Via Padova a Milano è una strada imprevedibile. Puoi trovarci di tutto. Dal frigorifero abbandonato sul marciapiede, a Felice Caccamo che ordina seduto al tavolo della Ligera. E fu proprio sbirciando nella vetrina di questo locale multietnico che Enrico Brusaporco, ex cronista di costume, in una noiosa sera d’estate riconobbe il suo mito giornalistico: il maestro di scrittura, Felice Caccamo, fondatore del quotidiano campano “O’ vicolo”, reporter d’inchiesta – specializzato in “emergenze ittiche” – che da Calzone Vesuviano era emigrato giovanissimo in Lombardia. Lui, per Brusaporco, era sempre stato un punto di riferimento umano e professionale anche se Enrico aveva il rammarico di non averlo mai incontrato di persona, neppure negli anni in cui Felice trovò a Milano la giusta fama dopo l’assunzione al Corriere della Sera. Figuratevi quindi la sorpresa di Brusaporco quando, quella sera in via Padova, si scoprì a pochi passi dal suo idolo che invece dei suoi amati calamari e totani fritti stava osservando perplesso un panino col kebab. Enrico capì che l’occasione era unica e non potevo farsela scappare. Volò a casa (per fortuna abitava in zona) recuperando il libro che per una vita gli aveva fatto da guida spirituale e intellettuale: “Frittura globale totale: la vera storia di Felice Caccamo”, scritta da Teo Teocoli. Sfilò veloce il volume e corse di nuovo in via Padova col terrore che nel frattempo Felice se ne fosse andato. Invece lo ritrovò ancora lì con lo sguardo stranito sul kebab.
Si fece coraggio: “Signor Caccamo, sono un suo fan. Gradirei una dedica…”.
Felice alzò distrattamente il capo (impreziosito da occhiali con montatura quadrata e lenti spesse al pari di un oblò), inarcò il sopracciglio sinistro folto come il rullo gigante di un car wash e ordinò: “assèttat” (siediti!); poi staccò la bocca dal panino, fulminando con l’occhio destro strabico il povero Enrico: “Quale capitolo ti è piaciuto di più?”.
Brusaporco: “Quello del suo arrivo al Corriere della Sera…”.
Lui: “Buona scelta…”.
Il ghiaccio era ormai rotto, Enrico si fece intraprendente: “Mi regali uno scoop. È vero che il primo giorno di lavoro si presentò in via Solferino in canottiera e bermuda?”.
Caccamo lo squadrò severo, replicando stizzito: “Sì, embè? Era la divisa usata all’Universita Superiore di Comunicazione del professor Catrame che mi aveva rilasciato il diploma di Giornalista Ovunque, in forza del quale avrei potuto scrivere in qualsiasi giornale italiano”.
“Così scelse il Corriere della Sera…”, replicò Brusaporco.
Felice non si scompose: “Quando arrivai davanti alla sede del Corriere rimasi a bocca aperta: tanto che ricordo che dissi tra me e me: ma tu guarda per fare quattro paginette che casino hanno messo in piedi…”.
Il racconto di Caccamo diveniva sempre più avvincente: “I primi mesi furono di lavoro frenetico, scrivevo 250-260 articoli al giorno, lavoravo 24 ore su 24. Ma invano. I miei pezzi non c’erano mai. Andai a protestare dal direttore che mi spiegò: Felice, tu sei di Napoli e io capisco che ami tanto il mare, ma qui siamo a Milano e ai milanesi dei tuoi articoli su sogliole, vongole e cappesante non gliene importa nulla . Devi scrivere quello che interessa alla gente…”.
Brusaporco, completamente rapito dalla narrazione, pendeva dalle labbra del vate, divenuto ormai un fiume in piena: “Il direttore mi affidò un incarico ufficiale: compilare una specie di piccola cronaca nera: appena moriva uno, scrivevo degli articoli direttamente pagati dai famigliari del defunto. Articoli pieni di pathos che richiedevano la grande qualità della sintesi. Nel nostro gergo giornalistico li chiamiamo necrologi”.
Enrico trattenne a stento una risata: “Che storia fantastica, mi permette ancora una domanda?”. Ma Felice lo stoppò: “No, ho perso troppo tempo e tra mezz’ora ho una littorina che dalla Stazione Centrale mi porterà a Calzone Vesuviano dopo circa 15 cambi di treno: un viaggio comodo di tre giorni, salvo contrattempi…”.
Brusaporco capì che non doveva più insistere. E chiuse con un interrogativo che sapeva di preghiera: “Posso pubblicare questo racconto su Noi Zona2, il nostro giornale di quartiere?”.
Caccamo sì aprì in un ghigno lontano parente di un sorriso: “Vabbuò (tradotto: va bene). E se a Milano incroci quel cefalo di Teo Teocoli, digli da parte mia: Salutame à soreta (tradotto: salutami tua sorella…)”.
Fu in quel preciso istante che Enrico si svegliò. Sudato. Le lenzuola sottosopra. Guardò l’orologio. Le 3 di notte. Era stato solo un sogno. Bellissimo. Il giorno dopo, a pranzo, mangiò una frittura di pesce. Globale.




