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lunedì, 26 Febbraio 2024
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Il mondo vibrante è l’origine stessa della vita

A colloquio con Franco Mussida: dalla PMF al CPM, dal progetto CO2 ai “padelloni”, in un percorso senza fine.

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L’incontro con Franco Mussida si è svolto nella bella sede del Centro Professionale Musica (CPM) in via Elio Reguzzoni, 15, che ospita in un anno accademico circa 400 allievi in una molteplicità di corsi musicali. È stata una profonda immersione nel mondo della musica, che Franco Mussida ci ha aiutato a capire facendoci viaggiare attraverso la filosofia, la psicoterapia, la misteriosa rappresentazione dei suoni. 

La musica ci fa intravedere abissi ma ci apre anche orizzonti infiniti. Nella musica troviamo la nostra misura.  

Partiamo dalle origini. È vero che a 9 anni suonava la chitarra di nascosto dei suoi genitori?

È vero. Cercavo di copiare i gesti che mio padre, appassionato di musica, faceva quando la sera suonava la chitarra, cantava e si divertiva con gli amici. Sono andato avanti per anni a suonare la chitarra di nascosto; quando i miei mi hanno scoperto, mi hanno mandato a lezione ed è iniziato così il mio percorso musicale.

La mia più grande scoperta l’ho fatta nel momento in cui ho dato una grande manata sulla buca della chitarra e ho appoggiato l’orecchio sulla tavola armonica. In quel momento mi si è presentato un mondo infinito, straordinario e misterioso, che faceva pensare ad altri pianeti. È questa visione che mi ha consentito di andare a cercare il rapporto tra il mondo del suono e il mondo degli affetti. Avevo ­ aperto una porta nella mia interiorità ed è la visione che mi ha cambiato la vita, una specie di piccola iniziazione che mi porto sempre dietro.

Nel 1961, a soli 14 anni, la sua prima to­urnée europea

Sì, suonavo per gli italiani all’estero. Nel 1967 sono entrato a far parte dei “Grifoni”, che poi hanno cambiato nome e sono diventati “Quelli”. La musica è stata ed è tuttora un grande amore, con tante tappe e tanti momenti.

Franco Mussida - Foto: Davide Lopopolo
Franco Mussida – Foto: Davide Lopopolo

Lei è stato il fondatore della Premiata Forneria Marconi. Quando è nata?

La PFM è arrivata nel 1971 dopo i “Quelli”, divenuti poi Krel, in un momento storico molto interessante per il Paese, perché siamo riusciti a proporre a un pubblico vasto un genere musicale molto raffinato, che non aveva le connotazioni della canzone. A parte un paio di pezzi che ho firmato io, siamo riusciti a sposare questa forma che si chiama “progressive”, che ha dentro la musica strumentale come caratteristica fondamentale. 

La musica senza parole riusciva a essere vissuta dal pubblico in maniera esaustiva, appagava l’anima delle persone e soprattutto l’anima giovanile. All’epoca non c’era bisogno di raccontare tanto, mentre oggi la situazione è cambiata: i ragazzi hanno bisogno della parola. 

Ma c’è stato un ritorno in secondo momento alla PFM…

Nel 1996 ci fu un riavvicinamento con parte del gruppo che mi chiese di rimettere insieme la band; fui preso, in quel momento, dalla voglia di provare a rivivere con coscienza ciò che avevamo realizzato nel pieno dell’incoscienza. Mi intrigò molto questo pensiero. Si fecero cose interessanti, molto belle, un’opera rock, Dracula, PFM Made in Japan e alcuni altri progetti come La buona Novella di De Andrè, riarrangiata come se ci fosse stato ancora Fabrizio.  

Come ultima cosa è nata poi il progetto “PFM in classic”, che voleva dire aggiungere creatività a composizioni classiche, sinfoniche di cui si estrapolavano alcune parti, che venivano rispettate totalmente dal punto di vista dell’orchestrazione.

Quali sono stati gli aspetti salienti della collaborazione con Fabrizio De Andrè?

L’esperienza PFM-De Andrè del 1978 è stata una cosa assolutamente unica nel panorama italiano. Ho curato personalmente la direzione artistica, ho scelto i pezzi, ne ho arrangiati una gran parte, ed è stata una esperienza umana molto toccante: trasformare per trasferire la memoria dalle generazioni precedenti a quelle successive.   

Molti di quegli arrangiamenti sono rimasti nell’immaginario collettivo perché Fabrizio li ha sposati come arrangiamenti ufficiali per il resto della sua carriera. Abbiamo rivisto tante cose per provare a far vivere in maniera ancora più piena, attraverso la visione musicale, la musica come elemento visionario per arricchire la sua straordinaria poesia.

Quando ha costituito il Centro Professionale Musicale (CPM)?

Sono uscito dalla PFM a metà degli anni ’80, in quanto ritenevo di aver chiuso questa prima parte, pur importante, perché avvertivo l’esigenza di sviluppare altre cose, oltre la parte creativa. È nata quindi nel 1985 la scuola CPM Music Institute, come bisogno di incominciare a raccontare anche ad altri, ai ragazzi, in un periodo in cui non esistevano strutture didattiche né cultura musicale. All’epoca c’erano solo i negozi di strumenti musicali che fornivano dei sottoscala per tenere lezioni di musica.

È possibile un bilancio dell’esperienza fatta col CPM?

Il CPM è equiparato a un Conservatorio, fa parte del MIUR, rilasciamo lauree, ma un bilancio non si può definire, perché è in continuo divenire. Posso fare una fotografia di dove siamo adesso: oggi siamo una struttura che ha lavorato 35 anni nel nostro Paese per dare alla musica popolare contemporanea la dignità che si merita. Ha creato i presupposti perché i ragazzi possano inserirsi nel mondo del lavoro avendo la cultura necessaria anche per insegnare nelle scuole. L’educazione musicale è importante e fondamentale, se è arricchita da una visione e la visione è fare musica.    

Musicista, musicologo, studioso degli influssi della musica sugli esseri umani, ha scritto saggi che sono diventati la base per un grande lavoro nelle carceri, sui detenuti e in comunità come Exodus di don Mazzi. Ci racconta?

Il lavoro per le carceri nasce direttamente dalla scuola, dal CPM, che ha due anime molto importanti, una è la ricerca didattica costante: fin dall’inizio abbiamo impostato delle metodologie didattiche create qui, insieme a tanti insegnanti. Area importante che ci ha portati oggi a essere istituto riconosciuto dal Ministero. Facciamo parte del MIUR, siamo parificati ad un Conservatorio, diamo lauree di primo livello, arriveranno anche quelle di secondo livello.                                                                

Di fianco c’è la parte di ricerca, attivata in parallelo con la nascita della scuola, che riguarda espressamente la relazione che esiste tra la musica e la struttura affettiva delle persone . Il primo laboratorio di studio del mondo degli intervalli sulla struttura affettiva è nato nel 1988 a San Vittore. La prima pietra è stata questa ed è durata per tanti anni.

È stato un impegno che si è protratto per diversi anni?

Per le carceri abbiamo lavorato 30 anni, prima a San Vittore, elaborando un sistema di approccio al canto (cori), poi aprendo sempre di più ad altri strumenti fino a portare avanti le ricerche in Università, in Comunità come Exodus (abbiamo lavorato con loro per tanto tempo) fino ad arrivare al 2012/2013, quando Gino Paoli, allora Presidente SIAE, che avevo conosciuto quando era parlamentare, mi chiese un progetto per le carceri che avrebbe volentieri finanziato.  

Nel 1988 le chitarre a San Vittore le avevo portate io, naturalmente con il consenso e l’aiuto di persone ispirate come il noto dirigente del settore penitenziario, Luigi Pagano, senza il quale non si sarebbero fatte con la massima libertà ricerche ed esperimenti. C’è stato un grande lavoro di assistenza da parte dell’istituzione. 

Nel 2013 si è trattato di portare un progetto, visto che la musica nelle carceri era già entrata, così come il cinema, il musical e altro. Ciò che mancava era la consuetudine di ascoltare la musica in una dimensione privata, in cui la qualità della musica offerta poteva essere garantita e che andava al di là delle radio, dei ru­mori e dei riproduttori. 

Dopo aver lasciato definitivamente la PFM nel 2015 si è dedicato al progetto CO2, di che cosa si tratta?

Sulla scorta di esperienze precedenti di un paio di libri che avevo scritto proprio sull’esperienza dell’intervallo in relazione alla struttura emotiva e alla musica come stabilizzatore dell’umore, ho proposto il progetto CO2, che vuol dire controllare l’odio, (CO2 è l’anidride carbonica, elemento di odio) proprio attraverso la musica. 

Il fine del progetto è far lavorare la musica nell’intimo della persona, per poter far crescere nei detenuti positività e fiducia interiore, sentimenti che possono aiutare sia la detenzione che il reintegro sociale. Questo progetto è patrocinato dal Ministero della Giustizia e opera sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica e gode del prezioso sostegno della SIAE.                                                 Ho immaginato delle audioteche divise per stati d’animo prevalenti solo di musica strumentale, musica senza parola, classica, da film, jazz, pop, anche elettronica, il tutto organizzato in 27 grandi stati d’animo. Ciascuno dei detenuti ha accesso alle audioteche proprio attraverso un percorso di riconoscimento del proprio sentire; la musica viene cercata attraverso un filtro che attiva un’apertura nella propria interiorità. Sono 12 gli istituti penitenziari coinvolti nel progetto, ai quali doneremo le audioteche alla fine del percorso.

Come è nata la sua pulsione verso la scultura?

Questa parte è assolutamente sorprendente, non avrei mai immaginato di avere a che fare con le arti visive perché da ragazzo ero negato. Le mie immagini sono sempre state sonore. Ma un certo giorno ho avvertito la necessità di comunicare la sacralità del mondo del suono, far sì che non fosse utilizzato e banalizzato ma riconosciuto come elemento fondamentale della vita e per la vita di tutti. Noi lavoriamo con materia vivente, l’elemento vibrante è energia emotiva. Era importante che si potesse entrare in una area di rispetto  per il mondo del suono, cosa non così naturale.  

Mi pareva necessario raccontare l’esperienza della musica dal punto di vista originario, perché si è persa la dimensione umanistica della musica, in quanto il mercato è diventato prioritario. 

È nato così un nuovo progetto artistico con la produzione di originalissime sculture, inizialmente denominate “padelloni” dalla definizione popolare dei vinili a 33 giri, connubio di scultura e suggestioni sonore legate al mondo degli intervalli musicali e ai loro effetti su emozioni e sentimenti. Sono seguiti altri cicli di opere esposte in varie mostre.

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