È una grande città Milano e càpita molto spesso di percorrere strade intitolate a persone di cui non si conosce nulla. Allora ci si chiede che cosa può aver fatto una certa persona per guadagnarsi il nome sulla targa di una via ed è successo a me quando ho percorso la via Battistotti Sassi per evitare una coda e, mentre proseguivo faticosamente su quella strada, andavo frugando nella memoria per recuperare una traccia visto che, dall’auto, non ero riuscita a leggere interamente la targa. Ed ecco chi è Battistotti Sassi: una donna di nome Luisa, diventata famosa al tempo delle Cinque Giornate di Milano. Ha scritto, insieme ad altri coraggiosi, una delle pagine più luminose del nostro Risorgimento.
Nata a Stradella nel 1824, diventa milanese per matrimonio; sposa infatti l’artigiano Sassi e va a vivere con lui nella sua casa di Porta Ticinese. Quando scoppia l’insurrezione, la mattina del 18 marzo 1848, la giovane lavandaia sente di dover fare qualcosa per quella che è diventata la sua città, scende in strada ed è la prima a fare le barricate nel suo quartiere. Non solo, ancora in abiti femminili Luisa si arma strappando la pistola dalle mani di un sergente austriaco, evidentemente un po’ distratto e un po’ voluminoso per reggere all’urto di Luisa che lo fa finire a terra. Il sergente fa parte di un drappello di sei uomini che camminano avanti a loro. Quando questi si voltano si vedono puntata addosso l’arma impugnata da Luisa che, con la sua faccia dura e risoluta, riesce a disarmare tutto il gruppo e a consegnarlo ad una vicina caserma. I militari sono costretti ad abbandonare le loro armi contro un muretto e qualcuno, che ha osservato da una finestra la scena, facendosi coraggio, scende in strada. Alcuni popolani prendono i fucili abbandonati e scortano i prigionieri insieme alla Battistotti, alla caserma della Finanza, dove Luisa entra con la gonna ma ne esce in abiti maschili, con la divisa dei fucilieri volontari e le trecce nascoste in un cappello alto, a larga tesa, simbolo della Carboneria. Non le manca la coccarda tricolore. Dapprima nessuno sospetta che sotto quella divisa si nasconda una donna, perché ha il viso un po’ mascolino e le mascelle quadrate; mostra inoltre una forza insuperabile di braccia ed è intrepida di animo.

L’amore per la libertà e l’odio per gli Austriaci moltiplicano la sua forza. Ritorna con alcuni nella via in cui abita (la Vettabia), fa uscire di casa la gente chiamandola per nome e impegnandola a far barricate, mentre quella stessa gente la guarda ammirata, commossa e sbalordita, non nascondendo la curiosità per la donna soldato.
Luisa Battistotti Sassi inizia così la sua eroica partecipazione alle Cinque Giornate. Per tutti i giorni dell’insurrezione non lascerà mai le armi, instancabile nell’affrontare il nemico, sempre in prima fila dove maggiore appare il pericolo, instancabile nel ferire, nell’incoraggiare e nel correre a portare soccorso di viveri a quelli dei suoi che, chiusi dal nemico, rischiano di morir di fame. Ben cento uomini la riconoscono come loro capo e combattono con lei. Un testimone racconta di averla vista uscire da una casa per raggiungere un giovane che la sta aspettando. A quel punto si sente una voce che chiede, gridando, armi da fuoco. Luisa afferra il fucile del giovane, corre su un ballatoio di legno e dirige l’arma verso il bastione. È impressionante la rapidità con cui questa donna si impadronisce del fucile, il suo accorrere ridendo alla barricata dove potrebbe trovare la morte, la calma nello sparare contro il nemico.
Quando i cronisti dell’epoca raccontano le Cinque Giornate ricordano sempre Luisa Battistotti perché è una combattente. Non si possono però tacere le altre che, costrette in casa dalle barricate e dalle fucilate, occupano le ore angosciosamente nel fondere il piombo per convertirlo in palle, nel preparare bende, ma anche vessilli e coccarde tricolore. Altre donne raccolgono dalle strade panieri di ciottoli che portano sulla finestra per poi farli cadere sulle “teste di legno”.
L’eccezionale rilevanza del contributo di Luisa Battistotti Sassi alle Cinque Giornate è comprovata da due fatti: solo a lei e a Pasquale Sottocorno, l’eroico ciabattino che ha avuto una parte determinante nella conquista del Palazzo del Genio, è stato concesso di sedere in prima fila con le autorità nel Duomo di Milano per il solenne Te Deum celebrato dopo la liberazione dagli Austriaci. Ad entrambi viene poi riconosciuta una pensione annua di Lire 365, che però non riusciranno mai a riscuotere a causa del ritorno a Milano degli Austriaci.
Dopo pochi mesi il generale Radetzky riconquista la città e la Sassi corre seri rischi in quanto ricercata, nonostante l’Arcivescovo di Milano e l’ambasciatore francese abbiano in precedenza cercato di strappare al generale la promessa di non perseguire i civili , anche se compromessi coi moti insurrezionali.
Luisa deve lasciare Milano senza il marito, che non la segue perché non si è mai deciso a partecipare all’insurrezione e teme, tra l’altro, che gli scontri possano danneggiare il suo negozio. Lei si sposta per qualche tempo a Torino, dove gli Austriaci non possono compiere le loro vendette, ma il governatore piemontese non le offre mezzi di sostentamento. La Sassi deve quindi trovarsi un lavoro e si presta ad umili servizi.
Da Torino decide di partire, con un nuovo compagno, per gli Stati Uniti. Si rifugia in California, a San Francisco, dove si dice abbia raggiunto una certa agiatezza. Non si sa, però, come abbia organizzato la sua vita oltre oceano. Sembra che i suoi documenti siano andati perduti nel terremoto che ha colpito la città americana agli inizi del novecento. Si conosce solo l’anno della sua morte: 1876, inciso sulla targa che porta il suo nome nella via dedicatale a Milano.
Pochi sono gli scritti e le testimonianze su di lei, tratti da cronache dell’epoca. La fama di questa donna eccezionale, che ha rischiato la vita per la libertà della sua città, si è affievolita nel tempo ed è poi svanita con la fuga negli Stati Uniti, dove si sono perdute le sue tracce.




