Ecco un nuovo 8 marzo! È una festa tutta per le donne, quindi tante mimose, tante cene o aperitivi di sole donne per festeggiare questa giornata dedicata a loro. Ma che cosa è cambiato in questi anni?
Se andiamo a consultare la Costituzione troviamo l’art. 37 che recita “alla donna lavoratrice sono riconosciuti, nei rapporti di lavoro, gli stessi diritti che spettano ai lavoratori”. Già nel lontano 1948 i Padri costituenti avevano messo a fuoco il problema della parità uomo/donna. Successivi contratti di lavoro, però, avevano ancora sottolineato la differenza di genere varando tabelle retributive differenziate. Gli squilibri tabellari sono stati poi regolarizzati.
Nel nostro Paese, dopo una lunga battaglia dentro e fuori il Parlamento, era stata emanata la legge Golfo-Mosca n. 120/2011 che prevedeva le quote di genere (le famose quote rosa). In sintesi le aziende dovevano e devono prevedere una percentuale obbligatoria di presenze femminili nei consigli di amministrazione e collegi sindacali.
La percentuale è variata nel tempo, passando dal 20% iniziale al 30% e ora raggiunge i 25%. Se, da un lato, si può considerare una forzatura che non serve a far maturare una crescita effettiva delle donne, è d’altro canto utile a far comprendere che non ci sono posti riservati a cui le donne non possono accedere. È un bilanciamento di genere, in quanto indica che il “soffitto di cristallo” che impediva alle donne di salire alla stanza dei bottoni si sta aprendo.
C’è sempre, però, l’aspetto retributivo: a parità di mansioni, le donne hanno tendenzialmente una retribuzione inferiore a quella maschile. Molte aziende lungimiranti avevano già superato il problema anche prima dell’emanazione della L. 120, inserendo donne in posizioni apicali.
Questa tendenza va crescendo e crescerà ancora di più perché le donne avanzano in tante facoltà universitarie che, in precedenza, vedevano scarse presenze femminili, in quanto considerate non adatte o molto impegnative. Oggi è infatti aumentata la presenza delle ragazze in facoltà come ingegneria, matematica e anche ingegneria aerospaziale (sull’esempio di Samantha Cristoforetti).
Sicuramente verrà il momento in cui le quote rosa stabilite per legge saranno superate. Nel frattempo, infatti, la formazione sarà utile a colmare le eventuali differenze ma occorrerà anche riflettere sul fatto che le donne scontano la grossa difficoltà di conciliare la vita professionale con quella privata. È fatto carico alle donne di provvedere ai figli (anche se oggi gli uomini partecipano molto più di un tempo alla gestione della casa) e agli anziani.
Ma l’aspetto più grave, tragico, di questa contrapposizione violenta tra i generi è dato dal crescendo di quelli che, con un brutto termine, vengono chiamati femminicidi. È arduo affrontare questo argomento perché è pieno di dolore ma vorrei solo porre l’accento su una debolezza: quella di uomini che non accettano di perdere la loro donna (fidanzata, moglie, compagna) considerandola una proprietà. Sono pochi rapportati all’intera società, troppi per gli eventi di cui abbiamo notizia.
Le famiglie, prima ancora delle scuole, sono il punto di partenza per far crescere un humus culturale, una educazione maschile che non alimenti certe “patologie” o intervenga per stroncarle sul nascere. Questo terribile elenco di vittime della feroce debolezza dell’altro deve finire, anche se è utopistico pensare che possa avvenire in breve tempo.
La giornata dell’8 marzo dovrebbe quindi diventare un giorno di riflessione su quello che ciascuno può e deve fare per dare alle donne lo spazio che meritano, ovviamente a quelle che lo meritano, cancellando gli stereotipi che ogni donna si porta sulle spalle e che ogni uomo, magari anche inconsciamente, attribuisce all’altro genere.




