di Roberta Osculati, Vicepresidente del consiglio comunale di Milano
Ci apprestiamo a festeggiare il 2 giugno, festa di tutti gli italiani: una data quest’anno particolarmente significativa perché ricorre l’80° anniversario della nascita della Repubblica Italiana. Dunque una festa di tutti e per tutti. Come lo è il 25 aprile.
Sono date che appartengono alla memoria collettiva del Paese e che rappresentano alcuni dei passaggi più importanti della nostra storia democratica: la liberazione dalla dittatura, la riconquista della libertà, la scelta repubblicana, la costruzione di uno Stato fondato sul pluralismo, sulla partecipazione e sul rispetto reciproco.
Proprio per questo queste ricorrenze dovrebbero continuare a essere occasioni di unità nazionale, capaci di parlare a sensibilità diverse e di tenere insieme le tante anime dell’Italia democratica. In momenti storici segnati da tensioni sociali, conflitti internazionali e crescente polarizzazione del dibattito pubblico, è ancora più importante custodire lo spirito inclusivo di simili celebrazioni, evitando che possano essere percepite come patrimonio esclusivo di una parte politica o culturale.
Negli ultimi anni, anche nel confronto pubblico italiano, si è assistito talvolta a un irrigidimento dei toni e a una crescente difficoltà ad accettare il dissenso. Da più parti emerge la tentazione di ridurre il dialogo democratico a una contrapposizione permanente tra chi si considera dalla parte giusta della storia e chi viene invece delegittimato moralmente o politicamente. Ma una democrazia matura vive del confronto tra idee differenti, non della scomunica reciproca.
La democrazia, infatti, non è l’uniformità del pensiero. È il contrario: è la convivenza tra differenze, anche profonde. È la capacità di ascoltare idee che non condividiamo senza trasformare ogni divergenza in una scomunica morale. Chi pensa di poter convincere gli altri imponendo una verità preconfezionata finisce spesso per assumere atteggiamenti autoritari, anche quando si proclama antifascista. La verità è una conquista interiore che nasce dalla ricerca, dal dubbio, dal confronto continuo. Nessuno possiede la verità una volta per tutte; ciascuno può avvicinarsi ad essa solo attraverso il dialogo, l’ascolto reciproco e il riconoscimento dell’altro come qualcuno diverso da se stesso.
Una società democratica dovrebbe educare proprio a questo: non all’obbedienza ideologica, ma alla capacità critica. Non all’insulto verso chi dissente, ma alla responsabilità del confronto. Perché quando il dibattito pubblico si riduce a slogan, accuse reciproche e demonizzazioni, la democrazia si impoverisce e cresce soltanto il rancore.
Ecco perché oggi servono luoghi e occasioni capaci di ricostruire ponti. Da questo punto di vista assume un valore importante la proposta, approvata a Palazzo Marino, di organizzare a Milano una Conferenza Internazionale dei Sindaci per la Pace. Una proposta significativa non solo per il suo contenuto, ma anche per il consenso trasversale che ha raccolto, coinvolgendo maggioranza e opposizione, dal centrosinistra fino a Forza Italia e Fratelli d’Italia (la Lega si è astenuta nella votazione).
È un segnale che merita attenzione: in un tempo segnato da guerre, tensioni internazionali e polarizzazioni sociali, riconoscere che la pace non è un ideale astratto ma un impegno concreto rappresenta un atto di maturità civile. Le città, infatti, non sono soltanto centri economici o amministrativi: sono luoghi nei quali le grandi tensioni del mondo si riflettono nella vita quotidiana delle persone. Ma sono anche gli spazi nei quali si costruiscono convivenza, solidarietà e partecipazione.
Milano, per la sua storia e il suo profilo internazionale, può davvero diventare un laboratorio di dialogo. Può raccogliere l’eredità di figure come Giorgio La Pira, che comprese come la pace non nasca soltanto dai tavoli diplomatici tra Stati, ma anche dal coraggio delle comunità locali di creare spazi di incontro persino nei momenti più difficili.
Oggi abbiamo bisogno esattamente di questo spirito. Di una politica meno gridata e più capace di ascoltare. Di movimenti meno ossessionati dall’identità e più attenti alla persona. Di cittadini che sappiano distinguere il dissenso dall’odio, il confronto dall’intolleranza.
Il rischio, altrimenti, è che ricorrenze come il 25 aprile o il 2 giugno smettano di essere feste nazionali e diventino appuntamenti percepiti come “di parte”. Sarebbe una sconfitta per tutti, perché la memoria condivisa è uno dei pilastri che tengono insieme una comunità democratica.
Difendere la libertà oggi significa allora anche difendere il diritto degli altri a pensarla diversamente. Significa rifiutare la logica delle etichette e recuperare il valore dell’incontro. Significa comprendere che la pace sociale, così come quella internazionale, non nasce dall’umiliazione dell’avversario ma dal riconoscimento reciproco.
Milano può dare un segnale importante in questa direzione: scegliere di essere non il teatro dell’ennesima contrapposizione, ma un ponte tra esperienze diverse, un luogo nel quale il dialogo prevalga sull’odio e la ricerca comune della verità sostituisca la presunzione di possederla a priori.


