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Non perdere mai la voglia di raccontare storie

Prosegue la visione su come immaginano sarà il loro e il nostro futuro da parte degli artisti amici di Noi Zona 2.

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Maurizio Nichetti - Foto: Cesare Lopopolo
Maurizio Nichetti – Foto: Cesare Lopopolo

Maurizio Nichetti

Attore, regista, sceneggiatore; direttore artistico del Centro Sperimentale di Cinematografia di Milano e docente allo Iulm.

Quali i tuoi pensieri durante i mesi di clausura?  

«Diversi da prima, diversi ad ogni giorno che passava. L’incredulità dell’inizio, il tempo dilatato. Avere tutta una giornata a disposizione, essere “giustificati” nel bigiare gli impegni quotidiani. Un vago sentore di un’adolescenza riconquistata, la stessa sensazione di quando si poteva non andare a scuola.

La casa tutta per noi. Ma non una festa, perché dal televisore entravano nelle nostre case immagini da film di fantascienza visti già mille volte. Quello che avevamo sempre considerato l’impossibile, ora era diventata cronaca quotidiana. Ci era già successo con l’Inferno di cristallo, un film catastrofico del 1974 che aveva anticipato ansie e tragedie destinate a diventare realtà ventisette anni dopo con le Torri gemelle a New York. Ora eravamo davvero chiusi in casa come in un brutto film di fantascienza e cercavamo tutti i giorni di sbarrare l’ingresso a un virus invisibile. Senz’altro giornate piene di ansia e di pensieri in continua evoluzione. Qualcuno per distrarsi ha cominciato a panificare: dapprima dure croste bruciate, poi pagnotte sempre più soffici, sino a riprodurre alla perfezione grissini, focacce, baguette e pane toscano. Altri hanno riscoperto il ballo, l’esercizio fisico, fatto tra la poltrona e il divano guardando vecchi tutorial trovati su YouTube. I giorni passavano e i pensieri si modificavano alla ricerca di una via d’uscita. Siamo diventati tutti più esperti di nuove connessioni digitali. Skype, Zoom, Microsoft Teams… Ci siamo accorti che per un incontro con un funzionario Rai lontano 600 chilometri, ci siamo occupati solo la mezz’ora necessaria a sbrigare la pratica… sino a pochi mesi fa ci dovevamo sobbarcare un appuntamento fisico, un viaggio in treno superveloce e, tra andata e ritorno, pranzo e cena, impiegavamo una giornata per poter parlare con lui sempre la stessa mezz’ora.

Questo ci ha resi fieri di noi e del nostro computer e ci ha permesso di allargare la nostra immaginazione. Abbiamo rivisto amici persi di vista da anni. “Voi a Washington come state?” e abbiamo anche imbandito aperitivi virtuali. A me è capitato anche di allungare il braccio verso lo schermo alla ricerca di un impossibile “cin cin”.

Le giornate si sono riempite di nuovo con orari da ufficio. Le prime call al mattino alle 9, le ultime alle 19 di sera, ma qualcuno, a causa di fusi orari scombinati si è trovato a fare riunioni sino all’una di notte.  Sempre a casa, sempre rigorosamente “isolati” ma connessi, come non mai, con il mondo intero. Anche nel conteggio delle vittime. E noi ad aspettare i bollettini e le previsioni vanificando e risanificando le preziose mascherine che eravamo riusciti a trovare, non senza qualche difficoltà. Sono stati attimi o settimane, ma sono stati tutti pensieri che ci hanno attraversato la mente in questi tre mesi di lockdown, dove ci eravamo illusi di aver ritrovato un senso di solidarietà, di collaborazione, che, forse, non era così vero come ci è sembrato in alcuni momenti. Con il calare del pericolo, aumentano i pensieri negativi: “Ma si poteva fare qualcosa di meglio?” Lo capiremo durante l’estate e ancora di più durante l’autunno. I nostri pensieri continueranno a cambiare, cercando di mantenersi il più possibile obiettivi ed eleganti, anche se, a dir tutta la verità, non sarà molto facile».

La pandemia ha ribaltato tutte le nostre certezze. Ci saranno ricadute positive nei rapporti, in generale nel nostro modo di vivere?

«Quello che abbiamo imparato a fare non ce lo potrà togliere nessuno.  Siamo ormai panificatori esperti e continueremo a infornare pagnotte creative e saremo felici di prendere meno treni, aerei e metropolitane, che abbiamo imparato a sostituire con un efficacissimo collegamento in Zoom».

Cosa cambierà nel Centro Sperimentale di Cinematografia che tu dirigi?

«Quello che poteva cambiare è già cambiato.   Ci siamo convertiti subito allo smart working. Lezioni a distanza con tutte le materie “teoriche” che ce lo hanno permesso. Abbiamo varato laboratori on line per insegnare la storia della comunicazione o la tecnica della scrittura, dello spoglio di una sceneggiatura, della pre produzione… Ma qui ci siamo dovuti fermare. Una scuola pratica come Il Centro Sperimentale di Cinematografia, non può fare a meno del set, della troupe, degli attori. È impossibile ricondurre tutti i set alle regole di distanziamento che abbiamo ora. Si può girare qualche spot concentrati su un prodotto, un piatto, con una “manista” (che, fuori campo, può tranquillamente indossare una mascherina) ma girare una scena con quattro o cinque attori che interagiscono non è ancora possibile e senza azione non c’è cinema, non c’è teatro, non c’è musica… per non parlare delle platee che si possono occupare solo in minima parte.

Siamo fiduciosi che tutto questo verrà, prima o poi, superato. Restiamo in attesa, cercando di tenere in allenamento le nostre troupe che sono poi le nostre classi, i nostri tecnici, che sono, prima di tutto, i nostri allievi, cercando di trasmettere quella tranquillità e quell’ottimismo senza il quale non potremo mai ripartire… quando ce lo permetteranno».

Il cinema e il teatro, fondamentali nella nostra cultura, dovranno rimodularsi? Potrebbe nascere qualcosa di nuovo? Quale scenari prefiguri?

«Non credo che un Drive in o un paio di camion con palcoscenici ribaltabili potranno sostituire una sala cinematografica o un teatro. Sono encomiabili tentativi di non rassegnarsi all’inazione di questi mesi. Un atleta non può smettere d’allenare i propri muscoli e un attore non può stare troppo lontano dal suo pubblico. Magari con un selfie, una ripresa amatoriale fatta davanti alla libreria di casa, ma non deve perdere la voglia di raccontare storie. Quando un pubblico potrà materializzarsi di nuovo in platea… noi ci saremo! Certo è che molti di noi non vedono l’ora di riprendere a frequentare musei, teatri e cinema, non solo per poter rivedere i propri beniamini, ma soprattutto per tornare a vivere una città con una modalità più umana, per rivedere gli amici e per poterli abbracciare senza paura di doversi “sanificare” subito dopo».

Franco Mussida - Foto: Davide Lopopolo
Franco Mussida – Foto: Davide Lopopolo

Franco Mussida

Chitarrista, compositore; membro fondatore della Premiata Forneria Marconi e del CPM Music Institute di Milano.

Durante il periodo di clausura, hai prodotto o pensato a qualcosa di nuovo?

«Ho messo in cantiere due libri. Il primo rimette in ordine i pensieri che hanno dato vita a un seminario organizzato nell’agosto del 2018 dall’ordine gesuita a Palermo. Il tema è anche il titolo: Il Mistero che trasforma la Musica in emozioni. Una serie di riflessioni sulla sacralità della musica e una rilettura su una delle scritture più utilizzate dai musicisti per rivendicare al mondo del suono e della musica, la famosa frase dell’evangelista Giovanni nel suo ben conosciuto Vangelo: “In principio era il Verbo”. Avevo iniziato a rivedere quegli scritti nel periodo natalizio. Poi una pausa. Ripresi a febbraio poi lo stop per via della malattia che ha colpito anche me, poi a fine marzo la chiusura. Vedremo quando l’editore intenderà farlo uscire.

Il secondo riguarda un tema a me molto caro. Sarà un libro dedicato agli ascoltatori di ogni età e genere. Obiettivo: risvegliare le coscienze sul tema della qualità della musica. Sono tra i fondatori non solo del CPM Music Institute, ma anche di Slow Music. Mi occupo di formazione e di disagio sociale. Per formazione in questo caso intendo quella degli ascoltatori, non dei musicisti».

La pandemia ha prodotto un terremoto, dovremo convivere col virus per parecchio tempo. La musica è contatto, è vicinanza, pare non più possibile.

«Sì, la musica è contatto e vicinanza con gli altri. Ma anche contatto e vicinanza con se stessi. Prima ancora che contatto fisico è contatto emotivo, spirituale. Paradossalmente la natura malinconica di gran parte dei musicisti ha mitigato la sensazione di disagio causata dalla limitazione dello stare a casa. Siamo più abituati di altri a stare soli con la nostra musica. Dire che la vicinanza non è più possibile mi pare un’immagine non corrispondente alla realtà prossima ventura.

Il problema sono gli assembramenti. Le autorità ne hanno timore, e allora calcano la mano sui distanziamenti senza andar giù troppo per il sottile. Il risultato però a volte è desolante se non penoso, lede l’intelligenza di tante persone. Vedi persone in macchina da sole con la mascherina. Ci vanno anche in bicicletta, in moto. Ma il virus non è nell’aria, si trasmette da uomo a uomo. Abbiamo paura, più ne abbiamo più va bene. L’ordine dall’alto, ormai è chiaro, è di non far nulla per rassicurarci».

La scuola e gli inevitabili cambiamenti proiettati nel futuro?

«La scuola non ha mai smesso di operare. Con l’Open Day Online del 6 giugno abbiamo portato la scuola a casa di studenti e famiglie in tutta Italia. Abbiamo ricevuto decine di auguri da tanti amici e artisti, da Ermal Meta al presidente della Warner, da Manuel Agnelli al direttore artistico della Sony. È stato un grande segno di affetto e stima.

Abbiamo offerto ormai più di 3500 ore di formazione online, audizioni ed esami teorici. Chiaro che le attività come musica di insieme, casting e spettacoli, li faremo quando potremo. Ho sentito personalmente più di 100 studenti in colloqui individuali di 30 minuti l’uno e non aspettano altro che ricominciare. Dai colloqui è emerso anche qualcosa di molto positivo. Hanno organizzato meglio il loro tempo, la maggior parte ha studiato il doppio. Le prossime Open Week a luglio meditiamo di farle all’aperto. Cicli di lezioni, incontri, seminari, show con artisti.

Il futuro è solo un problema di spazi. Meno gente in più spazio. Milano è e rimarrà una capitale della musica, una porta verso l’Europa, da noi più del 50% dei giovani arrivano da altre regioni o dall’estero. La nostra didattica ha da sempre una forte attenzione alla persona, è nei nostri programmi a prescindere dalla pandemia. Da settembre recupereremo tutte le attività live che non si è riusciti a organizzare».

I grandi concerti che riempivano i teatri e le piazze sono rinviati al prossimo anno. Che succederà nel frattempo? quali alternative dopo il virus?

«Che la musica per taluni sia solo un fatto di grandi numeri fa sorgere domande sulla passione e l’amore che tante grandi sigle e associazioni hanno per il mondo della musica popolare contemporanea. Se i grandi nomi si mettono o vengono messi in congelatore, migliaia di addetti che hanno bisogno di lavorare restano a casa, e questo nonostante il pubblico abbia bisogno di musica, arte, teatro, cinema. Il pubblico ne ha bisogno ora non tra un anno. Nel frattempo ci sono i cosiddetti piccoli e meno male. Sono loro che produrranno, credo e spero, idee di qualità per l’oggi e per il futuro. Tra questi proverò a mettermici anch’io. I mega eventi evidentemente possono aspettare. Anche tanti artisti possono aspettare; aspettare che il pubblico sia tanto numeroso prima di decidersi ad esibirsi. È una logica che ovviamente rispetto, ma non condivido. È un dare lo scettro del re dello spettacolo alla dimensione economica prima che a quella artistica. Come si diceva un tempo… il re è nudo».

Nella clausura si era diffuso un certo spirito di amicizia, collaborazione e allegria dai balconi per esorcizzare il mostro. Resterà qualcosa?

«Sì rimarrà qualcosa: il ricordo di quei giorni, di quelle sensazioni uniche e particolari per milioni di persone che hanno vissuto l’esperienza di perdere la libertà. Qualcosa di unico e irripetibile, anche se per poco, non più di un mese o due. Ma ci pensate, un intero Paese agli arresti domiciliari? Una tromba che suona per tutti da dietro una finestra O mia bela Madunina… Bella ciao, perfino l’Inno di Mameli ha fatto venire la pelle d’oca e le lacrime agli occhi… quello rimarrà nella memoria emotiva.

Per un momento siamo diventati tutti uguali. Tutti ristretti in una sola condizione: rinchiusi nei nostri appartamenti. È questa perdita di libertà che ha provocato una solidarietà globale intrisa di un’irrefrenabile dolorosa nostalgia. Nostalgia di tutto ciò che di più prezioso avevamo e che ci è stato tolto da un giorno all’altro: la libertà. La libertà di muoverci prima di tutto, di uscire di casa. Tutti agli arresti domiciliari.

Frequento le carceri da più di trent’anni. So cosa vuol dire stare in cella con gente che ha perso la libertà di muoversi. Noi lì ci portiamo la musica. Ci portiamo un nuovo modo di ascoltarla, di viaggiare stando fermi, di sognare posti reali, luoghi interiori in cui si può anche star bene a patto di recuperare verità e rispetto di sé, rispetto e condivisione per le vittime dei propri delitti, per le famiglie a cui si è fatto del male.

La nostra pena collettiva si chiama Covid, in fondo una pena sopportabile, un paio di mesi che ci hanno ricordato cosa abbiamo e cosa potremmo perdere. Due mesi, quanto basta per esaltare il significato emotivo di tutto ciò che abbiamo sempre avuto, o che abbiamo sempre dato per scontato avere. Passata la carestia generale, di questo tempo rimarrà una sola cosa: il ricordo nei libri di storia. Ah, dimenticavo, rimarranno anche qualche milione di apparecchiature elettroniche… Non c’è niente da fare: ci vogliono sempre più attaccati a uno schermo, piuttosto che a una chitarra».

Giancarlo Bozzo, ideatore e direttore artistico di Zelig - Foto: Davide Lopopolo
Giancarlo Bozzo – Foto: Davide Lopopolo

Giancarlo Bozzo

Direttore artistico di Zelig, regista, autore teatrale.

Quando ci siamo incontrati per l’intervista che ripubblichiamo in questo numero, non avremmo immaginato che avremmo subìto una limitazione della libertà: che effetto ti ha fatto?

«Beh direi che aver vissuto in casa per più di due mesi, mi ha dato modo di riflettere su alcune cose e di trovare piccole risposte. In questo caso non l’ho sentito come una limitazione della libertà, ma come una necessità importante. Il fatto che mia moglie sia stata ricoverata con la polmonite da virus, mi ha reso cosciente delle necessità e dell’importanza di queste “limitazioni”».

Questa bufera planetaria ci ha costretti a mettere in discussione le nostre certezze, i nostri schemi consolidati, il modo di vivere le nostre professioni. Quali pensieri per il futuro?

«Ci sono almeno due pensieri che tornano non solo nella mia mente, ma credo e spero in quella di tutti noi: il pianeta e la nostra salvezza, e la necessità di reinventarsi lavorativamente.

Il primo è il problema. Se non riusciamo a cambiare il nostro stile di vita e se i grandi della terra non si danno una mossa decisiva, il nostro stesso futuro, e soprattutto quello dei nostri figli, è molto incerto.

Se per caso si riuscisse a risolvere, nel tempo, questo immenso problema, avremmo messo le basi per un futuro. Uno qualsiasi, ma un futuro. Nel frattempo quello che ci accade, è dover fare i conti con un mondo diverso anche e soprattutto dal punto di vista lavorativo. Tanto sta cambiando per tutti, a maggior ragione per quelli che, come me, vivono dello spettacolo dal vivo, anche in tv. Questo ci costringe a una ricerca che comunque sarà molto utile: trovare alternative per lo spettacolo. Alternative di linguaggio e tecnologia innovativa, alternative in comunicazione e rapporto con il pubblico. A questo ci stiamo preparando e ci stiamo attrezzando».

Zelig è la tua creatura, che hai portato a un grande successo. Quale sarà il suo sviluppo? Hai pensato a soluzioni che risolvano i problemi di sicurezza imposti dalla situazione?

«Lo sviluppo di Zelig sarà calibrato e condizionato sia da avvenimenti esterni, speriamo positivi come la fine dell’emergenza sanitaria, sia interni, con il discorso già accennato. Quindi nuove produzioni con meccanismi diversi da quelli tradizionali. Le norme di sicurezza per ora non ci consentono di lavorare. I costi della gestione a pubblico ridotto non sono compatibili con le entrate previste a pubblico contingentato. Stiamo riflettendo su questa difficile situazione».

In una recente intervista Sergio Escobar direttore del Piccolo Teatro di Milano, ha dichiarato che è sufficiente uno spettatore in sala perchè lo spettacolo vada in scena. È sempre vero o sono possibili altre modalità?

«Queste dichiarazioni sono valide da un punto di vista artistico, e le condivido, ma non sono realistiche. Se avessimo il mecenate del rinascimento, forse si potrebbe realizzare tutto questo, ma non mi pare che si possa intravvedere questo tipo di soluzione. Speriamo invece che lo Stato aiuti la nostra categoria e che si capisca che la cultura e il turismo sono davvero le più grandi risorse di questo nostro paese».

Fabio Treves - Foto: Davide Lopopolo
Fabio Treves – Foto: Davide Lopopolo

Fabio Treves

Fondatore della Treves Blues Band

È considerato il re italiano del blues.

Come hai vissuto questo periodo di perdita della libertà?

«Sinceramente non ho mai avuto la sensazione di aver perso la libertà. È stato un periodo di lockdown che io ho utilizzato facendo tante cose per me importanti. Leggendo (soprattutto le autobiografie di grandi artisti come Zappa, B.B.King e Alexis Korner), riguardando vecchi filmati musicali, sistemando il mio archivio fotografico e anche realizzando diversi video a sostegno di situazioni e categorie di persone che avevano bisogno di solidarietà e vicinanza».

Dopo il 22 febbraio, data del tuo ultimo concerto, hai dovuto cancellare gli impegni successivi. Come hai mantenuto i contatti con la tua band?

Ci siamo sentiti spesso, abbiamo parlato di progetti, di brani nuovi e di idee musicali. E dal momento che abitiamo in tre regioni diverse ci siamo aggiornati in tempo reale sulla situazione che ognuno di noi stava vivendo…».

Sembra che tutti i concerti debbano essere rinviati al 2021. È un periodo di vuoto lunghissimo, immagino difficile da colmare. Come pensi di farlo?

«Penso che la tipologia dei concerti blues permetta di organizzarli e farli, seguendo i protocolli indicati, anche in questa estate 2020. Quindi spero di riprendere a suonare con la TBB anche prima del prossimo anno. E sono sicuro che quando rivedrò i miei amati fan scatterà l’entusiasmo e il sorriso di sempre, anche se magari coperto dalla mascherina…».

Sarà possibile ricominciare come prima della bufera, riempire di pubblico i teatri o le arene o gli stadi, oppure ci saranno cambiamenti sostanziali nel modo di fare musica? Quale visione per il futuro?

«Certo che sarà possibile, ognuno di noi non dimenticherà tanto facilmente amici, parenti e conoscenti che hanno sofferto o non ci sono più, ma la voglia di ripartire e l’entusiasmo ci daranno una mano. Con il tempo riprenderanno anche i grandi eventi, con la speranza che ci sia anche una riflessione profonda sul mondo della musica e del “business” che ne deriva.

Comunque ti dico una cosa: la treves Blues Band è sopravvissuta a tanti cambiamenti sociali e politici, e riprenderà il lungo cammino sulla strada del blues più grintosa e determinata di prima».

Come saremo noi tutti dopo la pandemia? Questo, che sembra un castigo biblico, ci lascerà qualcosa di buono?

«Secondo me le persone sensibili ed intelligenti rimarranno tali, e trarranno un insegnamento da questa esperienza, apprezzando ancora di più quello che hanno, in primis la salute… Daranno valore alla vita, alle cose e ai rapporti umani anche più di quanto facessero prima, perché hanno vissuto questo periodo coltivando i valori importanti. Gli stupidi e i superficiali saranno così anche dopo la pandemia, perché non avranno conosciuto niente tranne il loro egoismo e la loro banalità, e non avranno imparato nulla da questa emergenza».

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