Home

Chi siamo

    • Premessa
    • Consiglio
    • Statuto
    • Scheda di adesione
    • La redazione
    • Altri dati

Archivio

Eventi

PhotoGallery

Video

Social

Dove trovarci

Contatti

Home

Emilio Praga

di Marina Ebrahim
 
Tra i principali esponenti della scapigliatura milanese, della quale incarnò gli aspetti più ribelli e sregolati, divenendone, con la propria esperienza “maledetta”, la figura più emblematica, Emilio Praga nacque nel 1839 a Gorla, al tempo piccolo borgo vicino a Milano.

“Quel ragazzo dell’Ottocento che dissipò il suo talento in una breve vita troppo artistica” (M. Cucchi, “La traversata di Milano”), nacque in una famiglia agiata e facoltosa – il padre, amico di Carlo Porta, disponeva di una conceria di pelli e la madre, donna di cultura, gli aprì la strada dei salotti culturali dell’epoca – e trascorse la sua giovinezza in riva al naviglio, in un paesaggio di verde e di corti, prima di compiere numerosi viaggi e studi in Europa, fermandosi a lungo a Parigi, nell'atmosfera della pubblicazione di “Les Fleurs du Mal” e della morte di De Musset.
Quando ritornò ventenne in Italia si fece apprezzare come pittore e scrittore, ma il suo “equilibrio era tutt’altro che stabile” e dopo la morte del padre, il fallimento dell'azienda e il dissesto economico, non seppe adattarsi a un lavoro regolare e all’ordine borghese e iniziò a vivere disordinatamente, sul modello dei poeti maledetti che avevano in Baudelaire il loro maestro. Ridotto in miseria, morì di tisi nel 1875, a 36 anni.
Bohèmien di provincia e caposcuola della Scapigliatura, di cui fissò il repertorio tematico, Praga mosse assieme ai suoi compagni un attacco ai miti e alle regole borghesi costituite nel clima di una Milano che già incarnava allora la parte di metroopoli e capitale economica d'Italia. Espresse con drammatica coerenza, tra impegno artistico e costume di vita, la propria rivolta contro la morale corrente, la religione, la retorica risorgimentale, il patetismo romantico e il manzonismo.

La poesia “Preludio”, ad esempio, che apre la raccolta “Penombre” e costituisce il manifesto della poesia scapigliata, dove descrive la condizione spirituale di un’intera generazione intellettuale, rappresenta una dichiarazione di ribellione:

Noi siamo i figli dei padri ammalati:/ aquile al tempo di mutar le piume,/ svolazziam muti, attoniti, affamati,/ sull'agonia di un nume./ Nebbia remota è lo splendor dell'arca,/ e già all'idolo d'or torna l'umano,/ e dal vertice sacro il patriarca/ s'attende invano;/ s'attende invano dalla musa bianca/ che abitò venti secoli il Calvario,/ e invan l'esausta vergine s'abbranca/ ai lembi del Sudario.../ Casto poeta che l 'Italia adora,/ vegliardo in sante visioni assorto,/ tu puoi morir!... Degli antecristi è l'ora!/ Cristo è rimorto !/ O nemico lettor, canto la Noia,/ l'eredità del dubbio e dell'ignoto,/ il tuo re, il tuo pontefice, il tuo boia, il tuo cielo,/ e il tuo loto!/ Canto litane di martire e d'empio;/ canto gli amori dei sette peccati/ che mi stanno nel cor, come in un tempio,/ inginocchiati./ Canto le ebbrezze dei bagni d'azzurro,/ e l'Ideale che annega nel fango.../ Non irrider, fratello, al mio sussurro,/ se qualche volta piango :/ giacché più del mio pallido demone,/ odio il minio e la maschera al pensiero,/ giacché canto una misera canzone,/ ma canto il vero!

Ultimo numero

Login