Pare un’associazione interessante quella di parlare di Cascine e contemporaneamente di Resistenza nel momento in cui il nostro giornale esce in della festa della Repubblica.
Chi è oscar?
Acronimo di Organizzazione Soccorso Cattolico Antifascisti Ricercati, Oscar era una organizzazione di salvataggio attiva a Milano nel tempo della Resistenza. A fondarla furono tre sacerdoti della Diocesi Ambrosiana: don Andrea Ghetti (detto Baden, resistente e capo clandestino degli scout cattolici), don Enrico Bigatti (viceparroco di Crescenzago) e don Aurelio Giussani (insegnante del Collegio San Carlo di Milano). Chi ci trasmise la storia di Oscar, in un tempo di clandestinità, fu don Giovanni Barbareschi, sacerdote diocesano “ribelle per amore”.
Compito di Oscar era mettere in salvo i ricercati – ebrei, disertori della repubblica di Salò, prigionieri di guerra – con la collaborazione di volontari scelti fra la gente comune, come gli abitanti della Cascina Melghera Superiore.

La cascina Melghera superiore*
Situata oltre Cascina Gobba, nelle vicinanze di Cascina Olgettina, la Melghera Superiore ospitava durante la guerra la famiglia dei Barbante con i braccianti, arrivati qui prendendo il posto della famiglia Rusmini, che vi aveva abitato per un secolo e mezzo.
La Cascina Melghera corrisponde oggi al sito di via Olgettina 46, ultimo domicilio di don Luigi Verzè, il fondatore dell’ospedale San Raffaele. Ma la cascina ha una storia pluricentenaria. Già appartenuta alla famiglia Berra, nel periodo interbellico passò in proprietà ai conti Bonzi, già proprietari di terreni in Segrate; il podere, già affittato ai Rusmini di Crescenzago, venne poi dato in gestione negli anni ’30 ai Barbante. L’estensione dei terreni della Melghera, coltivati in gran parte a marcita, era vastissima: a nord la proprietà confinava con via Padova, a ovest col fiume Lambro, a est con la via Olgettina, a sud col comune di Rovagnasco-Segrate.
La cascina aveva la struttura tradizionale della classica cascina lombarda: intorno all’aia grande c’erano la stalla per le vacche, altra stalla per i cavalli, fienili, la casa padronale, diverse abitazioni per i braccianti e i campee, i silos per deposito foraggio.
Negli anni ’60 i terreni dei Barbante vennero circondati da nuove costruzioni: la tangenziale, la metropolitana, l’ospedale San Raffaele, che determinarono la cessazione dell’attività agricola. Qui, durante la seconda guerra mondiale, diversi soldati in fuga, sbandati, renitenti alla leva, ricercati politici, ebrei, trovarono rifugio nascondendosi in cascina perché era isolata.
In quel periodo il viceparroco di Crescenzago, don Enrico Bigatti, convinse i fratelli Barbante a continuare l’attività di assistenza e alloggio dei ricercati onde attendere il momento favorevole per farli espatriare in Svizzera. Con l’assistenza di don Enrico, la Cascina Melghera divenne sede operativa di Oscar, una scelta molto impegnativa e pericolosa per tutta la famiglia. Infatti coloro che venivano scoperti ad aiutare i ricercati erano immediatamente condannati alla fucilazione. Serviva coraggio, perché la situazione diventava estremamente pericolosa e precaria, specie nei giorni in cui don Enrico veniva arrestato e portato a San Vittore. In quel periodo i ricercati venivano nascosti nei fienili, nei ripostigli, e nutriti dai Barbante.
Don Enrico. Nato a Crescenzago da una famiglia povera, orfano del padre, don Enrico riuscì a studiare grazie all’aiuto di alcuni benefattori. Dopo l’ordinazione sacerdotale (22 maggio 1937), venne assegnato, il 28 gennaio 1941, come coadiutore, alla parrocchia di Santa Maria Rossa, dove si attirò la stima e l’ammirazione di tutti i parrocchiani.
L’attività clandestina di Oscar
Nel soccorrere gli sbandati, Oscar doveva occuparsi innanzitutto dei soldati della ex-batteria contraerea di via Adriano; e poi provvedere anche a due distaccamenti di prigionieri alleati della zona (circa 25 inglesi presso la Lavanderia Molina di via Paruta e circa 130 greci presso la Spai di via Olgettina). Inizialmente la popolazione, mossa da spirito umanitario, dava una mano ad aiutare e a ospitare. Ma, con la promulgazione dei due decreti governativi che obbligavano a segnalare e consegnare i prigionieri di guerra in fuga, anche l’opera umanitaria diventava pericolosa e presto si tramutò in attività clandestina.
Continuamente don Enrico veniva chiamato in case di Crescenzago dove erano provvisoriamente ospitati soldati alleati in fuga e li accompagnava alla frontiera con la Svizzera, anche dopo che questa venne chiusa dal governo svizzero. Furono diverse decine, forse centinaia, i ricercati messi in salvo da don Enrico. Lo accompagnavano alcuni giovani della parrocchia, che daranno origine all’organizzazione Oscar, con sede centrale presso il Collegio San Carlo di Milano e sedi secondarie a Crescenzago (in parrocchia) e a Varese, insieme a una rete di collaboratori che includeva diverse famiglie del quartiere, comitati di fabbrica e gruppi in diversi paesi della provincia. Base operativa di Crescenzago: la Cascina Melghera di via Olgettina e la numerosa famiglia Barbante. Nonostante l’attività clandestina, il lavoro di don Enrico fu approvato e incoraggiato dal cardinale Schuster. Tra i giovani cattolici va ricordato Peppino Candiani, un ragazzo eroico che cadrà nel 1944 sulla frontiera italo-svizzera nel corso di una missione: aveva solo 19 anni.
L’epilogo sul ponte di Crescenzago
Il 15 gennaio 1944 le SS arrestano alla canonica di Crescenzago don Enrico e il parroco don Roncoroni. Don Roncoroni rimarrà in carcere per 10 giorni circa, don Bigatti per oltre un mese. Con sé e dentro il breviario custodisce carte compromettenti, che per fortuna non vengono scoperte dalle guardie. L’ultimo atto del prete avviene il 25 aprile 1945: i nazi-fascisti sono in fuga, vanno a nord correndo lungo la via Padova fino al ponte di Crescenzago, dove vengono fermati dai volontari di don Enrico uniti alla 110ª Brigata Garibaldi. Un camion rimasto isolato dà inizio a una sparatoria. Don Enrico si mette in mezzo munito solo di un fazzoletto bianco: allarga le braccia e chiede la tregua. Con mitra e cannoni i tedeschi potrebbero fare una strage prima di venire soppressi dai partigiani. Ma depongono le armi e ottengono la possibilità di raggiungere la frontiera.
Gli abitanti di Crescenzago ricordano ancora oggi don Enrico come un eroe del quartiere e gli hanno dedicato una piazza, Largo Bigatti, al quartiere Adriano.
* Cfr. volume “Crescenzago e via Padova” di Marabelli, Ornaghi, Scala, Schiannini, Graphot 2017.




