di Nando dalla Chies

Questa estate se ne è andata Rita Borsellino, senza avere mai abbandonato la sua richiesta di verità e giustizia (e ne aveva da domandare di verità…). E senza avere mai abbandonato il suo rapporto con i ragazzi, incontrati con generosità fino alla fine. Mi sono domandato più volte perché un paese che lamenta di non avere esempi, non abbia preso lei come uno degli esempi da offrire agli italiani.
Di coraggio civile, di pulizia morale, di impegno femminile. Dopo la parentesi della sua candidatura alla presidenza della Regione Sicilia, che fu per tanti ragione di entusiasmo e di speranza, era diventata donna da commemorazioni, non donna da memoria. Il paese che ha istituito una giornata della memoria, e poi -in aggiunta- una giornata nazionale per ricordare le vittime innocenti di mafia, non ha ritenuto di farne una ambasciatrice dei suoi valori e della sua Costituzione.
Memoria e commemorazione. Penso che proprio su queste due parole si dovrebbe riflettere, parlando e lavorando con i giovani (ma non solo con loro). Non può esserci la seconda senza la prima, e invece troppo spesso accade. Non il 23 di maggio senza la storia vera di Giovanni Falcone. Non il 19 di luglio senza la storia vera di Paolo Borsellino. E aggiungo, data l’occasione in cui mi è stato chiesto questo contributo, non il 3 di settembre senza la storia vera di Carlo Alberto dalla Chiesa. Che è stata storia difficile, continuamente in salita; di assunzioni di responsabilità, di supplenza nei confronti di istituzioni latitanti o agnostiche. Anche di confronto a distanza (ma denso di rischi diretti) con culture e ideologie di neutralità o simpatia verso i nemici mortali che egli era di volta in volta chiamato a combattere.
Chi ricorda gli ostacoli che si rigeneravano come le teste dell’idra, il senso incombente di guerra in tempo di pace in cui il generale dovette vivere per il suo paese, è costretto a riflettere su come in quei tornanti della storia si manifestarono sanguinosamente problemi ancora non risolti: la precarietà della democrazia e del senso delle istituzioni, l’idea dello Stato come “altro da sé”, l’abdicazione di molti poteri alle proprie responsabilità. Fino all’ultima supplenza palermitana: quella di dovere andare, lui non intellettuale, né scrittore né professore, a parlare di mafia nelle scuole, portandovi un tema rigorosamente escluso dai programmi e dai dibattiti, anche nel Sessantotto.
A Palermo, da tre anni, il 3 settembre è diventata una festa. L’hanno chiamata “la festa dell’onestà”, ed è stata dedicata a mio padre. Tutta la zona che va dal vecchio porto a piazza Indipendenza (la cattedrale, la cappella palatina) viene pedonalizzata. E per le strade è un brulicare di letture, mostre, assaggi gastronomici, esposizioni dai negozi e dalle botteghe di artigianato.
Alle vetrine viene curiosamente esposta una foto palermitana del “generale”: o con la divisa da colonnello portata in Sicilia dal ’66 al ’73 o con il vestito borghese da prefetto con cui tornò nell’82, o perfino con la divisa da capitano portata a Corleone nel ’49-’50, quando provò a dare giustizia a Placido Rizzotto. Non è solo coreografia da commemorazione.
È un modo per unire memoria, riconoscenza e sfida insieme. Perché quella parte della città è stata una di quelle a maggiore densità mafiosa. Non per niente diede vita alla famosa “famiglia” di Porta Nuova (per un certo periodo guidata da Vittorio Mangano), e non per niente vi si andavano a rifugiare, ben protetti, molti latitanti.
Palermo lì fa i conti con la sua storia, proprio come avviene suggestivamente ne “La mafia uccide solo d’estate” di Pif. Va ben oltre le corone. Sarebbe bello che anche l’Italia sapesse farlo. Perché, è bene dirlo, la vicenda di Carlo Alberto dalla Chiesa insegna a tutti, anche oggi. Davvero non è stata solo vicenda palermitana. Nemmeno quando fu prefetto di Palermo. Nemmeno quando fu ucciso a Palermo.
Il senso ampio e profondo delle storie: questo bisognerebbe insegnare a capire.


