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Quando aiutavamo don Mazzi a liberare il parco Lambro

Un ricordo di don Mazzi – scomparso lo scorso luglio – amico di Noi Zona 2 e strenuo difensore degli ultimi

Per noi che abitavamo a Cimiano, al limitare del Parco Lambro, “dare una mano” a don Mazzi a liberare il Parco dalla droga era naturale: lo facevamo come ex-allievi dell’Opera Don Calabria, che aveva in via Pusiano 52 il suo quartiere generale e dove il giovane don Antonio, che aveva la camera da letto proprio sulla strada, assisteva ogni notte al traffico clandestino di bustine di eroina tra spacciatori senza scrupoli e “poveri cristi” in cerca di un sogno irrealizzabile. Ma quando don Antonio vide una giovane coppia estrarre le bustine dalle mutandine del bambino in carrozzella, si disse: “Basta! Bisogna cambiare!” e cominciò a pensare alla fondazione di Exodus. 

Gli abbiamo dato una mano anche come comitati di Quartiere, quello di Cimiano-Carnia e Crescenzago, il Circolo Acli di Lambrate, il notiziario Noi Zona 2, il Consiglio di fabbrica della Rizzoli, l’associazione AMA (Associazione Madri Antidroga), che ogni giorno andava al Parco Lambro a recuperare i figli dall’uso di sigarette micidiali. Giusta è l’espressione “gli davamo una mano”, perché don Antonio nel frattempo era diventato autonomo, aveva già avviato la propria organizzazione di Exodus e i viaggi in bicicletta per la disintossicazione lungo le strade d’Italia.

Ma era felice quando, negli ultimi anni, l’Associazione Ex-Allievi e gli amici del quartiere avevano ripreso a riunirsi presso la cascina Molino Torrette, mettendo insieme – tra ragazzi e adulti – non meno di 50-60 persone. Tra questi c’era anche don Sandro Varalta, cappellano delle RSA dell’Ortica, scomparso da qualche mese.

Giustamente il nostro contributo è stato piuttosto limitato, ma fu sufficiente a creare intorno alla Fondazione Exodus un clima di adesione solidale, di affetto, di collaborazione che pian piano si allargò a comprendere varie zone e diverse istituzioni della città.

Quando il sindaco Giuseppe Sala, preoccupato per le esondazioni del fiume Lambro, che periodicamente allagava gli ambienti della Fondazione, gli aveva proposto una sistemazione diversa in altra parte della città, don Mazzi rispose: “Io da qui non mi muovo. Mi porterete via solo dentro una cassa da morto!”. 

Da cosa nasceva l’attaccamento di don Mazzi per il Parco Lambro? Da molto tempo don Antonio aveva capito che il Parco era diventato – a cominciare dagli anni ’70 – il ritrovo privilegiato dei giovani, compresi quelli del Molinari e del Maxwell, e in mezzo a loro aveva deciso di svolgere il suo apostolato.

Dopo i grandi assembramenti di folle degli anni ’50 con i raduni della Festa dell’Unità, negli anni ’70 il Parco venne concesso dall’Amministrazione Comunale a una serie di Festival musicali giovanili, che convogliavano migliaia di giovani in raduni di massa, il più imponente dei quali fu quello di “Re Nudo” degli anni ‘70. Le esecuzioni musicali si tenevano nei prati della zona “laghetto” prosciugato, che costituiva una arena naturale in grado di accogliere fino a 100 mila persone. 

È fuori di dubbio che, proprio in quegli anni, cominciarono a circolare per il parco le bustine di droga, con bande organizzate di spacciatori alla caccia di giovani sprovveduti che, caduti nella rete, poi rimanevano abbandonati a sé stessi, ciondolando in pieno giorno tra Cimiano e quartiere Feltre, in stato catatonico. Tale situazione perdurò fino agli anni ’80, quando don Mazzi – aiutato dai cittadini organizzati nei comitati e nelle associazioni – decise di farsi carico del problema e, ottenuta la collaborazione della Questura di Milano, iniziò la bonifica materiale e sociale del parco.

Un giorno avevo chiesto a don Mazzi come vedeva svilupparsi l’attività di Exodus. Ecco la sua risposta:

Fondazione Exodus

L’importante non è avere tante idee, ma viverne bene una.

Noi di Exodus, fin dalla nascita, abbiamo sempre pestato i calli a istituzioni, burocrati e a un certo tipo di politiche. Chi sta veramente dalla parte dei poveri non può obbedire alle norme dettate negli uffici. L’obiezione e la disobbedienza civile dovrebbero essere regola di vita.   

Dalla prima carovana itinerante nel 1984, con quindici disperati raccattati nel Parco Lambro e caricati su quattro camper, in barba al modello imperante della chiusura totale e pluriannuale; all’accoglienza di terroristi di Prima linea, in alternativa al carcere, secondo la legge, per scontare la pena; all’SOS in Stazione Centrale con l’Unità Mobile, per aiutare, prevenire e ascoltare i sopravvissuti nella bolgia di piazza Duca d’Aosta, agli incontri sistematici nelle scuole per genitori, allievi e docenti; fino ad arrivare alla Cascina Molino Torrette, sede madre dell’intera Fondazione, con una trentina di centri in Italia e all’estero. […]

Don Antonio Mazzi

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Numero 03-2026

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