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Rigoldi Gino

di don Gino Rigoldi
Cappellano dell'Istituto penale per minorenni "Beccaria"

Ogni persona che svolga un lavoro educativo ha bisogno di curare le sue modalità di comunicazione, perché sono lo strumento di ingresso nella relazione. Agli inizi degli anni ’70 nel Carcere minorile “Beccaria” incontravo mediamente ogni anno mille giovani maschi e femmine provenienti quasi esclusivamente dal Sud Italia; dagli anni novanta è iniziato l’ingresso massiccio nel carcere minorile dei minori stranieri portatori di altra cultura, di altra religione e di altra lingua.

Questi giovani avevano certamente bisogno di essere ascoltati e capiti e poi aiutati a comprendere i problemi che avevano creato e le difficoltà che avrebbero incontrato fuori dal carcere. Occorreva avere attenzione, cura e linguaggio. Mi è parso giusto dunque confrontarmi, studiare, andare ad imparare le regole e le risorse della comunicazione. Senza una buona relazione, nei rapporti con i giovani ma anche con gli adulti è come parlare dietro una porta chiusa. Se non si apre la porta non si fa nulla.

Esistono certamente molte modalità e molte intenzioni nella comunicazione. La modalità che io ho scelto, che ho cercato di imparare e che voglio praticare è quella di una comunicazione in funzione della relazione, siano i miei interlocutori giovani o adulti, italiani o stranieri.

Permettetemi di soffermarmi su questo termine, “relazione”, che ritengo una delle parole più importanti per la nostra vita privata, sociale, laica o cristiana ma non per questo riconosciuta, proposta e fatta diventare regola nelle quotidiane pratiche individuali e sociali, centro della educazione nella famiglia e nelle scuole. L’antropologia, la cultura, la fede nella relazione si fonda sulla convinzione che ogni essere umano è uguale a me e titolare di una dignità e di diritti sacri ed inalienabili. Per un cristiano ogni uomo o donna è figlia o figlio di Dio come me.
La conseguenza e la coerenza legata a queste convinzioni è che con questa persona, con la quale condivido la comunità sociale o religiosa, la professione, la città, posso legare rapporti, progettualità, fare comunità, vivere insieme il lavoro e la cultura, la politica o la fede. Il pregiudizio, la convinzione preliminare è che con ogni persona è possibile costruire rapporti, collaborazioni, amicizia. Ogni relazione, come ogni rapporto umano ha bisogno di onestà e di trasparenza, non è aliena dal conflitto ma ha come impegno e come desiderio quello di creare legami che possono andare dalla compagnia, all’amicizia, all’amore. Questa è un’arte, secondo me l’arte per una vita bella e buona. Ma è anche una scelta ed una disciplina, come è scelta, disciplina e processo ogni forma amore.
La capacità di relazione è facilitata da un carattere più aperto e disponibile, ma non diventa stile di vita se non è identificata come un bene, un processo da decidere, riconoscere e poi da curare, da accrescere, da proteggere, da purificare. 

Con la fede o senza la fede, una importante capacità di comunicazione e di relazione è la prima competenza che si deve richiedere ad ogni persona. Io ritengo che le incompetenze relazionali siano la più grande debolezza delle persone in generale, ed allora il lavoro per acquisire buone capacità relazionali diventa un impegno per la propria vita e per quello che si vuole realizzare, qualunque sia l’età, la professione, la fede. Gli altri non sono né estranei, né concorrenti, né nemici, ma potenziali alleati… Lo stile della relazione lo riconosci perché propone ed ha fiducia di poter creare legami.

Oggi, inquinati come siamo da relazioni opportuniste, ingannevoli e perfino violente, c’è un gran bisogno di andare a “scuola di relazioni” con una compagnia, una comunità capace di leggere i pensieri e i sentimenti. La peggiore ignoranza che incontriamo e viviamo è una grande “ignoranza in amore”. Occorre trovare il modo di “liberare” la capacità di amore e perciò di relazione che abbiamo dentro, che avvertiamo quando siamo consapevoli dei bisogni della nostra persona, come la strada del benessere e della creatività. La comunicazione è un formidabile strumento di relazione, di educazione e di verità. O, almeno, può esserlo e credo che oggi sia più che mai necessario. In questo momento storico, in cui l’incomunicabilità impedisce concordia, progettualità e crescita comune, condivisione e impegno per la realizzazione di obiettivi comunitari, mi auguro che le prossime festività siano occasione di riflessione e di rilancio di un nuovo stile di relazione verso l’altro, chiunque esso sia, perché nel bimbo profugo di oggi possa intravvedere il Bambin Gesù di sempre.

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