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La Repubblica e i giovani: un dialogo in crisi

di Elio Vecchi

Il 25 aprile 1945 con l’insurrezione della città di Milano si innescava la scintilla che avrebbe pervaso della propria euforia una città dopo l’altra, riunendo l’intera penisola sotto il fuoco dello spirito nazionale. Fu infatti Milano che, come la prima tessera di un domino, scatenò l’incendio della resistenza che avrebbe portato alla liberazione dell’Italia dal nazifascismo. Pur rappresentando per noi una giornata di festa, non sempre ricordiamo che il 25 aprile fu all’epoca una giornata di lotta. E così i giorni e le settimane successive. 

La vera svolta avverrà, invece, solo un anno più tardi con il referendum del 2 giugno 1946. In questa data tutti gli uomini e le donne d’Italia, nel primo referendum a suffragio universale, sceglievano di rinunciare alla Monarchia in favore della Repubblica. Il popolo italiano – dilaniato da un conflitto mondiale e da un ventennio di politica dittatoriale – vedeva riaprirsi la possibilità di essere padrone del proprio destino. 

In quella stessa data furono infatti eletti i membri dell’Assemblea costituente, che avrebbe portato nel 1° gennaio 1948 all’entrata in vigore della Costituzione della Repubblica Italiana, basata sull’ordinamento laico e democratico che conosciamo. 

Nel filo rosso che lega tra loro questi due momenti – l’inizio della lotta di liberazione e il suo coronamento – si trovano le radici delle istituzioni repubblicane. Perciò è fondamentale chiedersi: qual è oggi – nella sua 78esima ricorrenza – lo stato di salute della Repubblica Italiana?

Per rispondere a questa domanda, bisogna prima di tutto definirne i parametri di valutazione. Poiché se è vero che il motore della Repubblica si trova nelle sue istituzioni, è altrettanto vero che la linfa vitale di quest’ultima si trova, invece, nella partecipazione dei cittadini alla vita politica. E i dati, soprattutto per quanto riguarda il mondo giovanile, non sono incoraggianti. Nel 2022 secondo l’ASviS il 42% dei cittadini tra i 18 e i 34 anni non ha votato alle elezioni politiche, mentre il 77% dei giovani ha giudicato “insufficiente” l’operato dei partiti politici. 

La profonda sfiducia nei confronti del mondo politico che, a giudicare dai dati dell’Osservatorio Generation Ship 2023, accomuna oltre il 65% del mondo giovanile, non va tuttavia scambiata per disinteresse. Ne sono testimonianza le numerose manifestazioni e iniziative organizzate per esprimersi su questioni politiche transnazionali (come la transizione energetica), piuttosto che estere  e nazionali (caro affitti, salario minimo, tutela dei diritti umani, lotta femminista). 

Mentre tanti ragazzi, seguendo quest’onda, lottano ancora per migliorare le cose, molti – per opportunità o rassegnazione – cercano la propria strada all’estero: è il caso dei 337 mila ragazzi tra i 25 e i 34 anni espatriati dal 2012 al 2021, più di un terzo dei quali laureati. 

Frutto di questo sentimento collettivo, una serie di scelte politiche che sembrano incapaci di comprendere le richieste delle nuove generazioni. Come sanare però un rapporto incrinato come quello tra la politica e il mondo giovanile? 

Il movimento di riconciliazione dovrebbe partire anzitutto dal mutuo riconoscimento di una necessità reciproca: che la politica ha bisogno dei giovani quanto i giovani della politica.

Le reazioni del mondo istituzionale di fronte a gran parte delle manifestazioni giovanili – che spesso si risolvono in politiche di repressione – altro non sono, infatti, che l’indice di un’incomunicabilità di fondo; una vera e propria barriera linguistica. 

Complice forse la deriva populista della politica italiana degli ultimi anni, il risultato è una costante erosione e semplificazione del dibattito pubblico, che rischia di esacerbare le divergenze sino a erodere le fondamenta stesse dell’ordine democratico. 

Fortunatamente, questo tragico destino può essere scongiurato. Perché vi sia una riconciliazione però, come in ogni scontro, occorre che entrambi i partecipanti cooperino a questo scopo. Nel caso italiano in particolare, occorre che tanto le istituzioni quanto i cittadini si sforzino per rieducare alla complessità un discorso pubblico che si impoverisce giorno dopo giorno. 

Perché questo accada è fondamentale che le istituzioni tornino a considerare l’istruzione come un pilastro (non negoziabile) dell’ordinamento statale e che, dal versante opposto, i giovani non trasformino, come meccanismo difensivo, la propria sfiducia in indifferenza. 

Solo salvaguardando lacapacità dialogica e di confronto si possono salvaguardare le fondamenta democratiche della Repubblica che, troppo spesso, siamo portati a dare per scontate. Scriveva Antonio Gramsci a questo proposito: “L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria. Non è vita”. Lungi dall’essere sinonimo d’innocenza essa è perciò piuttosto “il peso morto della storia”.

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Numero 02-2024

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