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Renesto Elio

Uno dei medici che cura le gravi fragilità degli emarginati sociali: i senza fissa dimora e i profughi

di Pietro Scardillo

Elio Renesto, 66 anni, medico internista in pensione, con oltre 40 anni di esperienza ospedaliera prevalentemente svolta all’ospedale Luigi Sacco di Milano, oggi dedica la sua attività professionale con passione e competenza come coordinatore medico in una struttura, una scuola in disuso di via Mambretti, sostenuta da Fondazione Arca. Nell’ambito di questa realtà è stato costituito un piccolo “reparto” , primo e forse unico in Italia, con 2 medici, una caposala, infermieri in grado di garantire una assistenza qualificata 24 ore e un’assistente sociale, per 20 posti letto riservati ai senza fissa dimora e ai profughi dimessi dagli Ospedali e dai Pronto Soccorso prevalentemente di Milano. Il Centro Aiuti Stazione Centrale (CASC)- via Ferrante Aporti - del Comune di Milano (molto sensibile su questo problema) accoglie ed inoltra alla struttura “Post-Acute” di via Mambretti tutte le richieste di accoglienza provenienti dalle strutture sanitarie. Queste riguardano persone che, risolta la situazione di emergenza o esaurita la fase acuta della malattia, hanno ancora bisogno, per la loro particolare fragilità, di continuità assistenziale e di cura. Purtroppo, non avendo una rete parentale o persone amiche, sono destinate a ritornare sulla strada, compromettendo spesso il buon esito delle cure ricevute, per questo vengono ricoverate nella struttura “Post-acute”. Il progetto sostenuto da Arca, oltre alla collaborazione con il Comune di Milano, viene monitorato e supportato dalla Regione Lombardia quale interessante esperienza di integrazione Ospedale-Territorio. Vengono, in tal modo, coinvolte le forze della società civile per affrontare un problema crescente, sempre più pressante e drammatico che ormai interessa non solo senza fissa dimora e profughi, ma che va estendendosi a causa di altre emergenti povertà.

Come è nata la Sua collaborazione con la Fondazione Arca?

È cominciata per caso. Il medico, che ho poi sostituito, è un amico e mi aveva chiesto di affiancarlo nella sua esperienza. Ho visto il “mondo degli ultimi” e “degli invisibili”. Non potevo più dire di non aver visto niente, potevo girarmi dall’altra parte. Non mi sono girato e ho scelto. Ho incontrato persone che, come tutti noi, sono colpite da malattia, le nostre stesse malattie, ma la loro fragilità fisica e sociale rende più drammatica l’esperienza di sofferenza e più devastanti i segni del suo passaggio. Paradossalmente, a volte, ho osservato che la loro concezione di vita funziona come un anestetico per condizioni che a noi sembrerebbero intollerabili. Al di là di ogni considerazione sul loro modo di vivere, queste persone hanno lo stesso nostro diritto di essere accolte e curate nel migliore modo possibile. Accanto a me lavora una giovane collega, preparata e motivata, opera un efficace gruppo infermieristico che esprime al meglio la propria professionalità resa faticosa dal particolare bisogno assistenziale. Sono tutti dotati di un valore aggiunto, una particolare empatia, una sensibilità quasi familiare per queste persone che hanno alle spalle, volute o non volute, dolorose storie familiari, di fallimento, di abbandono, di solitudine, non possiedono nulla, dipendono per tutto.

E nel caso dei profughi e dei migranti ricoverati?

Quello dei profughi e dei migranti rappresenta un problema di enorme peso sociale e di grande contrastante risonanza mediatica. Giunti sul suolo italiano, come medico riconosco pienamente il loro sancito diritto alle cure. Tutti vivono una drammatica odissea che, quando presente, complica la malattia fino a compromettere gravemente lo stato di salute. Come quello di un ragazzo centroafricano che sta perdendo l’unico rene trapiantato da vivente, donatogli da sua madre: questo perché non ha potuto assumere con continuità la terapia antirigetto. Spesso vivono esperienze fisiche e morali che si rivelano distruttive a livello psicologico e che richiedono un approccio specifico, così è nata l’etnopsichiatria.

Ma come avviene la comunicazione verbale tra il personale sanitario e i profughi che vengono dalle parti più disparate del mondo, tanto più che sono persone sprovviste di documenti, di permesso di soggiorno, di una chiara identità?

La barriera linguistica rappresenta un vero problema, anche per pazienti provenienti da alcune aree della Comunità Europea. L’inglese, meno il francese, permette un margine di comunicazione. Curiosamente le diverse nazionalità dei nostri pazienti spesso ci permettono di trovare al loro interno mediatori linguistici provvidenziali. Poi, quando si tratta di dolore e sofferenza, anche il linguaggio dei gesti diventa sorprendentemente comprensibile e risolutore. Oltre all’aspetto sanitario, per noi è anche fondamentale il risvolto sociale e rappresentiamo per loro un’ultima frontiera. Per questo diventa cruciale il prezioso lavoro svolto dalla nostra Assistente Sociale, che cerca pazientemente di ricostruire pezzi di vite sfortunate e di recuperare il più possibile ciò che li può rendere nuovamente “ riconoscibili” dalla società civile.

Qual è la percentuale dei senza dimora nel vostro reparto?

Il progetto “Post-acute per homeless” nasce con “Medici Senza Frontiere” nel 2014, avendo individuato nei senza fissa dimora un’area abbandonata di estrema fragilità. Il progetto è stato poi assunto da Fondazione Arca già presente nell’aiuto a queste persone, che inizialmente rappresentavano la maggior parte dei pazienti. Con il crescere dell’emergenza profughi, anche qui Fondazione Arca molto coinvolta, la presenza dei senza dimora è certamente molto aumentata nella struttura. Penso che malattia, sofferenza, dolore, bisogno di cura non distinguano per provenienza. Abou, un nostro paziente senza fissa dimora egiziano provato da una dolorosa storia familiare e lavorativa, è morto in Ospedale dove è stato nuovamente ricoverato per il riacutizzarsi e il complicarsi della grave malattia di cui era affetto. Durante il ricovero siamo andati a trovarlo, abbiamo continuato a procuragli il suo necessario. Quando ci chiamava al telefono ci ringraziava e ripeteva “voi siete la mia famiglia”. Questo commovente riconoscimento non mi era mai capitato in tutta la mia carriera professionale.

Qual è il cruccio maggiore che qualche volta l’assale?

Qualche rammarico c’è, ma non amo farne raccolta. Il primo, generale, come cittadino: non penso sia il compito delle istituzioni o della società civile salvare il mondo, ma neppure di alzare argini o disporre pericolose dighe di contenimento, piuttosto costruire pazientemente canali di fertile integrazione. Il secondo è personale. Ritengo questa mia esperienza molto preziosa, ma anche, non lo nego, molto faticosa e alcuni mi sibilano “ma chi te lo fa fare”. Vorrei sempre trovarmi in circostanze in cui dire “ho fatto tutto quello che è stato necessario” anziché “cerco di fare quel che posso fare”. Perché se è vero che la malattia, la sofferenza, il dolore , la morte sono uguali per tutti, non sempre lo è il diritto alla salute.

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