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Ci vuole un investimento nelle relazioni interculturali

di Milena Santerini

Ordinaria di Pedagogia Università Cattolica del S.Cuore di Milano

Direttrice del Centro di ricerca sulle relazioni interculturali        

Le generazioni attuali vivono pienamente nella globalizzazione. I millennials sono nati già nella rivoluzione tecnologica; per loro la presenza dei migranti nelle città italiane è una cosa normale; vivono nel multiculturalismo della musica, di consumi, del web. Non sorprende, quindi, che gli studenti milanesi siano in gran parte aperti alla diversità, abituati a viaggiare e ritengano possibile conciliare culture diverse. Si sbaglierebbe però a dare per scontata un’adesione piena allo spirito europeo e alla solidarietà globale, specie davanti alle spinte nazionalistiche che stiamo subendo. I giovani sono oggi da un lato “cittadini del mondo” ma dall’altro impauriti e spinti a rinchiudersi nel loro particolare. Si sentono minacciati dai migranti, anche se ciò non corrisponde alla realtà dei fatti.                                                                                                                                                                                    

Nell’ Ignorance index a livello mondiale gli italiani sono ad esempio primi, mostrando come siano sensibili alla propaganda che amplifica la presenza degli immigrati o la concorrenza economica a danno dei nativi.

Quale di questi due volti è quello vero? La paura o l’apertura alla diversità? Ambedue, ritengo. Da un lato i giovani, specie milanesi, hanno davanti un futuro europeo e globale, anche perché molti (l’80%!) considera possibile trasferirsi all’estero per studio o lavoro; si pensano europei, sono multiculturali per definizione. Eppure, dall’altro, non bisogna sottovalutare il rischio che la fiducia nel mondo globale nasca piuttosto dal proiettarsi nel mondo esterno, anche per la precarietà che viene loro offerta in patria. “In casa”, invece potrebbero restare provinciali e poco propensi a investire nel dialogo interculturale. Considerano, ad esempio, importante lo studio dell’inglese, del cinese e dell’arabo. Ma quanto sono disponibili a conoscere la realtà del mondo cinese o maghrebino in Italia?

La realtà è che la convivenza tra persone di lingue e abitudini diverse va costruita. Non solo con chi viene da altri paesi, ma anche tra gli italiani, spesso divisi su tanti punti: culture della vita, del lavoro, del denaro, del matrimonio…                                                                                                                                  

Ci vuole un investimento nelle relazioni interculturali, che non troviamo già pronte ma vanno pazientemente coltivate. Il problema si pone soprattutto di fronte al tema dell’ostilità verso il diverso. Troppi giovani usano un discorso d’odio sul web, troppi nutrono sentimenti di diffidenza verso gli immigrati. Ragazzi e adulti non si sentono razzisti in senso tradizionale, e hanno ragione. Infatti, non credono all’inferiorità biologica di una “razza” (che non esiste) o di un gruppo e si ribellano all’idea di un mondo diviso in “bianchi e neri”. Ma questo non basta. C’è un’ostilità più sottile che nasce dalla distanza, dall’indifferenza e dalla diffidenza, che può far crescere i pregiudizi.

Per essere una generazione interculturale, come speriamo i giovani milanesi siano sempre di più, bisogna investire sullo scambio vero, anche difficile e a volte faticoso; dialogare in profondità, respingendo i luoghi comuni; informarsi e cercare le somiglianze al di là delle differenze. Solo in questo modo le nuove generazioni potranno costruire città più vivibili, come spesso le vecchie non riescono a fare.

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