HomeAttualitàQuando il consenso fa paura alla politica

Quando il consenso fa paura alla politica

di Roberta Osculati – vicepresidente del consiglio comunale di Milano

Avevo esultato troppo presto lo scorso novembre, quando – dopo un inedito accordo tra la segretaria del PD Elly Schlein e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni – c’era stata unanimità nel riconoscere l’urgenza di una modifica al Codice penale italiano in materia di violenza sessuale: sinistra e destra erano concordi nel definire lo stupro come atto commesso senza il «consenso libero e attuale» di una persona.

La storica stretta di mano tra le due donne, leader dei rispettivi partiti, aveva portato rapidamente al il via libera del decreto all’unanimità da parte della Camera dei Deputati, in attesa del successivo passaggio al Senato.

Il risultato raggiunto era stato preceduto da una lunga campagna di Amnesty International, iniziata nel 2020 e sostenuta anche da un mio ordine del giorno in Consiglio comunale, con l’obiettivo di adeguare il Codice penale italiano alla centralità del consenso nei casi di stupro. Questo percorso avrebbe finalmente portato l’Italia – fanalino di coda tra i Paesi europei – ad allinearsi ai requisiti della Convenzione di Istanbul, che all’articolo 36 definisce lo stupro come «un rapporto sessuale senza consenso», ossia senza una libera manifestazione della volontà della persona.

Mi era parso subito un traguardo politico molto significativo, perché segnava un passaggio fondamentale nella cultura del rispetto nei confronti delle donne e nella lotta contro la violenza in generale. Inoltre, rappresentava una crescente consapevolezza del fatto che il consenso sia un elemento imprescindibile nella definizione di un rapporto sessuale e che la sua assenza costituisca una violazione.

Mi aveva fatto esultare anche l’idea che la politica fosse riuscita – finalmente e proprio grazie a due donne – a superare gli steccati ideologici, avviando un dialogo sincero capace di andare oltre le polarizzazioni, per individuare soluzioni condivise nell’interesse del bene comune.

Invece si è trattato di un film durato troppo poco.

A rompere le uova nel paniere è stata una terza donna: la presidente della Commissione Giustizia del Senato, l’esponente della Lega Giulia Buongiorno, che ha deciso di fare marcia indietro nel percorso di riforma dell’articolo 609-bis, riscrivendo il ddl e sostituendo la parola “consenso” con “dissenso” e parlando di atti compiuti contro la «volontà di una persona». 

Ma il consenso non è un dettaglio giuridico, bensì la misura della libertà di una persona: cancellarlo significa arretrare come società.

Proprio in prossimità della Giornata internazionale della donna, mi pare particolarmente grave questo passo indietro sui diritti delle donne italiane: la nuova versione del testo limita, infatti, la possibilità di far valere il diritto all’autodeterminazione sui propri corpi nel momento in cui viene denunciata una violenza. Senza il riconoscimento pieno del consenso, la legge non protegge le donne, protegge chi le violenta.

Questo svela il volto misogino delle forze politiche che oggi hanno la maggioranza in Parlamento, fondato sul pregiudizio che le donne siano inaffidabili, che mentirebbero, che userebbero le denunce in modo strumentale e che le accuse di stupro siano per lo più vendette personali.

La realtà, però, è ben diversa. Purtroppo, la violenza sessuale è il reato meno denunciato: solo il 10% degli episodi emerge, rendendolo così uno dei fenomeni più sommersi. I dati Istat dicono che le denunce non sono in aumento, mentre cresce la violenza sulle donne tre 18 e 25 anni. Le vittime, inoltre, sono esposte al rischio di vittimizzazione secondaria e istituzionale.

Alla luce di questi dati, il teatrino andato in scena in Parlamento risulta ancora più mortificante. Quella riforma avrebbe potuto incoraggiare le denunce e ridurre il rischio di vittimizzazione secondaria. Ma questo è un salto di civiltà e di rispetto verso le donne che Meloni, Buongiorno e tutta la maggioranza non vogliono fare.

Le parole hanno un significato e definiscono il mondo che immaginiamo e che raccontiamo. Con un gioco di prestigio non solo si blocca l’iter di un provvedimento su cui la presidente del Consiglio aveva speso la sua parola, ma soprattutto si finisce per descrivere la posizione della vittima come potenzialmente colpevole e accondiscendente alla violenza: chiedendo a lei di dimostrare la sua estraneità, si ribalta su di lei l’onere della prova e della difesa, anziché sul suo carnefice.

Uno Stato che chiede alle donne di dimostrare il proprio dissenso, invece di riconoscere il loro diritto al consenso, non tutela la libertà: la mette sotto processo.

ARTICOLI CORRELATI

Articoli più letti

Numero 01-2026

Interviste recenti