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di Ferdy Scala

Avete mai notato che, uscendo da Milano, su viale Monza i vecchi Comuni di Turro, Gorla e Precotto, hanno tutti la chiesa a destra del viale?

La ragione è molto semplice: la destra del viale un tempo era occupata dai campi agricoli, mentre la sinistra era dedicata ad attività industriali, tanto che nel primo ‘900 proprio lì sorgevano le grandi fabbriche del nord-Milano. I proprietari dei terreni, come i Visconti di Modrone a Precotto, cedevano a metà ‘800 un pezzo di terreno per farci la chiesa e la canonica, ad uso dei propri fittavoli, che in questo modo non erano più costretti a portarsi fino a Greco o fino a Crescenzago per assistere alla messa domenica. Il viale, tuttavia, non ha sempre fatto parte del paesaggio dei nostri borghi. Aperto nel 1838 per collegare Milano alla Villa reale di Monza, il grande viale ha un tracciato assolutamente rettilineo perché ricavato passando attraverso i campi e tagliando in due i centri storici dei vecchi borghi, come è successo a Gorla e a Precotto. Qui, in particolare, la cascina dei Visconti si estendeva molto più in là e venne tagliata in due proprio dal viale, cosicché la parte più antica rimase collegata con il Borghett di via Principe Umberto, e lo spezzone rimanente andò a costituire quell’edificio basso nonché elegante occupato da parecchi anni da un pizzaiolo e oggi dal kebab.                           
Il viale ha letteralmente stravolto l’aspetto esteriore del vecchio centro storico, al punto che Piazza Precotto si chiama così ma è rimasto solo un incrocio tra viale Monza, via Rucellai e via Cislaghi. Sufficiente tuttavia a separare e delimitare due mondi tra loro diversissimi per origini, censo, lavoro, categoria sociale: da una parte i contadini, braccianti, fittavoli e campieripaulottreligiosissimi e bianchi per adesione politica; dall’altra, gli operai delle molte fabbriche e dell’indotto industriale, che avevano innalzato i primi edifici delle cooperative di consumo e abitazione, sindacalizzati, in gran parte socialisti e comunisti, perciò rossi per adesione e anelito politico. Due mondi diversissimi, che Fausto Bertinotti, nato tra i rossi in via Solone 11 nel 1940, ha ricordato tante volte nei suoi libri di memorie. Non vado oltre. Se volete saperne di più, andate al bar che sta di fronte alla chiesa, lì seduto sulla panchetta esterna, troverete Chicco Ravedoni, amico d’infanzia di Bertinotti, che vi potrà raccontare le gesta epiche dei ragazzi della “bàttera”.
Per parlare di Precotto bisognerebbe iniziare dal nome, tanto singolare quanto bizzarro, che fa pensare a cibi già cotti, e invece rimanda al paese delle fornaci e dei mattoni cotti (pre-cautum, “prato dei cotti” o “pietra cotta”), e al paese degli Umiliati. Un borgo campestre, simile a Gorla e a Crescenzago, ma senza la Riviera, immerso nella campagna, dove i nobili di San Babila avevano proprietà terriere e passavano l’estate. Erano famiglie importanti della nobiltà milanese, oppure grandi imprenditori dal destino fortunato, come i Visconti, gli Erba-Odescalchi principi e cardinali imparentati col papa, i Pelitti inventori di strumenti a fiato, i Peck raffinati venditori di salumi, i Radaelli, i De Vecchi distillatori, i Mariani delle fornaci, il conte Marzotto dei tessuti, gli Zappa di via Principe Umberto.
Un paese visitato dallo Scià di Persia e attraversato dalle carrozze dell’Arciduca d’Austria. Un paese che ha dato i natali a famosi uomini politici come Fausto Bertinotti, a vescovi missionari come padre Alfredo Magni, un paese che ha ospitato la casa e il laboratorio del più grande scultore dell’Ottocento, Francesco Barzaghi. Un paese dalla storia tragica, dove duecento bambini furono salvati da un eroico sacerdote durante il bombardamento del 1944.
Tutte cose che ormai i nostri lettori sanno a memoria. Ma forse non tutti sanno che la famiglia più importante di Precotto non fu quella dei Visconti e nemmeno quella dei Pelitti, di cui Giuseppe Clemente fu sindaco di Precotto per circa 20 anni, ma quella dei principi Erba-Odescalchi, originari di Como.
L’inizio della casata risale ad Alessandro Erba, patrizio di Como (1599-1670), che nel 1621 sposa Lucrezia Odescalchi, sorella di papa Innocenzo XI. Il figlio, Antonio Maria Erba (1624-1694), associa il nome Odescalchi a quello degli Erba e sposa in seconde nozze Teresa Turconi, che passa molti periodi di vita nella villa di Precotto, dove muore nel 1733.
Antonio Maria Erba Odescalchi diviene senatore, gran cancelliere e presidente del Senato di Milano. Ha quattro figli dalla seconda moglie: Alessandro (1677-1757), Benedetto (1679-1740), Claudia (1681-1747) e Baldassarre (1683-1746).
Il primogenito eredita il titolo di marchese, mentre Benedetto intraprende la carriera ecclesiastica. Nominato nunzio apostolico in Polonia, Benedetto viene fatto cardinale da papa Clemente XI e poi nominato arcivescovo di Milano, carica che ricopre dal 1712 al 1737. Alla sua morte (1740) viene sepolto nella chiesa di San Giovanni in Conca, da cui nel ’900 la salma viene trasferita in Duomo, all’altare del Crocifisso. Si può venerare tutt’oggi la sua tomba accanto a quella del card. Martini.          
Dopo Alessandro (2° marchese di Mondonico), il titolo passa a Luigi (1716-1788) e ad Alessandro, che, nato a Milano nel 1791, muore a Precotto nel 1872, con un funerale solenne, celebranti 12 sacerdoti, sepoltura nel locale cimitero.            
Alessandro aveva sposato una nobile ungherese, Szidónia Vojnits de Bajsa, dando così origine al ramo ungherese della famiglia. Ma quando fu vicino alla morte chiese di essere portato a casa. Dove, a Milano? No, a Precotto, rispose. Tutto questo è confermato nel Registro della Parrocchia di Precotto.

Per saperne di più, procurarsi il libro “Precotto, Villa e il Regio Viale per Monza”.

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