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Quando ad essere sfrattato è il tuo vicino, di banco

di Gruppo solidale di genitori dell’IC Cappelli per il presidio antisfratto del 15.05.25

Almeno cinque locker, quei lucchetti a combinazione in cui vengono custodite le chiavi dei B&B. Non abbiamo potuto fare a meno di notarli, agganciati al portone di via Padova 76, quando il 15 maggio scorso ci siamo dati appuntamento per chiedere con forza che non venisse eseguito lo sfratto della famiglia di M. e B. e dei loro due figli che, insieme ai nostri, frequentano la scuola primaria del parco Trotter. 

In quel palazzo M. e B. ci abitavano da più di 10 anni, avevano visto nascere i figli e avevano trovato una rete di relazioni e servizi, a cominciare proprio dalla scuola. Eppure, come spesso accade alle famiglie di origine straniera, si erano dovuti accontentare di un contratto di affitto in nero. Negli anni precedenti avevano rinunciato ad acquistare quell’appartamento, pur avendo tutte le carte in regola, quando erano emerse situazioni debitorie del padrone di casa. È stato sufficiente che subentrasse una proprietà più forte economicamente per trasformarli in pochi mesi da abitanti in occupanti sotto sfratto, costretti a rivolgersi ai servizi sociali nonostante un reddito da lavoro, con il quale avevano sempre sostenuto regolarmente il pagamento del canone.  

Questo perché, nel frattempo, il quartiere popolare si è trasformato nel teatro di un paradosso. Via Padova, una delle “zone rosse” d’Italia, si presenta oggi infatti come un ghetto chic, dove l’ambiente popolare perde la sua anima inclusiva e assume una “cifra stilistica” ricercata nelle prime fasi dei processi di gentrificazione, che portano poi alla totale sostituzione del tessuto sociale degli abitanti.  

Cinque locker per uno stabile che conta sul citofono non più di venti nomi significa che un appartamento su quattro non ospita residenti stabili. Una condizione che – a ottobre 2024 – interessava circa 18mila appartamenti su Milano, di cui 650 nella zona Loreto-Casoretto-NoLo (dati Associazione italiana gestori affitti brevi). Una percentuale che sembra poco rilevante, ma che pesa in dati assoluti sulla disponibilità e sui valori immobiliari. Questo, naturalmente, insieme allo sfitto.

Questa vicenda, lo sappiamo, non è di per sé eccezionale in una città simbolo delle disuguaglianze abitative, dove nel giro di pochissimi anni i contratti di affitto possono aumentare anche del 20-30%. Le famiglie straniere o con fragilità particolari sono più esposte, ma la fine di una locazione comporta rinnovi insostenibili anche per dipendenti pubblici, key workers come insegnanti e infermieri, come anche per i precari ad alta professionalità: la famosa fascia grigia che a Milano porta il suo contributo lavorativo anche in servizi essenziali, ma a cui poi viene gentilmente chiesto di abitare altrove.

Anche nella nostra scuola, l’Istituto comprensivo Francesco Cappelli, con le sedi del parco Trotter e di via Russo, è ormai consolidato il triste rituale del saluto di questo o quella compagna di classe che a un certo punto dell’anno cambia scuola, magari anche comune, se non provincia. 

C’è però un fenomeno positivo e in una certa misura quasi inedito che la vicenda di via Padova 76 ha messo in moto. Uno scatto che ha portato al presidio antisfratto del 15 maggio con una mobilitazione importante, che ha fatto risuonare il senso di ingiustizia, dando rilievo alla storia con il coinvolgimento dei mezzi di informazione e della politica cittadina, ottenendo un rinvio di quattro mesi.

Alla base c’è stato sicuramente il coraggio di B. e M., che hanno rotto il muro della vergogna con gli altri genitori e con gli insegnanti. Poi c’è la capacità del corpo docente, che è riuscito a far comprendere la portata di un’emergenza nell’emergenza: la fragilità abitativa che va a sommarsi a quella educativa. Ne è nato anche un percorso dagli orizzonti più ampi e la comunità scolastica dell’IC Cappelli ha presentato queste sue istanze ad alcuni rappresentanti dell’amministrazione comunale. Per gli insegnanti il tema è prioritario e servirebbero protocolli e meccanismi in base ai quali anche le sistemazioni temporanee ed emergenziali non prescindano dalla permanenza nel bacino o almeno da un buon collegamento con il territorio della scuola frequentata.

Nonostante tutto l’impegno, M. e B. oggi non abitano più in via Padova 76 e hanno dovuto lasciare il quartiere. I quattro mesi guadagnati a maggio sono stati densi di interlocuzioni e pressioni con amministrazione comunale, servizi sociali, enti del terzo settore e proprietà. È stata infine trovata una sistemazione in un alloggio temporaneo gestito da Progetto Arca in collaborazione con il Comune di Milano nel Municipio 5.

Una ricerca promossa dal Curalab del Politecnico di Milano ha rilevato che chi lascia il Municipio 2, nel 60-70% dei casi si trasferisce nell’hinterland o in altre province.

Ad alzare i prezzi non concorre solo la diffusione degli affitti brevi ma anche il marketing del territorio. Prima il brand NoLo, poi il progetto di restyling di piazzale Loreto – attualmente congelato – campeggiano da tempo negli annunci immobiliari come opportunità di investimento. 

Il patrimonio residenziale pubblico di Milano è abbandonato e candidato all’alienazione, pensiamo all’abbandono delle case Aler di via Lulli e alla minaccia di alienazione del complesso MM di viale Lombardia. 

C’è poi una seria carenza di soluzioni temporanee per chi viene sfrattato. L’alternativa dell’hotel a prezzo calmierato dal Comune per un mese impone un esborso di denaro pubblico senza garantire una soluzione. Il terzo settore, a cui vengono affidati appartamenti per esigenze particolari, si muove solo su indicazione dei servizi sociali, che non comunicano con gli uffici che si occupano di emergenza abitativa.

La mancanza di un coordinamento è evidente e presenta il conto anche agli amministratori coinvolti che si rivelano impotenti o inadeguati a risolvere il problema in modo sistemico.

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