LA CUCINA MOBILE DI PROGETTO ARCA

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di Silvia Panzarin

In un anno di crisi sanitaria, economica e sociale, in quello che ormai sarà per sempre Cucina Mobile Progetto Arca DanieleLazzaretto 4“l’anno del virus”, ci sono persone che con le loro azioni di soccorso sono un punto di riferimento e un supporto fondamentale per i cittadini più fragili, quelli che spesso passano per “invisibili”.

È il caso di Fondazione Progetto Arca, onlus che da 27 anni opera ogni giorno con i suoi operatori e volontari per aiutare le persone senza dimora, le persone cioè che durante i vari lockdown non hanno potuto seguire la regola dello stare a casa. Per loro la chiusura di molti servizi dedicati ha rappresentato un peggioramento delle condizioni di vita: anche solo potersi sedere all’interno di una mensa per consumare un pasto caldo è diventata una prospettiva complicata.

Per questo è stato necessario trovare soluzioni per offrire una vera assistenza a chi è in difficoltà. E se loro non possono andare a cercare conforto, a volte è il conforto a raggiungerli, grazie alla volontà di chi, alle necessità altrui, non ha alcuna intenzione di voltare le spalle.

È proprio ciò che accade a Milano da quando, a metà dello scorso mese di novembre, Progetto Arca ha dato vita al nuovo servizio di Cucina Mobile: un foodtruck dotato di fornelli e bollitori, a bordo del quale ogni sera, per cinque giorni su sette, i volontari si occupano di raggiungere le zone più frequentate dalle persone senza dimora, fornendo loro un pasto caldo ed energetico, contenente carne o pesce oppure un’alternativa vegetariana, insieme anche a un po’ di compagnia. La Cucina Mobile viaggia a fianco dell’Unità mobile di strada, formata sempre da operatori e volontari che si prendono cura di chi vive e dorme nelle vie della città, rifornendo di kit igienici, sacchi a pelo e beni di prima necessità.

“La primissima sera in cui siamo usciti siamo stati nella zona di Lambrate. Eravamo un po’ dubbiosi su come sarebbe andata, dal momento che si trattava di un’attività nuova anche per noi”, racconta il volontario Simone. “Poi un ragazzo ci si è avvicinato e ci ha detto: Comunque chi ha pensato questa cosa è un genio, perché non mi sento un senzatetto, mi sento una persona al bar con gli amici”.

E l’obiettivo è proprio questo: far sentire chi usufruisce del servizio come una persona che ha il diritto di essere curata, anche attraverso il cibo, e non come un invisibile.

Da non dimenticare è anche la presenza, una volta a settimana, del team infermieristico della Fondazione che affianca le Unità mobili di volontari, per eseguire tamponi rapidi, misurare la saturazione di ossigeno nel sangue e la temperatura corporea, adottando dove necessario le opportune procedure di ricovero in ospedale o, per chi è asintomatico o ha pochi sintomi, di isolamento nelle strutture preposte del Comune. Racconta l’infermiera Clelia: “Ho la fortuna di fare questo mestiere e di farlo dedicandomi alle persone estremamente vulnerabili che vivono in strada. È tutto più complesso in questo periodo, ma ogni giorno io e i miei colleghi ci siamo e andiamo avanti con forza, e sono felice quando mi avvicino a una persona senza dimora che ha bisogno e che ascolta davvero le informazioni che le do, perché sono informazioni utili per la salute sua e di chi le vive accanto”.

 

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