alla figlia che allora aveva circa 10 anni e al marito, con il quale gestiva una calzoleria in viale Monza a Milano. Purtroppo la guerra li raggiunse nuovamente anche lì, e fu proprio a San Michele al Tagliamento che il nonno morì sotto uno dei bombardamenti che rasero al suolo nuovamente il paese.

Per mia nonna la guerra non era altro che “La cosa più brutta del mondo”, una cosa che “non si augurava di rivedere più per il resto della sua vita”.

Ora tocca a noi avere di nuovo sotto gli occhi i morti e la distruzione che porta con sé qualsiasi guerra.

Da qualche anno ormai, in questo editoriale ci auguriamo che le cose possano andare meglio, che l’umanità ritrovi un po’ di equilibrio, un po’ di pace, un minimo di empatia verso chi soffre, e invece ci ritroviamo a contare guerre sempre più numerose che esplodono come focolai a lungo covati sotto le ceneri (Su Wikipedia, al momento le guerre più o meno grandi in corso nel mondo sono almeno 42). 

Tutti sappiamo che la guerra in Ucraina non finirà se non con una capitolazione di Zelensky alla prepotenza putiniana che l’Europa non è stata in grado di contenere né politicamente, né attraverso le sanzioni, e che gli USA non fanno altro che tessere accordi segreti con chi dovrebbero invece fermare. Gaza e Israele invece rimangono un’incognita. Quando capiranno che la pace tra due popoli è l’unica soluzione? E quando lo capirà anche Hamas? La Cina, sorniona, sta al balcone a guardare, ponderare, calcolare, aspettando il momento opportuno per invadere Taiwan, con buona pace del resto del mondo che difficilmente avrà il coraggio e la diplomazia per opporsi alla prepotenza del più forte.

Insomma, non è che le cose siano migliorate rispetto a ciò che ci auguravamo l’anno scorso, anzi, sembra quasi che vogliano abituarci alla guerra, a farci il callo. 

Se poi rivolgiamo lo sguardo all’interno, a casa nostra, la sanità continua ad essere in grande difficoltà, malgrado i fondi del PNNR spesi solo in minima parte, e le gravissime carenze nella richiesta di prestazioni minime per le quali i tempi d’attesa sono scandalosamente lunghi. La scuola poi non è più in grado di gestire una gioventù spaesata e senza punti di riferimento, e nemmeno di stare al passo con le nuove conoscenze, ancora legata a metodi d’insegnamento anacronistici e con personale demotivato e molto spesso non all’altezza di una richiesta diventata al contempo sempre più basica.

Ma noi non ci arrendiamo e continuiamo a sperare che prima o poi il mondo si decida a “mettere la testa a posto”. Solo che questa volta non possiamo limitarci a stare a guardare, ma dobbiamo impegnarci sempre più (al di là di slogan vuoti) a costruire seriamente un percorso di pace. Ne guadagneremmo tutti quanti, ma questo sembra essere al di fuori della portata intellettuale di molti, troppi.

davide.lopopolo@gmail.com