L'erba grama

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erba grama"L'erba grama,

non muore mai"

 

Proverbio popolare

Immagine rurale

 

di Angelo Inzoli

 

Questo è un proverbio che porta guai a chi lo evoca. Ne sono consapevole. Ma non so il perché, esso esercita una attrazione fatale su di me. Alla fine forse lo capirete anche voi lettori.

A chi non è capitato di trovarsi con l’auto in coda in autostrada o in una affollata città? Quando ci si rende conto che l’attesa sarà lunga cominciamo a gettare uno sguardo fuori del finestrino, su margini della strada e con sorpresa cosa vediamo? Delle erbacce che sono cresciute tra le crepe dell’asfalto, sgusciando inesorabili da blocchi di cemento armato, tra rifiuti e plastiche e chiazze d’olio radioattivo che ucciderebbero anche il nipote del Covid 19. In quel momento veniamo invasi da un senso di stupore e di meraviglia: ma come fanno a crescere e svilupparsi anche in tale contesto? Lì scopriamo che le erbacce sono dure a morire, resilienti ai contesti più insani, capaci di sopportare le condizioni più estreme. La cosa però più incredibile è che nessuno le loda. E’ vero che la biologia da tempo ne studia la straordinaria energia nella speranza di poterla trasferire ad altre piante, magari più utili e necessarie, ma assolutamente più fragili. Tuttavia il disprezzo che suscitano tra gli inesperti osservatori continua ad essere elevato.

Ancora, a chi non è capitato di essersi arreso alla passione per il giardinaggio? Io so – per fonte certa e rigorosamente anonima – che nel tempo della clausura sanitaria questa passione ha conquistato anche i più riottosi, quelli che di verde non hanno nemmeno il mignolo del piede. Ebbene questi neofiti del Green New Deal di solito si consacrano senza riserve e con una fiducia illimitata nel valore della loro nuova passione da cui cominciano a ricavare una sufficiente dose di autostima. Tutto questo sino al giorno in cui, costretti a interrompere la frequentazione assidua del loro campicello, devono assentarsi per un po’ dal loro nuovo amorevole passatempo. Ma è proprio in questo tempo morto che si realizza il triste accadimento: le erbacce grame fanno la loro apparizione senza invito, senza rumore, senza pietà.

Ecco dunque due facce del protagonista del proverbio: erbe sconosciute che crescono dove tutto muore, erbe odiate che crescono dove non sono attese. Proviamo ora a passare dal naturale all’umano, perché lo sappiamo bene, quando nella forma dell'imprecazione o della meraviglia noi “pronunciamo” un proverbio, lo facciamo rivivere come una chiave per svelarci l'enigma di quanto stiamo vivendo.

Iniziamo commentando la prima faccia. Le erbe grame sono innanzitutto coloro che prolificano e sopravvivono nei "non-luoghi" della nostra società: sotto i cavalcavia, dietro di supermercati e le pompe di benzina, nei posteggi per autobus e anche negli androni dei palazzi e si inventano, con una incredibile creatività, come sbarcare il lunario della sopravvivenza. E’ quella umanità precaria, apolide e senza riconoscimento di cui si nutrono i frustrati sociali e i predatori politici. Si tratta del “popolo delle discariche” che vive relegato in luoghi “incompatibili con qualsiasi progetto di inclusione e integrazione dove si riproducono quelle condizioni di crudele emarginazione i cui effetti si riversano poi nella vita delle città”, come lo definì un documento del Senato Italiano nel 2013. Sono proprio l’ultima ruota del carro, i “meno cari”, quelli che non possono prendersela a loro volta con altri: dietro di loro non c’è più nessuno: erba grama in tabula rasa. Io ho avuto la fortuna di frequentarle queste persone quando alla fine degli anni 90 si creò dietro il Cimitero Maggiore di Milano una baraccopoli di migliaia di persone, per lo più Rom in fuga dal conflitto della ex - Yugoslavia. Con i volontari dell’Opera Nomadi frequentavo questo luogo di miseria, e ascoltavo le storie di chi un passato e una terra l’aveva, ma aveva dovuto tutto abbandonare per non restare schiacciato dai due fronti in guerra. Mi è rimasta impressa nella memoria l’odore del buon caffè che ci veniva servito e il bricolage delle donne che con cartoni e pezzi di scarto riproducevano in baracche sempre ben pulite le sembianze di un’abitazione civile. In quel degrado abitativo, tra quell'umanità grama, vedevo tanta tenacia e voglia di vivere e perfino di far festa. Tutti ingredienti di vita che poi trovai negli anni successivi in altri contesti degradati durante i miei viaggi per il mondo: perché nelle erbe grame l’attaccamento alla vita è più forte che nei fiori colorati dei giardini patrizi.

La seconda faccia del proverbio riguarda le erbacce che crescono come intruse nei giardini curati. Persone o situazioni moleste, fastidiose e persino nocive, la vita ce le fa incontrare di continuo. Nei loro confronti noi facciamo un errore straordinario che ripetiamo di continuo: ci illudiamo di essere già in paradiso senza essere ancora morti. E così, al loro apparire, ci prende un senso di stupore: "ma guarda un po', esistono le piante infestanti!?!". Fuori della metafora, pensate che il giardino di cui stiamo parlando siano i figli che cresciamo. Quale genitore che li accudisce e li cresce con dedizione e dispendio di energie fisiche e morali è disposto a riconoscere queste erbacce nelle abitudini e nei pensieri dei propri figli? Eppure non c'è errore più grande dal pensarli immuni, quasi che l'amore che riversiamo su di loro funzioni automaticamente come una sorta di insetticida per ogni invisibile seme cattivo che volesse colonizzarli. Le erbacce grame non muoiono mai e prima poi le ritroveremo anche nel loro campo. Tanto vale insegnare loro a riconoscerle e tenerle sotto controllo e a non considerarci dei falliti se questo dovesse accadere. Misurarsi con la loro tenacia e odiosa presenza li renderà un po' più umili, meno profumati, più consapevoli che la vita è un miracolo di luce e di ombre che sta a noi far fiorire nonostante tutto.

 

 

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