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di Silvio Mengotto

In zona 2 di Milano nel 1996 nasce la Fondazione Progetto Arca raccogliendo la sfida di chi, per ragioni di dipendenza, viveva sulla strada. Con il trascorrere degli anni questa sensibilità si è allargata sino a raggiungere le persone senza fissa dimora che ha sollecitato una trasformazione dei servizi. “Dal primo aiuto – dice Costantina Regazzo direttrice dei servizi della Fondazione Arca -, tema della nostra “mission”, siamo passati ad un diverso incarico. Abbiamo collaborato con Medici senza frontiere e con il Comune, primi a creare un centro di accoglienza per gli homeless. Un centro accreditato dal Sistema Sanitario per la presa in carico di persone fragili che, dopo l’ospedalizzazione, rischierebbero di ritornare in strada. Negli ultimi tre anni ci siamo impegnati sull’accoglienza e la presa in carico delle persone siriane che fuggono dalla guerra. Per loro siamo diventati un centro di riferimento anche per le persone che, tramite le prefetture, chiedono asilo politico”.

Nella casa di accoglienza in via Agordat chi accogliete?

“Siamo poco creativi, ma i nostri centri portano i nomi delle vie che ci accolgono. Il centro di via Agordat accoglie persone anziane. Attualmente sono cinque perché si tratta di un albergo sociale. Ci sono persone con un reddito basso, per queste la quota di accoglienza, stabilita tramite il Comune o le convenzioni private, è fortemente solidale. Si è deciso un percorso di accoglienza, soprattutto per donne e bambini provenienti dall’Africa. Attualmente sono state accolte 90 donne, di cui 18 incinte. Nell’ultimo mese c’è stata anche qualche nascita. Pochissime le famiglie, mentre è significativa la presenza numerosa di donne sole”.

Nell’accoglienza che difficoltà avete registrato?

“L’inizio non è stato facile. Ancora le persone ci dicono che questa accoglienza deve finire, ma altrettante ci dicono l’esatto contrario e si prodigano per creare una cultura dell’accoglienza ancora troppo debole. Inutile nasconderlo, ma la diversità è un problema che produce un suo impatto tra le persone. Nel centro gli spazi destinati alla vita comunitaria, anche per l’emergenza della situazione siriana, sono stati trasformati in spazi utili a queste donne giovani africane. Per costruire questa accoglienza si è lavorato molto. Negli ultimi mesi abbiamo preparato le persone anziane, soprattutto i loro parenti: figli e nipoti. Stiamo raccogliendo i primi frutti di questo stare insieme che sicuramente passa attraverso la presenza dei bambini.

L’aspirazione è quella di poter accogliere tutti. Quando ci sono grandi numeri dati da persone che arrivano direttamente dagli sbarchi e, in forma autonoma, si spostano dal Sud al Nord, nella Fondazione scatta un’attenzione nel dare risposte ai bisogni immediati: sanitari, vestiti, pulizia e pasti. Con alle spalle giorni di enorme fatica, sofferenza e paure, arrivano mamme con bambini piccolissimi, donne incinte, minori soli e non accompagnati.

Il lavoro di regia è enorme: enti pubblici, il Comune, la prefettura, le forze dell’ordine, la realtà del volontariato che hanno a loro disposizione quote di accoglienza, ma anche con quelle come la nostra che svolgono un’azione di gratuità. Dal Comune di Milano abbiamo avuto un grande supporto e, da parte nostra, anche la Fondazione è stata di supporto all’amministrazione comunale. C’è stata una collaborazione reciproca. Mi permetto di dire che l’organizzazione è cresciuta sperimentando le criticità sul campo. Tutto questo significa aver costruito e messo in campo una rete di solidarietà che arriva anche alle singole persone, le quali, con modalità spontanee, desiderano dare il loro contributo”.

C’è stato un problema di reciproca comunicazione?

“Uno dei temi che crea un ostacolo è quello della lingua. Le nostre ospiti parlano il nigeriano, piuttosto che l’arabo, il francese o l’inglese, mentre le nostre signore, quando non c’è il mediatore per la traduzione, non comunicano e non dialogano. Stiamo cercando forme diverse di intrattenimento delle persone, per esempio organizzare uno spettacolo. Il tema religioso della celebrazione eucaristica della messa è molto sentito, c’è una spiccata sensibilità. Abbiamo registrato che, in forme diverse di partecipazione, questo momento di vita comunitario rimane uno dei temi più sentiti che riesce a coinvolge sia le persone anziane italiane, che hanno oltre i 75anni, sia le giovani donne siriane con una età dai 20 anni in su. Sono generazioni che si devono incontrare. Il lavoro da fare è ancora molto”.

Ci vuole parlare del centro Hub di via Sammartini?

“Le persone che spontaneamente transitano in città, senza passare dalla prefettura, per trovare centri di accoglienza sanno che l’Hub della Stazione Centrale è un luogo dove è possibile avere notizie utili per orientarsi in questa ricerca. In questi giorni al centro Hub di via Sammartini abbiamo registrato il passaggio di oltre 300 persone”.

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