Fondare una casa editrice è sicuramente un’avventura e Mario Fontana è riuscito a dare voce a scrittori inediti e creare l’opportunità di esprimere opinioni e sentimenti.
L’editoria è un mercato mobile, cambiano le tendenze, lo stile e il senso estetico, la storia lascia un segno come è avvenuto per la pandemia, la guerra, anzi, le guerre. I libri editati da Espressioni di Marca Aperta, raccontano l’Italia del passato e quella contemporanea, colorata come un paesaggio. Si rivolge a lettori attenti e curiosi di scoprire nuovi mondi e la cura del libro è fondamentale, come la scelta della copertina e il carattere tipografico, senza lasciarsi andare al pittoresco o provinciale, mantenendo la rotta nonostante le tendenze attuali.
Era un giovane Mario Fontana quello che frequentava la nostra zona, la sua prima fidanzata era di Precotto, studi alla Cattolica e una grande passione per la letteratura, oggi ritorna in quartiere e, davanti a un piatto di risotto alla milanese alla Trattoria San Filippo Neri, ci racconta il cammino della sua carriera da editore.

Come mai hai lasciato una metropoli innovativa come Milano per arrivare nella provincia veneta?
«Un sogno che nacque fin da piccolo, quando con la mia famiglia partivo da Milano e passavo i più bei venti giorni di vacanza agostana in quel di Grado, l’Isola del sole, tra Venezia e Trieste».
E invece come è nata l’idea di diventare editore?
«Ho percorso tante strade professionali: da ragioniere commercialista a dirigente amministrativo e consulente aziendale. Nessuno di questi lavori però soddisfava il mio piacere quotidiano. Mi piace leggere e sono molto curioso, così un giorno, aprendo un libro mi è venuta la voglia di produrlo… non scrivere un libro, ma crearlo proprio».
Qual è la tua linea editoriale?
«Guarda, a me piacciono i progetti che hanno una sorgente di passione e amore per la lingua italiana, densa di storia e musicalità e mi piace far avverare il desiderio di persone che hanno un sogno non ancora realizzato e un libro nel cassetto».
Non hai mai pubblicato un libro tuo?
«Sinceramente anch’io ho un libro nel cassetto, ma sarà l’ultimo che pubblicherà la mia casa editrice. E poi… fine».
Chi sono gli scrittori nel tuo carniere e di cosa scrivono principalmente?
«Fra i primi autori pubblicati c’è Cristiano Meneghel con i suoi gialli a sfondo storico ambientati nella Venezia del XVII secolo. Ormai siamo arrivati al terzo volume e la saga non è ancora finita. Poi ci sono i libri che raccontano la storia locale, come quello sul santuario di Barbana, oppure dei memoriali come quello del giornalista Cristoforo Di Tella, con una marea di aneddoti riguardanti personaggi noti e meno noti. Anche la poesia non manca, con un autore di prestigio come Giovanni Marchesan Stiata, o i toccanti versi di Sofia Pellegrini.
Ma ciò che ricevo con maggior frequenza, sono manoscritti di gialli e thriller, un’onda che non si è ancora arrestata, anzi, continua a crescere sempre più. Tanto che ho in mente un progetto ancora in fase embrionale che riguarderà proprio Grado e la letteratura noir.
Fra gli ultimi gialli pubblicati, mi piace ricordare senz’altro fra gli altri Pier Luca Settomini con Il segreto di Nicoletta, Alessio Baù, di cui abbiamo già pubblicato due romanzi: Misteri a Barcellona e L’enigma delle lancette, Luciano De Giorgio con Il collezionista di menzogne, un thriller storico che si dipana fra il Ducato di Parma e Piacenza, quelli di Milano e Mantova e la Serenissima Repubblica di Venezia, e Ranieri Toso (ristoratore e giallista) e il suo durissimo Il delitto dei due gradini seguìto da Il delitto dei tre doppiafaccia.
E mi piacerebbe insistere proprio su quest’ultimo autore del quale, se permetti, vorrei pubblicare di seguito l’intervista fatta recentemente, proprio per dimostrare che, a volte, un autore può celarsi dietro i panni di uno qualsiasi di noi».
Chi è Ranieri Toso?
«Sono un ristoratore per nascita. Erano ristoratori i miei nonni e mia mamma. Io ho ereditato il mestiere mal volentieri, come tutti quelli che fin da bambini vedono i loro genitori lavorare tutti i fine settimana, tutte le feste e comunque impegnare molto del loro tempo per la gestione del locale. Oggi mi definirei ristoratore per scelta e soddisfatto del mio lavoro e quindi grato ai miei nonni, che mi hanno trasmesso questo mestiere, che più che un mestiere definirei una missione. La possibilità di esprimere la propria creatività, le proprie passioni, conoscere tante persone che alla fine diventano quasi parte della famiglia, con cui poi vai anche a cena al di fuori del tuo locale. Così ho conosciuto quello che oggi è il mio editore, che mi ha aperto la possibilità di esprimere un altro lato della mia personalità e di far esprimere la mia fantasia pubblicando a oggi due romanzi. Sono una persona che ama le cose semplici e che ama appagare il proprio spirito stando a contatto con le persone, con gli amici, con la famiglia e credo di aver realizzato questo nella vita. Quindi chi è Ranieri? Un uomo contento di aver potuto realizzare alcuni piccoli sogni nel cassetto e di avere una vita appagante».
Quando è nata l’aspirazione di diventare scrittore?
«Come dicevo, con il mio editore, che inizialmente era solo un mio cliente e io suo, della rivista Marca Aperta, si è cominciato a sedersi assieme per cena nel locale e a parlare dei progetti di altri scrittori, progetti per altro realizzati con successo, con l’organizzazione di serate culinario-culturali. Dopo un po’, probabilmente stuzzicato dai miei discorsi, Mario mi ha proposto di iniziare a scrivere. Direi che quasi per gioco, più che per convinzione, cominciai a buttare giù una storia, la cosa mi appassionò a tal punto che nacque Il delitto dei due gradini».
Come mai lo stile del giallo?
«Mi era naturale, perché è il mio genere di lettura preferita. La mia fantasia viaggia in quella direzione. Creare misteri e sviluppare la soluzione, inventando personaggi visti, mischiandone le personalità e inventando quelli che potevano essere i dialoghi in tempi e luoghi diversi rispetto a dove li ho incontrati. Soprattutto mi intriga il pensiero della giustizia contrapposta all’illegalità e al trionfo della prima sulla seconda».
I due romanzi sono legati tra loro?
«I due romanzi sono l’uno la continuazione dell’altro. Il protagonista corre dietro ai suoi sogni e ai suoi valori costi quel che costi anche in termini personali. Ho voluto dare un seguito alle avventure di questo personaggio accompagnandolo a nuovi volti e nuove ambientazioni».
Dove sono ambientati?
«Per lo più in luoghi realmente visitati e di cui mi sono portato addosso un piacevole ricordo. L’unico luogo inventato è proprio lo scenario in cui Carlo, il protagonista, vive e lavora e sviluppa la sua storia. Tutti i posti che invece Carlo visita e racconta e presso i quali si reca per riuscire nell’intento di far trionfare la giustizia e la verità, sono realmente esistenti».
Lei si immedesima nel protagonista?
«Questa domanda me l’hanno posta in quasi tutte le interviste e non poteva essere diversamente, visto che il protagonista è proprio un ristoratore. Direi che Carlo è un insieme di personalità, certamente prevale la mia, i miei valori, la mia determinazione, la mia quasi ostinazione nel perseguire un obbiettivo, ma c’è anche molto di ciò che mi piacerebbe essere. In sostanza c’è anche molto di persone conosciute e di cui ho apprezzato i lati professionali e umani».
Altri progetti editoriali?
«Sì, ci sto lavorando. Vorrei Carlo impegnato in un’ultima avventura. La madre delle sue avventure. Questa volta è in pericolo su più fronti, ma ha un alleato leale e dai valori molto marcati almeno quanto lui. Rischieranno molto insieme e alla base della loro fiducia ci sarà il fatto di guardarsi negli occhi per capire di che pasta sono fatti. Mi sta appassionando molto questo lavoro e la fantasia corre più veloce della scrittura. Credo sarà un lavoro apprezzato per la sua dinamicità e perché ormai a Carlo ci si è affezionati».
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