di Sara Vidè
Il 10 marzo scorso è stato l’anniversario di una data davvero importante: ottant’anni da quando le donne andarono per la prima volta alle urne. Questa data non è solo una celebrazione istituzionale, ma anche il traguardo di un lungo viaggio fatto di lotte, coraggio, e determinazione. Se oggi la democrazia ci appare come un fatto compiuto, dobbiamo ricordare che per le donne italiane la cittadinanza piena fu conquistata letteralmente “con le armi e con la testa”.
Dopo vent’anni di buio fascista, finalmente, si misero in coda davanti ai seggi, orgogliose ed emozionate. Migliaia di mani strinsero la scheda elettorale: un gesto semplice che pesava quanto un secolo di sottomissione.
Tuttavia, quel voto non cadde dal cielo, ma fu piuttosto il naturale, seppur sofferto, riconoscimento per il ruolo che le donne ebbero nella Resistenza. Senza di loro, la lotta partigiana sarebbe stata logisticamente impossibile e questo è un fatto incontrovertibile.
Molte di quelle che nel ‘46 entrarono in cabina elettorale avevano trascorso i mesi precedenti tra i boschi o nelle città occupate, rischiando la vita ogni ora. E in questo spazio vorrei ricordarne alcune.
Teresa Noce: Soprannominata “Estella”, fu una delle menti più brillanti della Resistenza e tra le 21 donne elette all’Assemblea Costituente. Dopo la deportazione a Ravensbrück, tornò in Italia per tradurre il valore della lotta in leggi che tutelassero la maternità e il lavoro femminile.
Tina Anselmi: Giovanissima staffetta partigiana con il nome di battaglia “Gabriella”, decise di unirsi alla Resistenza dopo aver assistito all’impiccagione di un gruppo di prigionieri da parte dei nazifascisti. La sua dedizione la portò a diventare, anni dopo, la prima donna Ministro della Repubblica.
Carla Capponi: Medaglia d’oro al valor militare, fu una partigiana dei GAP a Roma. La sua figura sfida lo stereotipo della donna “angelo del focolare”: Carla era in prima linea, dimostrando che il desiderio di libertà non conosce differenze di genere nel momento del pericolo.
Irma Bandiera: Catturata dai nazifascisti a Bologna, fu torturata per giorni affinché rivelasse i nomi dei suoi compagni. Non parlò. Il suo corpo fu lasciato per strada come monito, ma divenne invece un simbolo di resistenza assoluta.
Celebrare l’anniversario del voto significa, quindi e soprattutto, onorare queste figure che hanno saputo vedere oltre l’orizzonte della guerra. Le partigiane non lottavano solo per scacciare l’occupante, ma per costruire una società dove il loro parere contasse.
Quando le donne andarono al voto nel 1946, portavano addosso i segni della clandestinità, il lutto per i compagni caduti e la speranza di un Paese nuovo. Come disse Anna Banti, scrittrice dell’epoca: “C’erano tante vecchiette che non volevano morire prima di aver votato”.
Oggi, quel diritto è una responsabilità condivisa. Ricordare le partigiane significa capire che la democrazia non è un regalo, ma un esercizio quotidiano di partecipazione. Ogni volta che una donna esercita il proprio diritto di voto o di parola, il sacrificio di Irma, Teresa e Tina continua a vibrare e brillare.
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