di Roberto Biscardini
Tutti i cittadini milanesi, chi più chi meno, sia coloro che abitano qua da molti anni sia i nuovi arrivati, conoscono l’importanza e la storia della cosiddetta “Milano città d’acqua”.
Una città attraversata, fino alla fine dell’800, da un grande numero di canali e rogge, allora tutte a cielo aperto, che attraversavano la città in più di una direzione.
Naturalmente il ruolo principale l’avevano i Navigli. Ruolo documentato dalle innumerevoli stampe oltre che da dipinti e da fotografie. Immagini dei nostri bellissimi Navigli fino a quelle dolorose della chiusura di otto chilometri dalla Cassina de Pomm alla Darsena, avvenuta tra il 1929 e gli anni ’60 del ‘900.
Pochi però, quando parlano della chiusura del Naviglio in via Melchiorre Gioia, e poi in via San Marco e poi ancora lungo la cerchia dei Navigli fino alla Darsena, collegano questo importantissimo tratto urbano, che attraversava il centro della città, con il fatto che l’acqua di questi canali non era nient’altro che l’acqua del Martesana. E cioè l’acqua pulitissima che da Concesa in poi, cioè dal Comune di Trezzo, captava l’acqua dell’Adda per portarla dentro Milano e garantire la navigabilità dal Lago di Como alla città e poi a Pavia e al mare.
Se avessimo tutti consapevolezza di questa dimensione, metteremmo tutti (amministrazione comunale per prima) al centro delle politiche urbane, il tema della valorizzazione del Naviglio Martesana, oggi troppo spesso dimenticato.
Il Naviglio Martesana infatti, altrimenti detto Naviglio Piccolo, seguì in ordine di tempo, ma non certamente di importanza, il Naviglio Grande ed ancora oggi sembra che ci trasciniamo questa convinzione: che Il Grande, avendo avuto la fortuna di non essere interrotto, sia più importante del cosiddetto Piccolo. Ma non è così.
Senza il Naviglio Martesana i milanesi, dal 1450 in poi, non avrebbero potuto godere di quel corso d’acqua che correva a poche centinaia di metri dal Duomo di Milano dando vita al Naviglio di San Marco prima e alla Cerchia Interna poi, fino a via Conca del Naviglio più avanti. Non avrebbero potuto godere di quello sviluppo economico e produttivo che Milano conobbe proprio in ragione della presenza dei suoi Navigli.
Perché questo racconto? Perché mai come in questo momento può risultare importante porci l’obiettivo di valorizzare il Naviglio Martesana, restituendo così a Milano l’anima della città. Valorizzare il tratto milanese ancora aperto, dal Ponte Canale, là dove il Martesana scavalca il Lambro in fondo a via Idro, fino alla Cassina de Pomm, ben sapendo che il progetto di riapertura dei Navigli, di cui a Milano si discute da almeno quindici anni (quando si tenne il referendum del 2011), non è altro che la riapertura del Martesana fino ai Bastioni di Porta Nuova e poi oltre fino alla Darsena.
Si tratta di dar vita a un movimento popolare per la valorizzazione del tratto urbano del Naviglio Martesana ancora aperto in attesa che con i progetti in corso di realizzazione si possa proseguire verso il centro. Si tratta di ridare al Martesana quella quantità minima di acqua necessaria a ripristinare, per ora, le pur minime forme di navigabilità: tavole, canoe, piccole imbarcazioni, dall’Adda a Milano. Si tratta di mantenere in modo decoroso le sue sponde affinché sia eliminato ogni pur minimo elemento di degrado e di abbandono che pure in alcuni piccoli tratti sussiste ancora.
Si tratta di ripristinare al meglio quell’itinerario ciclo-pedonale, già oggi fortemente frequentato, che consente di andare su due ruote da Milano a Lecco.
Un movimento popolare che saprà esso stesso individuare tutti gli interventi necessari affinché il Martesana possa diventare un esempio anche europeo di riqualificazione urbanistica e ambientale. Di svago e di riposo. Di nuova microeconomia e di nuova socialità. Un primo passo perché Milano si riappropri del valore, dell’importanza e della bellezza del Martesana, matrice dei nostri Navigli principali.




