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di Fabio Pizzul

Non c’è ormai lombardo che non sappia che il 22 ottobre si voterà per il “Referendum per l’autonomia”. Pochi però conoscono davvero il contenuto e i risvolti istituzionali e politici della consultazione.
Va, prima di tutto, precisato che si tratta di un referendum consultivo: l’esito non comporta alcun effetto immediato e vincolante per l’amministrazione regionale.
Secondo: la consultazione non avrà un quorum, ovvero sarà valida qualunque sia il numero dei votanti, a differenza dei referendum abrogativi nazionali che, per essere considerati validi, richiedono di superare la metà dei votanti.
Terzo: sulla scheda, o meglio, sullo schermo, visto che in cabina troveremo le “voting machine”, comparirà la seguente frase: “Volete voi che la Regione Lombardia, in considerazione della sua specialità, nel quadro dell’unità nazionale, intraprenda le iniziative istituzionali necessarie per richiedere allo Stato l’attribuzione di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, con le relative risorse, ai sensi e per gli effetti di cui all’articolo 116, terzo comma, della Costituzione e con riferimento a ogni materia legislativa per cui tale procedimento sia ammesso in base all’articolo richiamato?”.
Tradotto in parole povere, Maroni chiede ai lombardi se sono d’accordo riguardo il fatto che la Regione chieda al Governo di aprire un tavolo di confronto per attribuire a Regione Lombardia maggiori competenze su materie come i rapporti internazionali e con l'Unione europea, il commercio con l'estero, la sicurezza del lavoro, l’istruzione, le professioni, la ricerca scientifica, la tutela della salute, lo sport, la cultura e altro. L’affidamento di queste competenze porterebbe la Regione a poter fare leggi su questi temi e a poter gestire direttamente alcune politiche, potendo disporre delle risorse necessarie per farlo.
All’indomani del Referendum, se dovessero prevalere i SI’, Maroni dovrebbe, portare in Consiglio regionale un documento con cui si chiede ufficialmente al Governo di aprire la procedura prevista dall’articolo 116 comma terzo della Costituzione. Avviato il tavolo, cosa che il Governo non può negare, si tratterà di capire quale sarà il punto di accordo che dovrà poi essere ratificato da un voto del Parlamento.
Nel concreto, dopo l’approvazione del Parlamento, la Lombardia potrebbe gestire direttamente diverse politiche attualmente garantite dall’organizzazione statale. Lo Stato, oltre ai poteri, trasferirebbe anche le risorse necessarie all’esercizio delle funzioni oggetto dell’accordo. Maroni sostiene che, grazie alla maggiore efficienza della Lombardia, le politiche affidate alla Regione potrebbero essere gestite con minori spese: questo garantirebbe, ma è tutto da dimostrare, più soldi alle casse regionali.
C’è un’altra novità, come già si diceva: gli elettori lombardi saranno chiamati ad esprimere il loro voto in forma elettronica. In pratica, al seggio, invece di scheda e matita copiativa, i cittadini troveranno un tablet con una schermata sulla quale potranno esprimere il voto toccando il SI’ o il NO. In questo modo i risultati saranno noti a pochi minuti dalla fine della consultazione. Questo sistema di voto costerà alla Regione 24 milioni di euro e i dispositivi per il voto, le “voting machine”, delle specie di tablet, verranno poi lasciati alle scuole sede di seggio.
Si tratta di questioni molto tecniche. Per questo Maroni ha scelto di semplificare la faccenda parlando di Lombardia a statuto speciale o del fatto che con il SI’ al Referendum i lombardi potranno tenersi 27 o più miliardi di loro tasse ogni anno. La realtà è un po’ più articolata e complessa e il valore del Referendum è più simbolico che operativo. La vera partita comincerà dal 23 di ottobre e sarà tutta politica.
Un ultimo commento: la vittoria dei SI’ appare scontata, la vera questione sarà la percentuale dei votanti: su di essa si gioca la credibilità dell’operazione tutta politica messa in campo da Maroni.

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