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La pittura altomedievale lombarda

A Castelseprio (Varese) sorge la chiesa di Santa Maria foris portas, un luogo denso di testimonianze artistiche iscritto dal 2011 nel patrimonio dell’umanità Unesco

di Maria Giuseppina Malfatti Angelantoni

Nel 1944, durante la II Guerra Mondiale, fu riscoperta un’antichissima chiesetta nascosta fra gli alberi della brughiera nel Varesotto, era Santa Maria Foris Portas, a Castelseprio, della quale si era persa la conoscenza. I primi studi su questo edificio, trasformato nel tempo in un magazzino agricolo, furono condotti da Giampiero Bognetti, insigne cattedratico, studioso di diritto, storia dell’arte, archeologia e letteratura, “Amico dei Longobardi”, come è scritto sulla sua tomba all’interno della chiesetta di Santa Maria. Egli dette avvio agli studi e agli scavi nel sito di Castelseprio, l’antico Castrum Sibrium del IV o V secolo, di fondazione romana, occupato poi dai Bizantini e in seguito dai Longobardi, costruito in funzione difensiva in una zona presso le Alpi, all’incrocio di importanti vie di comunicazione. 

Bognetti sostenne la necessità di dare avvio all’archeologia medioevale fino ad allora ignorata e, per la prima campagna di scavi, si rivolse ad archeologi polacchi che per primi stavano applicando il metodo stratigrafico nelle loro indagini.  Gli scavi a Castelseprio, dopo i primi saggi di scavo compiuti nel 1946/47, furono iniziati negli anni 1961/62. Una seconda campagna fu portata avanti negli anni 1977/1979 dall’Istituto di Archeologia dell’Università Cattolica di Milano.

L’antico insediamento, coinvolto nelle vicende storiche della Lombardia, era diventato una base dei Torriani e, quando questa fazione fu sconfitta dai Visconti, fra il 1285 e il 1287 il borgo fortificato fu completamente raso al suolo per volontà dell’arcivescovo Ottone Visconti che fece risparmiare solo le chiese. Queste furono officiate, anche se fatiscenti, fino al XVII secolo. Ai primi dell’800 il luogo fu usato come cava di materiale da costruzione finché la famiglia milanese degli Archinto, da sempre interessata alla storia e all’arte della Lombardia antica, non comperò tutto il sito. Le rovine del borgo intanto erano scomparse ricoperte dalla terra e dalla vegetazione.  

La chiesa più importante di Castelseprio era la grande Basilica di San Giovanni Evangelista, col battistero dalla doppia vasca, a immersione e aspersione, che testimonia la presenza sia di cristiani “romani”, che ariani. Intorno a questa chiesa c’era un’area cimiteriale dove ancora sono in sito grandi lastre tombali longobarde. 

L’altra bella chiesa era quella di San Paolo a pianta esagonale. Ora questi edifici distrutti e riportati alla luce, appaiono come rovine suggestive in mezzo alla brughiera.

Ma Castelseprio conserva un vero gioiello: il ciclo pittorico con le Storie della Vergine e L’infanzia di Cristo nella zona absidale di Santa Maria foris Portas, chiesa che non era all’interno del borgo, ma all’esterno delle mura. 

I dipinti sono datati dall’VIII al X secolo ed erano ricoperti nella parte inferiore da altri dipinti del XV e XVI secolo. Fonte iconografica di questo ciclo sono i Vangeli Apocrifi, in particolare il Protovangelo di Giacomo. Il tema qui trattato è il dogma dell’Incarnazione e vuole essere un’affermazione della doppia natura di Cristo, Dio e Uomo. I dipinti furono quindi eseguiti dopo la conversione dei Longobardi dall’arianesimo e dal paganesimo all’ortodossia romana, favorita dalla regina Teodolinda e da papa Gregorio Magno. Questa conversione, insieme all’Editto del Re Rotàri del 643, scritto in latino e ispirato al diritto romano, favorì sia i Longobardi che i “Romani”, determinando la fusione dei due popoli e delle due culture, molto più feconda di quanto non si sia creduto finora in Italia sulla scia del forte sentimento antibarbarico nato nell’Ottocento romantico. I Longobardi furono attratti soprattutto dalla spiritualità del monachesimo benedettino e fondarono molti monasteri, abbazie e chiese. Da loro derivò anche un ricco lascito nella nascente lingua volgare italiana.

I dipinti in Santa Maria foris Portas si trovano nell’abside “oltrepassata”, cioè più larga dell’arco presbiteriale, della piccola chiesa “tricora”, cioè con tre absidi. Tutti elementi architettonici che testimoniano una forte influenza orientale mentre le finestre, terminanti con un accenno di curva a ferro di cavallo, sono elementi propri dell’architettura longobarda, presenti anche in chiese longobarde umbre. 

Gli affreschi con le Storie della Vergine e L’Infanzia di Cristo nell’abside sono su due registri e si leggono nella fascia superiore da sinistra a destra, mentre in quella inferiore, più sciupata per le picchiettature per nuovi affreschi, si leggono da destra a sinistra, come se fossero scritti su un rotolo di pergamena.

La loro attribuzione e datazione sono difficili, anche se sono stati fatti esami scientifici, e fin dalla loro scoperta sono state fonte di opinioni contrastanti. Resta indubbia l’alta qualità a cominciare dalla tecnica pittorica, parte ad affresco e parte a secco, con velature, lumeggiature e ombre ben definite che rendono le immagini plastiche e tridimensionali.

Per Bognetti l’autore doveva essere un grande pittore bizantino attivo fra il VII e l’VIII secolo, da aggiungere che egli doveva essere stato a Roma poiché alcuni dipinti in Santa Maria Foris Portas si avvicinano a quelli in Santa Maria Antiqua al Palatino, chiesa realizzata nel sito dei palazzi imperiali quando a Roma, dopo i Goti,  giunsero i Bizantini. Il dinamismo, le figure allungate, le ombre e i tocchi luminosi ricordano inoltre affreschi presenti nelle ricche domus romane. Lo stesso va detto anche per gli sfondi architettonici, colonne, capitelli e architravi ancora “in piedi” a Roma all’arrivo dei Bizantini.

Nella fascia superiore vi sono: L’Annunciazione, La Visitazione, La prova delle Acque amare (per accertare la verginità di Maria), Cristo Pantocratore, L’apparizione dell’Angelo a Giuseppe e Il viaggio a Betlemme. L’immagine del Cristo Pantocratore discende da quella di Cristo nella famosa icona di Santa Caterina sul Monte Sinai in cui si può ravvisare il volto sindonico di Cristo, col naso lungo e un occhio “pesto” per le percosse, segni che sono molto evidenti nel lenzuolo della Sindone. 

Nel registro inferiore, che si legge da destra a sinistra, è rappresentata La Natività, con la Vergine adagiata su un materasso alla maniera orientale e con il particolare della levatrice incredula con il braccio paralizzato. Notevole è l’imponente figura quasi michelangiolesca di Profeta, più in basso, sulla sua sinistra. Altre scene sono dipinte sul retro dell’arco trionfale: L’adorazione dei Magi, carica di dinamismo e con personaggi quasi rinascimentali, alla “Carpaccio” e La Presentazione di Gesù al tempio. 

Purtroppo molti dipinti, ridotti a lacerti, non sono più riconoscibili, è ancora però ben leggibile l’Etimasia, un trono regale vuoto con le insegne di Cristo che vi apparirà al suo ritorno sulla terra per il Giudizio Universale. Questa iconografia è presente in molti mosaici bizantini di Ravenna.

Questo affascinante ciclo pittorico in mezzo ai boschi ci testimonia l’accoglienza, da parte di un popolo vincitore, di elevate forme d’arte, quelle bizantine, nella continuità di quelle tardo antiche. 

Ma il sito di Castelseprio offre altre sorprendenti manifestazioni d’arte altomedioevale. 

Nella punta estrema delle mura di Castelseprio verso l’Olona si trova un complesso monasteriale benedettino che in origine era un luogo fortificato romano, difeso da una torre possente, la bellissima torre di Torba, affascinante per la sua struttura, la sua storia e i suoi dipinti. Generosamente acquistato e restaurato dal FAI. In questo avamposto militare romano, poi longobardo, nell’ VIII secolo vi si insediarono monache benedettine che vi rimasero fino al XV secolo. Costruirono un monastero accanto alla torre romana e una chiesa poco distante dedicata a Maria. Ma ciò che più sorprende in questo complesso, quasi nascosto fra i boschi, sono i dipinti al secondo piano della torre trasformato in cappella mentre il piano inferiore era stato trasformato in luogo di sepolture illustri, come accade spesso nell’architettura longobarda. In questo primo piano della torre, nello sguincio di una finestra con volta leggermente a ferro di cavallo, c’è il ritratto di una monaca, certamente una grande badessa, di cui conosciamo il nome chiaramente longobardo: Aliberga, dipinto accanto a lei in grandi lettere.  

Al piano superiore, la piccola cappella ha le pareti tutte affrescate, anche se ormai poco leggibili: su quella orientale, dove probabilmente si trovava l’altare, è dipinta una Deesis, composta dalla figura centrale di un Cristo imberbe fra Maria e San Giovanni Battista. Questa iconografia rappresenta l’impetrazione, una preghiera, la Vergine e San Giovanni implorano Cristo di perdonare le colpe degli uomini e di proteggerli, era frequente nel mondo bizantino. Nella parte inferiore si legge ancora bene un ricco velario. Nella vicina parete nord è rappresentata una Vergine col Bambino e, ormai molto rovinato e di difficile lettura, il Tetramorfo, cioè l’insieme dei simboli dei quattro Evangelisti: l’Aquila, il Leone, il Toro e l’Uomo alato. Sulla parete successiva, ad ovest, vi è un brano di pittura molto particolare, è praticamente il “coretto delle monache”, otto, come i toni della scala musicale, che con la posizione delle dita di una mano sulle dita dell’altra, indicano l’intonazione del canto, forse quello di San Giovanni del monaco longobardo Paolo Diacono? Le otto figure sono dipinte ad affresco ma nel volto mancano i tratti somatici, probabilmente eseguiti a secco e andati perduti. Tre volti sono stati staccati e rubati. Questo semplice brano di pittura ha un grande valore nel campo musicale, può essere già una prefigurazione della “mano guidoniana”, così chiamata dal monaco Guido d’Arezzo, vissuto fra l’XI e il XII secolo, teorico della musica, inventore della moderna notazione musicale*.  Infine nella parete sud vi è tutta una teoria di santi che per quanto è possibile capire dai lacerti, sono i santi delle litanie della Chiesa Ambrosiana.   

Questi dipinti, il cui programma iconografico è molto profondo, sono successivi a quelli della chiesa di Santa Maria Foris Portas di Castelseprio e dal punto di vista qualitativo sono inferiori. In Santa Maria dipinse un grande artista bizantino, qui invece lavorò molto probabilmente una monaca dello stesso monastero. Erano molte le monache che si dedicavano alla pittura e fin dall’alto Medioevo ci sono giunti codici illustrati e firmati anche di grande valore estetico.

La datazione dei dipinti di Torba non è sicura, si ipotizza un arco di tempo che va dall’VIII secolo fino al secolo successivo quando la vittoria dei Franchi però non significò la scomparsa della cultura e dell’arte longobarda. 

Da antichi documenti risulta infatti che Mediolanum, città longobarda anche se non capitale, era rimasta anche sotto i Franchi una città importante dove ancora esistevano intatti monumenti romani, come il Foro, le Terme, le magnifiche chiese e le vie lastricate.

I dipinti di Castelseprio e di Torba ci fanno conoscere l’alta qualità e il prestigio dell’arte altomedioevale in Lombardia, testimonianza di un’attività artistica insospettata nel nord Italia, spesso misconosciuta.

*Maria Giuseppina Malfatti – Cristina Federici Orsini “Il canto muto delle monache di Torba”, Incontro Internazionale di Studio “La musica e il Sacro”, Università degli Studi di Perugia, 29 settembre/1 ottobre 1994.

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